{"id":4743,"date":"2010-07-23T15:10:18","date_gmt":"2010-07-23T15:10:18","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/?page_id=4743"},"modified":"2010-07-23T15:10:18","modified_gmt":"2010-07-23T15:10:18","slug":"baget-bozzo-%e2%80%9cdio-mio-non-dovevi-farmi-questo%e2%80%9d","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/cerco-fatti-di-vangelo\/20-preghiera-pubblica\/baget-bozzo-%e2%80%9cdio-mio-non-dovevi-farmi-questo%e2%80%9d\/","title":{"rendered":"Baget Bozzo: \u201cDio mio, non dovevi farmi questo\u201d"},"content":{"rendered":"<p><em>\u00abDio mio, non dovevi farmi questo\u00bb. Sono le parole di un uomo che ha perso sotto le macerie de L\u2019Aquila due sue figlie. <\/em><br \/>\nE\u2019 l\u2019attacco di uno degli ultimi articoli scritti da Gianni Baget Bozzo (1925-2009), il prete e politologo genovese che ha scritto per tanti quotidiani e soprattutto per <em>La Repubblica<\/em>, quand\u2019egli era di sinistra (per un ventennio, a partire dal 1976) e per <em>Il Giornale <\/em>quand\u2019era ritornato a destra (gli ultimi quindici anni della sua vita). Don Gianni morir\u00e0 un mese dopo questo articolo, l\u20198 maggio. Mi piace considerare una preghiera pubblica questo suo testo estremo e pieno di fede. Propriamente io vorrei intendere come preghiera quell\u2019esclamazione del terremotato che grida a Dio <em>\u00abnon dovevi farmi questo\u00bb <\/em>ma non sono riuscito a sapere chi l\u2019abbia pronunciata, forse in un servizio televisivo, forse in una radiocronaca, chiss\u00e0. E allora attribuisco quella preghiera al narratore che l\u2019ha resa celebre, cio\u00e8 a don Gianni che per tutta la vita ha cercato i segni dell\u2019amore di Dio nel nostro tempo e ne ha dato conto nei media con grande inventiva.<br \/>\nIn quel suo articolo si leggevano poi queste considerazioni, evangeliche e quasi accorate, in una prosa ormai affaticata dalla salute che andava scemando:<br \/>\n<em>\u00c8 l\u2019interrogativo che ogni credente ha dinanzi al male che lo coglie e non riesce ad afferrare la provvidenza di un Dio onnipotente nella vita che gli \u00e8 tolta, sia essa la propria e, ancor pi\u00f9, quella delle persone care. Questa domanda sale da tutto un popolo cristiano come \u00e8 il popolo abruzzese. Nelle <\/em>Litanie dei santi<em> che erano un elemento portante della liturgia tradizionale, i cristiani invocavano da Dio la liberazione dal flagello del terremoto, messo allora alla pari della fame, della guerra e della peste. La domanda sale anche pi\u00f9 forte perch\u00e9 colpisce in terra aquilana la distruzione delle chiese, novanta secondo la tradizione. Ed \u00e8 colpita la Basilica di Colle Maggio, la gloria di Celestino V, colui che pens\u00f2 che essere monaco era pi\u00f9 importante che essere Papa (\u2026). <\/em><br \/>\n<em>Non \u00e8 stata notata la coincidenza del terremoto abruzzese con la liturgia della settimana santa, il suo sovrapporsi \u2013 nella realt\u00e0 della morte e della distruzione \u2013 ai simboli liturgici della passione di Cristo. E la liturgia legge nella domenica delle palme il Vangelo di Marco. \u00c8 il Vangelo che d\u00e0 della passione di Cristo la versione pi\u00f9 drammatica, perch\u00e9 pone sulle labbra di Ges\u00f9 le parole: \u00abDio mio, Dio mio, perch\u00e9 mi hai abbandonato\u00bb. Gli altri Vangeli, specie quello di Giovanni, nascondono queste parole che, pur essendo testimonianza di una perfetta fedelt\u00e0 verbale perch\u00e9 citano l\u2019inizio del <\/em>Salmo 21<em>, mantengono per\u00f2 la loro radicale crudezza. Eppure in quel Vangelo avviene il singolare fatto che un centurione romano, vedendo la morte di Ges\u00f9, esclama: \u00abquesto \u00e8 veramente il figlio di Dio\u00bb. <\/em><br \/>\n<em>Il popolo abruzzese \u00e8 stato formato dalla liturgia cattolica e ha sofferto nella sua storia numerosi terremoti, \u00e8 diventato un popolo che conosce il soffrire e vede in questo un rapporto con il figlio di Dio che manifest\u00f2 umanamente il volto di Dio nel mistero dell\u2019uomo. La coscienza umana sopporta la necessit\u00e0 del morire e in questo ha visto la vita divina sorreggere il sentimento del contrasto tra lo spirito che si sente immortale e un corpo che sa di morire. Per questo il popolo abruzzese reagisce alla sofferenza affermando la continuit\u00e0 della vita, rimotivandosi a vivere. Il terremoto rappresenta sempre un sentimento di una impotenza umana, la piccolezza dell\u2019uomo di fronte a una terra che non \u00e8 amica e su cui egli costruisce la sua tela di civilt\u00e0, le sue umili case, le sue splendenti Chiese che vivono nella precariet\u00e0 di una terra che pu\u00f2 scuotere l\u2019uomo come questi scuote le formiche. <\/em><br \/>\n<em>Questi sentimenti cristiani sono nel fondo della coscienza popolare e spiegano la solidariet\u00e0 universale che unisce coloro che non hanno avuto la prova del terremoto a rischiare le loro vite per salvare ci\u00f2 che rimane nascosto sotto le macerie. \u00c8 la vita che rifluisce e vi \u00e8 un impegno umano ad appropriarsi e portare su di s\u00e9 la disperazione che pu\u00f2 invadere il cuore di chi \u00e8 stato privato dai suoi affetti pi\u00f9 cari. Quasi a consolare nella tragedia umana coloro che di questa condizione dell\u2019uomo sono rimasti vittime.<\/em><\/p>\n<p><strong><a href=\"http:\/\/www.ilgiornale.it\/interni\/la_forza__per_risorgere\/09-04-2009\/articolo-id=342478-page=0-comments=1\">Qui<\/a> si pu\u00f2 leggere l\u2019intero articolo pubblicato da <em>Il Giornale<\/em> il gioved\u00ec 9 aprile 2009 con il titolo <em>La forza per risorgere<\/em>. <\/strong><\/p>\n<p><strong>[Giugno 2010]<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abDio mio, non dovevi farmi questo\u00bb. Sono le parole di un uomo che ha perso sotto le macerie de L\u2019Aquila due sue figlie. 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