{"id":5165,"date":"2010-08-12T10:39:43","date_gmt":"2010-08-12T10:39:43","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/?page_id=5165"},"modified":"2010-11-21T22:05:21","modified_gmt":"2010-11-21T22:05:21","slug":"mietendo-e-seminando","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/conferenze-e-dibattiti-2\/mietendo-e-seminando\/","title":{"rendered":"Mietendo e seminando"},"content":{"rendered":"<p><strong>Articoli di Domenico Farias per L\u2019Avvenire di Calabria (1947-2002)<\/strong><br \/>\nLuigi Accattoli presenta il volume edito da Laruffa a cura del Meic di RC<br \/>\n<em>Auditorium delle Veroniche del Volto Santo &#8211; Luned\u00ec 5 luglio 2010 \u2013 ore 17,30<\/em><\/p>\n<p>La lettura di questo volume \u00e8 stata per me un prolungamento delle conversazioni che ho avuto con don Domenico. Ho scritto in morte \u2013 per la rivista <em>Il Regno<\/em> \u2013 che il meglio il nostro amico lo dava nei dialoghi a tavola. Aggiungo ora che le sue scritture che meglio somigliano alla conversazione sono questi articoli per il settimanale diocesano. Della conversazione essi hanno lo spunto occasionale, il genio dell\u2019adattamento a ogni interlocutore, la vivacit\u00e0 comunicativa.<br \/>\nSe non avesse fatto il prete Farias sarebbe stato un giornalista straordinario. L\u2019intuizione delle persone, la curiosit\u00e0 onnivora ed enciclopedica, la simpatia per l\u2019universo erano le risorse che lo facevano adatto alle scritture veloci legate ai giorni.\u00a0 Era \u2013 come sa chi l&#8217;ha frequentato \u2013 esploratore di ogni campo e raccoglitore di ogni frutto. Dal sacco del raccoglitore egli tirava fuori cose vecchie e nuove per questi interventi giornalistici condotti con scrupolo e con inventiva. Della sua attitudine di giornalista potrei narrare molto: i consigli su temi e personaggi, i commenti ad articoli di Scalfari o della Spinelli, Del Rio o Baget Bozzo, o Strada, o Magris.<br \/>\nRicorder\u00f2 una battuta che mi fece in taxi l\u2019ultima volta che lo vidi, venuto a Roma per Sant\u2019Agnese patrona del Capranica nel gennaio del 2002: un appuntamento per lui immancabile, occasione per la rievocazione degli anni che l\u00ec aveva vissuto e dei tanti che vi aveva conosciuto. Poi cena in qualche famiglia di amici o in trattoria. In trattoria, quella volta, con i Triglia e i Vilardi. Uscito dal lavoro io lo raggiungo in taxi a via Traspontina, dove alloggiava e l\u2019accompagno a una trattoria di via Panisperna. Lungo la strada mi chiamano dal <em>Corriere della Sera<\/em> e mi chiedono di ridurre il pezzo, appena trasmesso, da 40 a 30 righe. Io protesto e mi sconforto, com\u2019\u00e8 costume di noi giornalisti. Domenico dice \u201cfammi vedere\u201d. Gli passo il foglio, legge e dice: \u201cE\u2019 facile, tagli qui e qui\u201d. Mentre gli altri si siedono io vado a un tavolo libero e studio il pezzo per dieci minuti e finisco con il fare i due tagli che mi aveva indicato spostando la mano sul foglio: <em>qui e qui<\/em>. Erano di dieci righe esatte.<br \/>\nDa lui ho avuto continue provocazioni professionali. Mi sugger\u00ec di leggere gli <em>Acta Synodalia<\/em> per vedere che cosa proponevano i vescovi e i cardinali pi\u00f9 importanti come temi da trattare in Concilio, nonch\u00e9 i verbali della <em>Commissio centralis praeparatoria<\/em>: \u201cUna miniera per un giornalista\u201d. Cos\u00ec \u00e8 stato. Che leggere di Dossetti o di Martini, come intendere Ruini suo compagno di studi. Come guardare a Fisichella, pi\u00f9 giovane ma anch\u2019egli capranicense.