{"id":3994,"date":"2010-04-09T10:25:40","date_gmt":"2010-04-09T08:25:40","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/?page_id=3994"},"modified":"2010-04-09T10:27:25","modified_gmt":"2010-04-09T08:27:25","slug":"antonio-bargiggia-povero-tra-i-poveri-dell%e2%80%99africa","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/cerco-fatti-di-vangelo\/nuovi-martiri\/a-martiri-della-missione\/antonio-bargiggia-povero-tra-i-poveri-dell%e2%80%99africa\/","title":{"rendered":"Antonio Bargiggia povero tra i poveri dell\u2019Africa"},"content":{"rendered":"<p>Antonio Bargiggia missionario laico di Milano, 43 anni, nato a Lacchiarella e appartenente all\u2019associazione \u201cAmici dei poveri\u201d, viene ucciso a colpi d\u2019arma da fuoco il 3 ottobre 2000 in Burundi mentre \u00e8 in viaggio con una Land Rover da Mutoyi a Boujumbura. Lo uccidono quattro militari allo sbando. Lascia una viva memoria di dedizione agli umili, di riconciliatore tra etnie, di vicinanza ai carcerati.<br \/>\nQuesto \u00e8 il profilo che ne ha abbozzato il cardinale Carlo Maria Martini nell\u2019omelia per la messa di addio: \u201c<em>L\u2019amore per Ges\u00f9 Cristo e per i poveri \u00e8 stato il movente che ha caratterizzato tutta la vita di questo nostro fratello. Era da vent\u2019anni al loro servizio e sentiva che in questo si realizzava la sua vocazione. In un paese sconvolto da terribili guerre etniche e da massacri senza fine, si faceva vicino a tutti e prediligeva, tra gli altri, i carcerati, rinchiusi in condizioni impossibili<\/em>\u201d.<br \/>\nUn confratello missionario in Burundi, il saveriano Gabriele Ferrari, lo descrive con parole ammirate: \u201c<em>La prima volta che lo incontrai l\u2019avevo trovato nel cortile della Casa d\u2019accoglienza, una specie di ospedale o Lazzaretto delle suore di madre Teresa di Calcutta, a Rohero, nel cuore della citt\u00e0 di Bujumbura. Era venuto a portare una camionetta piena di ammalati di Aids, di tubercolosi, soprattutto madri con bambini in fin di vita a causa della denutrizione. Antonio viveva tra loro e aveva assunto un altro stile di vita e di missione. Invece di dedicarsi solo alla promozione sociale dei poveri, aveva deciso di vivere tra coloro che mai avrebbero potuto entrare nei piani di sviluppo. Per questo era venuto alle porte Bujumbura, dove vivono tanti rigettati al margine della vita, senza risorse, senza speranza umana. Aveva voluto vivere, per quanto possibile, come loro e non solo con loro o per loro. Aveva capito che in una situazione disperata e assurda come quella del Burundi non erano le grandi opere che potevano offrire speranza per il futuro, non le scelte tecniche, ma la scelta della solidariet\u00e0 radicale, quella della condivisione della vita e del destino. La gente lo aveva capito e l\u2019amava<\/em>\u201d.<br \/>\nEd ecco un testo di Antonio, una lettera in cui racconta il Giubileo dei carcerati celebrato tre mesi prima della sua morte nella prigione di Bujumbura della quale era stato nominato cappellano: \u201c<em>Io ero davvero commosso, soprattutto quando nel discorso finale di circostanza un carcerato diceva che per tanti di loro adesso il carcere non \u00e8 un luogo di reclusione, ma di liberazione del cuore dal peccato. Questo io lo sperimento davvero tante volte, conoscendo tante persone in carcere. Ai condannati a morte non \u00e8 stato dato il permesso di partecipare alla festa, ma dentro di me non mi sentivo a posto perch\u00e8 non vedevo Eric: un ragazzo altissimo di 28 anni, condannato a morte per un delitto commesso quattro o cinque anni fa; lo conoscevo prima della condanna e ho cercato di stargli vicino in tutti modi. Avevamo iniziato a scriverci cos\u00ec, per caso, ma adesso, ogni gioved\u00ec, mi mette in mano una lettera che, piegata non so quante volte, diventa piccolissima, e questo per discrezione davanti agli altri. Lui \u00e8 protestante, ma mi confida i suoi pensieri, le sue conquiste spirituali. Un giorno mi ha scritto che ora capisce il motivo per cui \u00e8 in carcere, e cio\u00e8 che \u00e8 solo perch\u00e8 Dio vuole la sua conversione, e quindi ringrazia Dio di esser l\u00ec in isolamento. Non vedendolo, ho chiesto al capo dei secondini di farmelo uscire, \u201cper favore\u201d. Dopo cinque minuti Eric si spingeva tra la folla per arrivare a sedersi vicino a me: era felice che mi fossi ricordato di lui (\u2026). E