{"id":3382,"date":"2010-01-24T12:37:24","date_gmt":"2010-01-24T11:37:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/?page_id=3382"},"modified":"2010-01-24T12:37:24","modified_gmt":"2010-01-24T11:37:24","slug":"giovanni-natoli-%e2%80%9ccristo-e-l%e2%80%99amico-che-attendiamo%e2%80%9d","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/cerco-fatti-di-vangelo\/5-anche-in-ospedale-si-puo-essere-felici\/giovanni-natoli-%e2%80%9ccristo-e-l%e2%80%99amico-che-attendiamo%e2%80%9d\/","title":{"rendered":"Giovanni Natoli: \u201cCristo \u00e8 l\u2019amico che attendiamo\u201d"},"content":{"rendered":"<p>Giovanni Natoli \u00e8 un professore di lettere di grande comunicativa, contagioso maestro di parole e di vita. Colpito da sclerosi multipla, met\u00e0 del suo magistero lo svolge dal letto e dalla carrozzella. In questo testo riflette sulla solitudine del malato e sul modo in cui pu\u00f2 essere vinta.<\/p>\n<p><em>La solitudine di quan\u00addo sei ammalato (e qui parlo in senso generale tanto di malat\u00adtia fisica che psicologica) \u00e8 qualcosa che ti assale lentamente: dapprima rifiuti e poi, una volta che hai raggiunto il fondo della solitudine, cerchi la compagnia; e questa la trovi se la solitudine ti ha fatto diventare saggio [&#8230;]. A poco a poco ho visto tutte le cose che mi appartenevano allontanarsi da me, o meglio trovarmi nella condizione di non averle pi\u00f9 per me. Da questo stato esistenziale sono uscito aumentando e intensificando le relazioni di amicizia e le relazioni culturali; nel senso che la solitudine pu\u00f2 essere vinta se si mantengono o si instaurano nuovi rapporti di amicizia ma soprattutto se si mantengono vivi gli interessi ai quali si era legati prima che la malattia prendesse il sopravvento[&#8230;]. <\/em><br \/>\n<em>L\u2019amico pertanto \u00e8 il refe\u00adrente primo verso cui rivolgersi. Ma anche qui, con l\u2019ammala\u00adto, bisogna fare attenzione: \u00e8 sbagliato, secondo me, mostrarsi saccenti e avere pronta una risposta a ogni domanda, ma bi\u00adsogna avere l\u2019umilt\u00e0 di ascoltare e di riflettere su quanto ti vie<\/em><em>ne detto. Le relazioni di amicizia allora diventano occasione di arricchimento personale e anche possibilit\u00e0 di sfogare le pro\u00adprie emozioni e sensazioni. [&#8230;]. Tenendo sempre presente che l\u2019amico deve essere colui al quale si chiede di essere quello che si vuole che l\u2019amico sia, ma si accetta nel suo essere diverso dalle tue aspettative. Pronto per\u00f2 a mettersi in discussione e a metterlo in discussione nei tuoi confronti&#8230; Ma un amico di questo tipo forse non esiste, n\u00e9 potrebbe \u2013 credo \u2013 esistere. Leg\u00adgiamo in Giovanni (cap. 15,13): \u201cNessuno ha un amore pi\u00f9 grande di questo: dare la propria vita per gli amici\u201d. \u00c8 ci\u00f2 che Cristo ha fatto per noi suoi amici [&#8230;]. <\/em><\/p>\n<p>Un ultimo salto \u00e8 quel\u00adlo della fede: credere fermamente che l\u2019attesa di un amico siffat\u00adto non \u00e8 n\u00e9 inutile n\u00e9 vana. Cristo \u00e8 l\u2019amico che attendiamo, malati e sani, e che dobbiamo anzi riconoscere nel volto di ognuno che ci circonda, senza inutili attese. Quante volte guar\u00addiamo dal letto in cui siamo verso la porta per vedere il viso di qualche amico che ci viene a trovare, quante volte rimaniamo delusi. Ma se attendiamo chi non ci tradisce ed \u00e8 morto per noi, allora l\u2019attesa non \u00e8 inutile.