<br \/>\nHo appreso da don Domenico \u2013 straordinario maestro dell\u2019ermeneutica della continuit\u00e0 \u2013 ad amare insieme Martini e Ratzinger, Ruini e Dossetti. Ma soprattutto a guardare pi\u00f9 ampiamente e andare al largo. Gli rendo qualcosa di ci\u00f2 che mi ha trasmesso dicendo che nella mia frequentazione di gente di tutto il mondo egli \u00e8 restato nei decenni quello che pi\u00f9 guardava lontano e nel futuro. Davvero ha mostrato quanto mondo si potesse vedere \u2013 ad avere occhi \u2013 da Reggio Calabria.<br \/>\nPer questa presentazione mi sono dato la regola di farlo parlare e ho scelto nove testi che verranno proposti da una lettrice. Il primo riguarda l\u2019attitudine giornalistica di cui dicevo in premessa ed \u00e8 l\u2019attacco di un articolo del 24 marzo 1956 intitolato <em>Preti del Sud nella stampa del Nord <\/em>che troviamo alla pagina 77 del volume:<br \/>\n<em>Polsi 1947. Scendendo dalle pendici del monte Scorda nel burrone sempre pi\u00f9 brullo e scosceso, il versante jonico dell\u2019Aspromonte dopo le faggete tirreniche ci appariva ancora pi\u00f9 desolato: un paesaggio calcificato dal sole. Erano gli ultimi di agosto e la festa ormai vicina. Molta gente per le viuzze e sottane nere di preti venuti a dare una mano in quei giorni di maggiore lavoro. Tutto era avvolto da una pesante atmosfera di vapori di ammoniaca. I muli, gli asini e gli uomini vi contribuivano equamente. Io tra loro, chierico di primo pelo, con la testa piena di reminiscenze bibliche pensavo alla saggezza realistica della legge mosaica che aveva provveduto anche per quest\u2019aspetto della vita campale di Israele sotto la tenda.<\/em><br \/>\nQui don Domenico ha 28 anni e rimemora un evento di un decennio prima, quando era un \u201cchierico di primo pelo\u201d. E\u2019 uno spunto felice di prosa d\u2019arte. Vi si avverte il lettore di Corrado Alvaro e della Bibbia. Segnalo la scena mossa e affollata e l\u2019autore in essa: \u201c<em>Io tra loro<\/em>\u201d. Ritroveremo costantemente don Domenico nel quadro che descrive, come gli autoritratti dei pittori tra la folla da loro dipinta.<br \/>\nQuesto Domenico \u201cdi primo pelo\u201d si rivela un recensore nato. Colpisce la rapidit\u00e0 con cui le novit\u00e0 librarie entrano nel suo campo visivo e nel suo linguaggio. Dalla letteratura alla divulgazione biblica, da Malraux a Sereni, da Hofmansthal a Turoldo, a Lewis, a Bernanos egli con sicurezza \u2013 da Roma e da Reggio Calabria \u2013 tiene il passo dell\u2019editoria pi\u00f9 qualificata. Cos\u00ec far\u00e0 poi sempre. Aveva il genio dell\u2019aggiornamento bibliografico. Quando arriv\u00f2 la notizia della sua morte, non avevamo ancora ultimato la raccolta delle fotocopie che ci aveva richiesto con un\u2019ultima telefonata.<br \/>\nFacciamo un salto di 36 anni e andiamo ad ascoltare un brano di un articolo del 27 giugno 1992 che rievoca la rivolta di Reggio del 1970-71 (pagina 154):<br \/>\n<em>Ricordo ancora quella notte nel periodo pi\u00f9 drammatico della sommossa, la Cattedrale piena zeppa di folla agitata, con Mons. Ferro in mezzo alla gente mentre la Polizia era rimasta fuori. Un negozio di artificiere era stato svaligiato e si temeva che fucili e rivoltelle potessero essere usati. Qualcuno dei pi\u00f9 scalmanati mal sopportava gli inviti alla pace del vescovo ma non se la sentiva di protestare a voce alta e brontolava in un angolo indispettito: Orate fratres! E Saecula saeculorum! Finalmente torn\u00f2 la calma. Una sorta di catarsi collettiva alla quale assistetti pensieroso chiedendomi cosa fosse diventata ormai la mia citt\u00e0 e dove si potesse ravvisare la sua identit\u00e0 pi\u00f9 profonda (\u2026). In quel frangente altro e pi\u00f9 urgente era il problema di mons. Ferro.