adesso sono qui tra loro, e questi miei fratelli si sono impossessati del mio cuore. Voglio loro bene, sono dei carissimi figli di Dio. Mi commuovo quando mi portano una lettera per la loro famiglia che non vedono da anni; mi fanno tenerezza quando vedo i condannati a morte sferruzzare per fare i golfini per i bambini che poi porto nei centri di Sant\u00e8. Mi stringe il cuore quando li vedo stracciati e chiedono un vestito. Forse Ges\u00f9 ha messo apposta in fondo al brano di Matteo la frase: \u201cero in carcere\u201d. Perch\u00e8 in carcere c\u2019\u00e8 chi \u00e8 nudo, \u00e8 affamato, \u00e8 straniero, \u00e8 solo e malato; ci sono proprio tutti. La conclusione non pu\u00f2 essere se non quella di ringraziare il Signore di questo ennesimo dono che mi fa, nonostante tutti i miei handicap. Sono contento nel cuore e spero di poter usare cos\u00ec della mia vita sino alla fine<\/em>\u201d.<br \/>\nPer una presa diretta sul martirio di Antonio, ecco la cronaca che ne fece la collega Maria Grazia Cutuli sul <em>Corriere della Sera <\/em>del 4 ottobre 2000, quando lei era ancora scossa dalla morte \u2013 avvenuta tre giorni prima \u2013 del comboniano Raffaele di Bari (vedi in questo stesso capitolo). La testimonianza di Maria Grazia \u00e8 significativa perch\u00e9 si trov\u00f2 spesso a trattare di missionari nel suo lavoro di reporter per il quale ha dato la vita a 39 anni, in Afghanistan, il 19 novembre 2001.<\/p>\n<p>\n<strong>Missionario laico italiano assassinato nel Burundi. <\/strong><br \/>\n<strong>Era in Africa da vent\u2019anni e aiutava soprattutto i detenuti<\/strong><br \/>\ndi Maria Grazia Cutuli \u2013 <em>Corriere della Sera<\/em> 4 ottobre 2001<\/p>\n<p><em>\u201cSan Francesco\u201d viveva in Burundi da oltre vent\u2019anni, in una bidonville di Boujumbura, dentro una casa di fango e mattoni, senz\u2019acqua e senza luce. Si chiamava Antonio Bargiggia, era un missionario laico, un italiano smilzo e bassino, nato a Milano 43 anni fa. L\u2019unico occidentale autorizzato a visitare il carcere della capitale, ammesso persino nel braccio della morte. <\/em><br \/>\n<em>L\u2019hanno ucciso ieri mattina, portandogli via quel poco che aveva, un paio di sandali ai piedi, un vecchio orologio, la Land Rover di servizio. Forse \u00e8 stata una rapina. Forse un agguato. Forse la solita roulette russa che accompagna chiunque abbia scelto una vita cos\u00ec. E\u2019 morto come padre Raffaele Di Bari, il prete comboniano assassinato dai ribelli ugandesi domenica scorsa. Come i tanti volontari di frontiera, inghiottiti da Paesi senza pace. <\/em><br \/>\n<em>Non c\u2019erano operazioni militari in corso, ieri in Burundi. Nessun attacco dei ribelli. Antonio viaggiava con Marko, un amico del posto, lungo la strada che va da Mutoyi alla capitale Boujumbura. Poi, sulla sterrata nei pressi di Kibimba, ha visto la barriera. Quattro uomini sono sbucati fuori, un paio in uniforme. Uno di loro ha appoggiato l\u2019arma alla guancia del missionario. Ha sparato. Marko \u00e8 fuggito. Il corpo di Antonio \u00e8 stato perquisito e scaraventato fuori dalla Land Rover. I quattro, saltati sui sedili insanguinati, sono corsi via. <\/em><br \/>\n<em>\u00abQualche ora dopo \u2013 riporta la <\/em>Misna<em>, l\u2019agenzia di stampa missionaria di Roma \u2013 sono stati arrestati a un posto di blocco\u00bb. Nessuna spiegazione ufficiale. In Africa ci si mette tempo a trovare una ragione per una morte come questa. E il Burundi non sfugge alla regola. Sette anni di guerra civile tra l\u2019esercito, dominato dall\u2019etnia minoritaria tutsi, e le fazioni ribelli, controllate dall\u2019etnia maggioritaria hutu, hanno prodotto 200 mila vittime. Neanche Nelson Mandela, nelle vesti di mediatore con l&#8217;aiuto della comunit\u00e0 di Sant\u2019Egidio, \u00e8 riuscito a portare i guerriglieri al tavolo delle trattative. L\u2019accordo di pace, firmato il 28 agosto, tra il governo tutsi e i partiti d\u2019opposizione hutu, rimane un documento inutile senza la firma dei ribelli. <\/em><br \/>\n<em>\u00abPap\u00e0\u00bb Antonio, come lo chiamavano in Burundi, aveva vissuto tutti i giorni di sangue del Paese africano, dal rischio di un genocidio simile a quello ruandese ai continui massacri dei civili. Era cresciuto a Casirate di Lacchiarella, lui, nel milanese. L\u00ec aveva preso il diploma di perito, aveva conosciuto don Cesare