<br \/>\nA questo punto del suo testo, Giovanni riporta la poesia Dall&#8217;immagine tesa di Clemente Rebora, interpretandola con felice intuizione come un salmo di attesa del Signore nella sofferenza (il poeta la scrisse nel 1920, quand\u2019era sulla soglia della conversione):<\/p>\n<p><em>Dall\u2019immagine tesa <\/em><br \/>\n<em>Vigilo l\u2019istante<\/em><br \/>\n<em>Con imminenza di attesa &#8211;<\/em><br \/>\n<em>E non aspetto nessuno: <\/em><br \/>\n<em>Nell\u2019ombra accesa<\/em><br \/>\n<em>Spio il campanello<\/em><br \/>\n<em>Che impercettibile spande <\/em><br \/>\n<em>Un polline di suono &#8211;<\/em><br \/>\n<em>E non aspetto nessuno: <\/em><br \/>\n<em>Fra quattro mura<\/em><br \/>\n<em>Stupefatte di spazio <\/em><br \/>\n<em>Pi\u00f9 che un deserto<\/em><br \/>\n<em>Non aspetto nessuno:<\/em><br \/>\n<em>Ma deve venire,<\/em><br \/>\n<em>Verr\u00e0, se resisto<\/em><br \/>\n<em>A sbocciare non visto, <\/em><br \/>\n<em>Verr\u00e0 d\u2019improvviso, <\/em><br \/>\n<em>Quando meno l\u2019avverto: <\/em><br \/>\n<em>Verr\u00e0 quasi perdono<\/em><br \/>\n<em>Di quanto fa morire, <\/em><br \/>\n<em>Verr\u00e0 a farmi certo <\/em><br \/>\n<em>Del suo e mio tesoro, <\/em><br \/>\n<em>Verr\u00e0 come ristoro <\/em><br \/>\n<em>Delle mie e sue pene, <\/em><br \/>\n<em>Verr\u00e0, forse gi\u00e0 viene <\/em><br \/>\n<em>Il suo bisbiglio.<\/em><\/p>\n<p>Trovo straordinaria questa assimilazione del malato che attende la visita di un amico all\u2019uomo carnale che \u00e8 misteriosamente raggiunto da un presentimento del divino: \u201c<em>Non aspetto nessuno: \/ ma deve venire<\/em>\u201d.<br \/>\nLa conclusione a cui arriva Natoli nella sua indagine sulla solitudine sofferente \u00e8 una rivendicazione forte della dignit\u00e0 del malato desideroso di affermare se stesso come \u201cun uomo che cerca di dare un senso\u201d alla condizione che si trova a vivere:<\/p>\n<p><em>Non \u00e8 facile parlare di se stessi, specie se sono altri che te lo ri\u00adchiedono; numerosi sono i rischi a cui si va incontro. Tra questi, almeno due mi sembra di doverli sottolineare: l\u2019eccessivo protago\u00adnismo che porta a falsare la propria personalit\u00e0 dando pi\u00f9 spazio a ci\u00f2 che gli altri vorrebbero che tu fossi che a quello che effettivamente sei, e quello di annullarsi mostrando un atteggiamento di\u00admesso, un modo di essere quasi banale, che lascia spazio a qualsia\u00adsi interpretazione di chi legge o ascolta quello che tu dici. Questa riflessione quasi pirandelliana che lascia agli altri il compito di \u201cdefinirti\u201d quale tu appari, si complica in una persona ammalata. La malattia pu\u00f2 apparire come un modo per attirare la bene\u00advolenza o peggio la compassione degli altri. Credo che anche la malattia abbia il suo pudore, pertanto rifuggo da qualsiasi ten\u00adtativo di \u201ccatturare\u201d gli altri, non potendo per\u00f2 fare a meno di affermare la mia personalit\u00e0, che pi\u00f9 che essere di un ammala\u00adto \u00e8 quella di un uomo che cerca di dare un senso alla nuova condizione in cui la natura lo ha portato<\/em>.<\/p>\n<p><strong>Ho trovato lo scritto di Giovanni Natoli <em>La solitudine del malato<\/em> \u2013 da cui ho preso le citazioni riportate qui sopra \u2013 alle pp. 186-190 \u2013 del capitolo<em> Testimonianze<\/em> del volume <em>L\u2019Oftal a Milano. Appunti di cronaca, spunti di riflessione<\/em>, Ancora, Milano 2009. Il testo \u00e8 presentato con l\u2019annotazione \u201cscritto inedito\u201d. Nella premessa \u2013 ripresa dal bollettino dell\u2019Oftal <em>Lourdes<\/em> 9\/2007 \u2013 Giovanni Natoli viene presentato come \u201cuno dei malati che hanno lasciato una testimonianza concreta e un vuoto incolmabile nella sezione Oftal di Milano\u201d. Laureato in lettere antiche, docente alle superiori e \u201cvero educatore\u201d, malato per 25 anni di sclerosi multipla: \u201cChi ha avuto modo di avvicinarlo e conoscerlo non pu\u00f2 non averlo amato. Amava anche ridere, stare in compagnia e raccontare barzellette. Era un piacere e una gioia stare con lui\u201d. Alla pagina 187 \u00e8 riportata una foto con la didascalia <em>Papa Giovanni Paolo II con Giovanni Natoli<\/em>, dove Giovanni \u00e8 sulla barella e sorride al Papa che lo benedice.<\/strong><\/p>\n<p><strong>[Gennaio 2010]<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Natoli \u00e8 un professore di lettere di grande comunicativa, contagioso maestro di parole e di vita. 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