\u00a0 Lui lottava perch\u00e9 non si arrivasse allo spargimento del sangue. E chi poteva dargli torto e non lodare l\u2019esemplarit\u00e0 del suo comportamento di padre e di pastore? Il Presidente della Repubblica per primo lo riconobbe. Quella notte vidi la Cattedrale, se cos\u00ec posso dire, funzionare, in modo superlativo. Era veramente, e tale si mostrava, la \u201ccasa del popolo\u201d. Non meno, anzi pi\u00f9 utile urbanisticamente d\u00ec cinema o teatri, stadi, scuole, ospedali o municipi.<\/em><br \/>\nNel primo brano il giornalista Farias ci dava un quadro montano di una Calabria quasi immemoriale. Qui l\u2019uomo di Chiesa e studioso maturo riassume in un altro quadro la storia che pare farsi improvvisamente tumultuosa di quella Calabria gi\u00e0 immemoriale.<br \/>\n\u201c<em>Una sorta di catarsi collettiva alla quale assistetti pensieroso<\/em>\u201d: di nuovo il quadro e l\u2019autore in esso. Potremmo dire che don Domenico non abbia mai parlato della Calabria, o della Chiesa, o dell\u201911 settembre \u2013 i tre argomenti maggiori di questa antologia \u2013 senza metterci dentro se stesso.<br \/>\nAbbiamo letto due brani riguardanti la Calabria e Reggio e potremmo continuare con questo filone. Come potremmo passare ad altri, perch\u00e9 grande \u00e8 la variet\u00e0 dei temi trattati in 55 anni di collaborazione, che vanno dai suoi venti al settantacinquesimo e ultimo. Tra tutti ho scelto il tema dell\u2019immigrazione e della mondialit\u00e0, che mi \u00e8 parso il pi\u00f9 fecondo. Esso viene svolto, come gli altri, sul duplice registro della pedagogia e dell\u2019interrogazione: per aiutare a intendere gli accadimenti e per proporre a s\u00e9\u00a0 e a tutti una domanda aperta che si fa invocazione biblica nel suo tempo ultimo, quello che va dall\u201911 settembre 2001 alla morte: che mondo avremo, che sar\u00e0 della fede, dell\u2019Italia, dell\u2019Europa, dell\u2019umanit\u00e0.<br \/>\nEcco un brano di un articolo intitolato <em>Cosa succede in Italia?<\/em> che ha la data del 22 ottobre 1994 (pagina 179), nel quale gi\u00e0 sono presenti tutti i personaggi del dramma \u2013 <em>dramatis personae<\/em> \u2013 di cui tratter\u00e0 il pedagogo e giornalista Domenico Farias lungo gli ultimi otto anni della sua pi\u00f9 feconda collaborazione: la prima e la seconda secolarizzazione, la globalizzazione con i lontani che si fanno vicini, il fenomeno migratorio e quello della denatalit\u00e0, la nuova identit\u00e0 della donna e di riflesso dell\u2019uomo, la televisione e il mondo nuovo di cui pare darci un miraggio. Ascoltiamo:<br \/>\n<em>Tutto questo avviene da noi ma sotto gli occhi del Sud, del Sud \u2013 voglio dire \u2013 non dell\u2019Italia che in queste materie \u00e8 Nord, ma del mondo. Del Sud lontano ma anche di quello vicino o addirittura dentro casa, immigrato o prossimo a immigrare. La stessa televisione, gli stessi giornali che riportano sfilate di moda o stadi stracolmi di tifosi la domenica, riportano anche moschee e piazze piene di gente prostrata in adorazione, donne velate e frotte di