Volont\u00e9, un collaboratore del Vispe (Volontari italiani solidariet\u00e0 Paesi emergenti) e aveva deciso di partire. <\/em><br \/>\n<em>\u00abSe n\u2019era andato in Africa \u2013 racconta la sorella Adriana \u2013 che aveva solo 20 anni. Lo vedevamo ogni 4 anni e ogni volta era ansioso di ritornare. In Burundi era felice\u00bb. Un \u00abSan Francesco\u00bb, dice la sorella, sempre con l\u2019occhio ai poveri: \u00abNon accettava in regalo nemmeno un paio di pantaloni o un abito nuovo. Indossava solo roba usata\u00bb. Antonio aveva preso i voti da fratello laico: castit\u00e0, obbedienza e povert\u00e0. La comunit\u00e0 alla quale faceva capo, \u00abFratelli dei poveri\u00bb, benedetta dal cardinale Carlo Maria Martini, e lo stesso Vispe, gli avevano dato diversi incarichi. E le sue scelte erano diventate sempre pi\u00f9 radicali, fino a prendere casa a Butarama, uno dei quartieri pi\u00f9 poveri della capitale, la bidonville degli hutu, la terra di passaggio dei ribelli. <\/em><br \/>\n<em>\u00abSi occupava di tutto \u2013 dicono al Vispe \u2013. Ma specialmente dell\u2019assistenza ai carcerati. Distribuiva viveri e medicinali. Era riuscito a portare persino un dentista dentro le celle\u00bb. Rimpianti. Ma anche rabbia. E\u2019 Adriana, la sorella, ad accusare: \u00abNessuno ci ha avvertiti. Io e mia madre, le uniche due persone della famiglia rimaste, abbiamo saputo che Antonio era morto dal Tg dell\u2019una\u00bb. Al dolore si somma dolore: \u00abCi hanno detto che la sua salma rester\u00e0 a Boujumbura, che \u00e8 impossibile riaverla indietro\u00bb. <\/em><br \/>\n<em>E\u2019 un po\u2019 la prassi quando muore un missionario. Ma \u00e8 difficile da spiegare a chi vive da quest\u2019altra parte del mondo. Tenta di farlo il cardinale Martini, con un comunicato di cordoglio: la morte di Antonio Bargiggia \u00absi aggiunge a quella di tanti altri uomini e donne generosi che hanno voluto offrire la loro vita a servizio dei pi\u00f9 poveri: la loro morte \u00e8 un monito per noi, perch\u00e9 non lasciamo soli questi Paesi cos\u00ec poveri e cos\u00ec spesso dimenticati\u00bb. Antonio ha mantenuto la promessa. Come San Francesco, si era fatto povero tra i pi\u00f9 poveri. <\/em><\/p>\n<p><em>Maria Grazia Cutuli<\/em><\/p>\n<p>Contrariamente alla prima notizia, registrata dalla Cutuli nella sua cronaca, il corpo di Antonio pot\u00e8 poi essere portato in Italia e sepolto a Dervio (Lecco). Nel 2001 la Regione Lombardia gli ha dato il \u201cPremio annuale per la Pace\u201d.<\/p>\n<p><strong><a href=\"http:\/\/www.vispe.it\/antonio.html\">Qui<\/a> \u2013 a cura del Vispe (Volontari italiani solidariet\u00e0 Paesi emergenti) \u2013 notizie e testi di Antonio, nonch\u00e9 un video del suo funerale e dei suoi poveri con una canzone a lui dedicata.<\/strong><\/p>\n<p><strong>[Aprile 2010]<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Antonio Bargiggia missionario laico di Milano, 43 anni, nato a Lacchiarella e appartenente all\u2019associazione \u201cAmici dei poveri\u201d, viene ucciso a colpi d\u2019arma da fuoco il 3 ottobre 2000 in Burundi&#8230;<\/p>\n<div class=\"more-link-wrapper\"><a class=\"more-link\" href=\"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/cerco-fatti-di-vangelo\/nuovi-martiri\/a-martiri-della-missione\/antonio-bargiggia-povero-tra-i-poveri-dell%e2%80%99africa\/\">Read More<span class=\"screen-reader-text\">Antonio Bargiggia povero tra i poveri dell\u2019Africa<\/span><\/a><\/div>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":2206,"menu_order":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","template":"","meta":{"_monsterinsights_skip_tracking":false,"_monsterinsights_sitenote_active":false,"_monsterinsights_sitenote_note":"","_monsterinsights_sitenote_category":0,"footnotes":""},"class_list":["post-3994","page","type-page","status-publish","hentry","excerpt"],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/3994","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3994"}],"version-history":[{"count":4,"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/3994\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3998,"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/3994\/revisions\/3998"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/2206"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3994"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}