bambini ora vispi ora denutriti o macilenti. Molti si chiedono: di chi sar\u00e0 il mondo di domani? C\u2019\u00e8 un futuro per l\u2019occidente?E quale? Ma il cristiano si domanda, e domanda al Signore: perch\u00e9 la nostra fede si \u00e8 fatta cos\u00ec piccola? Com\u2019\u00e8 che ci siamo scordati che la prima e pi\u00f9 vera opera che Dio vuole da noi \u00e8 di credere in Lui? La domanda dell\u2019inizio era: qual \u00e8 il senso della cronaca confusa e convulsa di oggi? Proporrei questa risposta: stiamo giocando col fuoco, rischiamo di dimenticarci del Signore, di perdere in una parola la fede, smarrendoci nell\u2019ateismo gelido o nella superstizione fanatica.<\/em><br \/>\n\u201c<em>Perch\u00e9 la nostra fede si \u00e8 fatta cos\u00ec piccola?<\/em>\u201d Segnalo la forza di questa interrogazione e anche del monito \u201c<em>stiamo giocando con il fuoco<\/em>\u201d. In un altro testo del 10 novembre 2001 dir\u00e0 con analoga intonazione: \u201c<em>Col passare del tempo tenerci fuori da questo mondo incendiato sar\u00e0 sempre pi\u00f9 difficile<\/em>\u201d. Il 24 novembre di quello stesso mese interpreter\u00e0 il \u201cmondo incendiato\u201d come un \u201ctravaglio del parto\u201d che precede la nascita di un \u201cmondo nuovo\u201d. La forza della parola \u00e8 notevole nel Farias giornalista e andr\u00e0 crescendo nella fase finale: \u201c<em>Oggi il mondo \u00e8 pieno di esplosioni, prevalgono i figli del tuono<\/em>\u201d scriver\u00e0 il 4 maggio del 2002 e il 1\u00b0 giugno, a un mese dalla morte, parler\u00e0 di \u201c<em>tempo accelerato, tempo del diluvio<\/em>\u201d.<br \/>\nIl quarto brano riguarda l\u201911 settembre 2001. Egli gi\u00e0 da almeno un decennio si interroga sul mondo nuovo che si va profilando nella progressiva unificazione del pianeta. L\u2019incendio delle torri gli appare come una prima risposta a quell\u2019interrogazione: una risposta di fuoco. Il brano \u00e8 del 27 ottobre 2001 ed \u00e8 intitolato <em>Quando cadono le torri <\/em><strong>(<\/strong>pagina 290):<br \/>\n<em>Questo \u00e8 il discorso di oggi, non del passato prossimo ma del 2001 dopo l\u201911 settembre. Ci\u00f2 che \u00e8 successo quel giorno \u00e8 stato ed \u00e8 troppo grande. Non voglio dire che il male del mondo e il peccato del mondo quel giorno \u00e8 cresciuto al di l\u00e0 di quanto sia concepibile. Questi giudizi spettano al Signore. Ma voglio dire che quel giorno ogni uomo e in particolare ogni credente (e tutti spero che in qualche minimo grado lo siamo) ha avuto la rivelazione inequivocabile, quasi accecante, della propria vita come esperienza di coinvolgimento e di corresponsabilit\u00e0 umanamente insopportabili. Quasi fossimo accanto a Ges\u00f9 e gli chiedessimo come una volta gli hanno chiesto i discepoli: \u201cMa allora Signore, chi si pu\u00f2 salvare?\u201d E Ges\u00f9: \u201c\u00c8 impossibile agli uomini ma non a Dio, perch\u00e9 tutto \u00e8 possibile a Dio\u201d. Nell\u2019oggi contemporaneo, questo significa vivere con impegno, come \u00e8 doveroso, \u201cfuori del Tempio\u201d, vivere la \u201cChiesa dei poveri\u201d e \u201cleggere i segni dei tempi\u201d, ma prima ancora significa vivere con umilt\u00e0 e senza presunzione nelle mani di Dio senza lasciarlo un solo minuto, perch\u00e9 la nostra insufficienza davanti a quelle torri che crollavano appariva con ogni evidenza, stampata sul video di ogni casa.<\/em><br \/>\n\u201c<em>Ci\u00f2 che \u00e8 successo quel giorno \u00e8 stato troppo grande<\/em>\u201d: \u00e8 da questa percezione drammatica che viene la nuova invocazione al Signore, dopo quella del brano precedente sulla fede che si \u00e8 fatta \u201cpiccola\u201d: \u201c<em>Ma allora, Signore, chi si pu\u00f2 salvare?<\/em>\u201d Egli legge biblicamente la caduta delle torri con un efficace riferimento a Isaia 30: \u201cIn quel giorno della grande strage quando cadranno le \u00a0torri, la luce della luna sar\u00e0 come la luce del sole e la luce del sole sar\u00e0 sette volte di pi\u00f9\u201d. La legge cio\u00e8 come una prova di fede che dovremo superare \u201cnon cessando di guardare in alto mentre le torri crollano a terra, verso il cielo e sopra i cieli da dove viene il Signore\u201d (ivi).<br \/>\nA chi chiedesse da dove venga a don Domenico la forza di penetrazione rispetto a quell\u2019evento inaspettato, indicherei il sottotitolo dell\u2019articolo<em> Quando cadono le torri<\/em>, che suona \u201c<em>Tra cronaca, storia e teologia<\/em>\u201d: egli \u00e8 giornalista, egli \u00e8 storico, egli \u00e8 teologo.<br \/>\nIl quinto brano sviluppa l\u2019idea \u2013 contenuta nel quarto \u2013 che la condizione nuova del mondo appaia ora \u201ccon ogni evidenza\u201d squadernata \u201csul video di ogni casa\u201d. Si tratta dell\u2019articolo <em>Dalla politica alla carit\u00e0<\/em><strong> <\/strong>del 24 novembre 2001 (pagina 301) nel quale quell\u2019unit\u00e0 dei destini umani evidenziata dalla televisione \u00e8 cos\u00ec descritta:<br \/>\n<em>Mentre sei a tavola con la tua famiglia e, come spesso avviene in molte case, guardi la televisione, improvvisamente bussano alla porta del tuo cuore senza essere invitati malati di Aids dell\u2019Africa, campi profughi del Pakistan, autoambulanze a sirene lancinanti di Manhattan. Proprio mentre scrivo la televisione sta dando notizia di un altro aereo caduto su New York mentre i talebani fuggono da Kabul. Poveri lontani anzi lontanissimi si fanno momentaneamente vicini e con loro i ricchi corrispettivi, anch\u2019essi di tipi molto diversi, ricchi di soldi, ricchi di potere, ricchi di intelligenza, ricchi di bellezza, che abitano a New York o a Hollywood, in Arabia Saudita o ricevono il premio Nobel in Svezia. Tutto questo ti appare in un solo rapido telegiornale mentre sei seduto a tavola con i tuoi. Altro che giro del mondo in ottanta giorni. Qui avviene il giro del mondo in otto minuti!<\/em><br \/>\nL\u2019espressione \u201cgiro del mondo in otto minuti\u201d mi provoca a dire ancora qualcosa della forza della scrittura giornalistica di don Domenico. Che a mia veduta ha due risorse principali: quella dell\u2019espressione aforistica e quella della sintesi ossimorica.<br \/>\nPer l\u2019espressione aforistica adduco questi esempi: <em>Uno scandalo al giorno \u00e8 come se non ci fosse scandalo alcuno<\/em> (p. 182); <em>Le coscienze non si formano in piazza<\/em> (ivi); <em>L\u2019Italia si forma dentro di noi<\/em> (195); <em>E\u2019 bene che ognuno voti per qualcuno<\/em> (192); <em>Perci\u00f2 \u00e8 ragionevole votare e votare non scheda bianca ma scheda segnata<\/em> (253); <em>Dobbiamo riconoscere cbhe non solo l\u2019Europa ma il mondo intero si \u00e8 fatto piccolo<\/em> (268).<br \/>\nPer la sintesi ossimorica questi altri: <em>Siamo dentro e siamo fuori della religiosit\u00e0 calabrese<\/em> (p. 79); <em>Con entusiasmo paziente e con pazienza entusiasta<\/em> (163); <em>La fermezza rocciosa della fede e la tenerezza dell\u2019amore unite indissolubilmente costituiscono il paradosso vivente, quello individuale del singolo cristiano, e quello sociale della comunit\u00e0 ecclesiale. L\u2019acqua della roccia!<\/em> (222); <em>Il Signore ci faccia uomini del futuro, proprio perch\u00e9 uomini della nostra tradizione<\/em> (237); <em>Tu accendi il televisore e ti sembra di fare improvvisamente l\u2019esperienza del buio a mezzogiorno<\/em> (301); <em>In questa luce (o in questa oscurit\u00e0) possiamo dire che oggi, nell\u2019epoca della globalizzazione, la politica si \u00e8 fatta veramente la pi\u00f9 alta forma della carit\u00e0, ma anche che la carit\u00e0 \u00e8 diventata la pi\u00f9 alta forma della politica<\/em> (302); <em>Nell\u2019et\u00e0 della globalizzazione che \u00e8 insieme e paradossalmente massima compattazione dei corpi e massimo allontanamento degli spiriti, estrema integrazione dei primi e disintegrazione esplosiva dei secondi, la coscienza del cristiano \u00e8 sollecitata a pensare e ad anticipare un futuro pi\u00f9 umile e pi\u00f9 ambizioso, seguendo l\u2019itinerario evangelico di sempre<\/em> (330).<br \/>\nDall\u2019amore per l\u2019ossimoro \u2013 e cio\u00e8 per un\u2019evidenza ottenuta con parole e concetti configgenti \u2013 viene anche il titolo di un articolo dell\u201911 ottobre 1997 <em>Mietendo e seminando<\/em> che \u00e8 stato felicemente posto a titolo del volume e che trova la prima formulazione in questo passaggio: \u201c<em>I venti nomi di cui si fregiano le dodici chiese calabresi di oggi (\u2026) parlano di una seminagione rispetto alla quale noi oggi siamo come dei mietitori, mentre a nostra volta stiamo seminando per altri futuri mietitori, fino al giorno in cui, come dice la Scrittura, seminatori e mietitori gioiranno insieme<\/em>\u201d (p. 218).<br \/>\nIn quest\u2019altro brano \u2013 il sesto da me scelto, scritto negli stessi giorni del quinto \u2013 la televisione \u00e8 descritta come apertura di ogni casa e di ogni tugurio al \u201cgrande teatro del mondo\u201d. E\u2019 del 17 novembre 2001 ed \u00e8 intitolato <em>Quale via per la pace. Guerra al terrorismo<\/em> (pagina 298):<br \/>\n<em>Siamo uomini non angeli, siamo fatti di spirito e di carne, siamo esseri intelligenti ma prima ancora sensibili e fantasticanti. I nostri sforzi per cercare la verit\u00e0 e vivere nella sua luce debbono farsi strada fra mille difficolt\u00e0 esterne e interne, tra mille sentimenti, emozioni e passioni individuali e collettive, private e pubbliche che ci raggiungono nel pi\u00f9 intimo di noi stessi ma vengono da fuori e da lontano, dal grande teatro del mondo di oggi accessibile anche all\u2019ultimo degli uomini che abita in una catapecchia priva di tutto ma provvista di televisore. Non \u00e8 possibile separare ci\u00f2 che il video unisce, fonde e confonde. Bisognerebbe prima distruggere tutti i televisori. Il grande teatro del mondo \u00e8 aperto giorno e notte per tutte le case e alimenta una grande passione del mondo, una partecipazione globale di straordinaria intensit\u00e0 emotiva dove tutto si mescola. In questo grande scenario le torri gemelle in fiamme di Manhattan sono come un faro traditore, acceso dai terroristi. Sembra segnalare un porto di salvezza e invece attira su scogli di naufragio. Ci\u00f2 che \u00e8 successo l\u201911 settembre non \u00e8 stato solo un fatto reale accaduto a New York, ma anche un grande simbolo del mondo di oggi apprestato per essere ricevuto da tutto il mondo, un segno polivalente e ambiguo come tutti i simboli.<\/em><br \/>\nSe qui a Reggio vi sono giovani universitari che cercano un argomento per la loro tesi di laurea, poniamo in Scienze della comunicazione, o per una scuola di giornalismo, potrebbero guardare alla tematica proposta da don Domenico con le parole centrali di questo brano:<em> \u201cNon \u00e8 possibile separare ci\u00f2 che il video unisce, fonde e confonde\u201d. Televisione e globalizzazione negli scritti giornalistici di Domenico Farias.<\/em><br \/>\nIl settimo brano narra di un pellegrinaggio in Turchia. Sappiamo bene quanto la sua pedagogia ecclesiale utilizzasse lo strumento del pellegrinaggio: in Terra Santa e in Turchia, presso le comunit\u00e0 dell\u2019Ortodossia e alle Basiliche romane e alle Catacombe. Per fare solo due richiami alla diaspora reggina in Roma, volle che una mia figlia \u2013 Agnese \u2013 fosse battezzata nel battistero di Santa Maria Maggiore e volle che una figlia dei Niccol\u00f2 lo fosse nel battistero di San Giovanni in Laterano e nei due casi chiese a me di fare una presentazione del luogo che era stato scelto.<br \/>\nDon Domenico amava recuperare i segni della fede nella citt\u00e0 e nel territorio e \u2013 si direbbe \u2013 nell\u2019intero globo. L\u2019idea \u00e8 cos\u00ec espressa in un articolo del 10 marzo 1990: \u201c<em>Se le pietre delle nostre chiese parlassero! Tante volte in passato mi \u00e8 venuto di formulare questo desiderio senza accorgermi che esso era ed \u00e8 continuamente esaudito. La Chiesa \u00e8 fatta di pietre vive: di comuni mattoni, di pietre angolari, di colonne e architravi, di uomini fatti di anima e di corpo. E tutti parlano, servendosi talora anche delle pietre \u2018morte\u2019, che cos\u00ec valorizzate in qualche modo anch\u2019esse vivono e parlano<\/em>\u201d (p. 140).<br \/>\nLeggiamo dunque da <em>Pensieri di un pellegrino <\/em>dell\u20198 dicembre 2001 (pagina 303):<br \/>\n<em>Pellegrino in Turchia, vedevo a distanza la mia citt\u00e0 tra i flutti della storia e della preistoria e pensavo: mille anni per il Signore sono come un giorno! Pensavo: quanti sbarchi a Reggio e quante partenze, di persone e di popoli, emigranti ed immigrati! (\u2026) Guardando le tante navi sul Bosforo per me era come se fossero piene di curdi in viaggio verso l\u2019Italia. La risposta a questa sfida del futuro mi sembrava venire dal nostro stesso pellegrinaggio: noi, con l\u2019aiuto di Dio, non resteremo in futuro n\u00e9 sulla Via Marina, n\u00e9 sul Corso Garibaldi, n\u00e9 in Via Aschenez, andremo in piazza Duomo; come durante una processione, la processione che \u00e8 il cammino della vita e della storia, pronti ad entrare ed uscire passando per quella porta che \u00e8 simbolo di Cristo e per la quale sono passati prima di noi San Paolo e San Luca, suo compagno carissimo. Entrare ed uscire. Uscire dal Padre ed entrare nel mondo. Uscire dal mondo e ritornare alla casa del Padre. Accettare la storia, non temere le sue peripezie, rimanendo come Ges\u00f9 ben fermi nell\u2019intimit\u00e0 dell\u2019amore del Padre. Questo vuol dire, pensavo tra me e me, Piazza Duomo da dove le nostre processioni partono e dove rientrano, accanto alla Via Marina, al Corso Garibaldi e alla Via Aschenez. Questo vuol dire per noi fare nostre le parole di Luca, negli Atti degli Apostoli: \u201cCosteggiando giungemmo a Reggio\u201d. <\/em><br \/>\nReputo questo articolo il capolavoro giornalistico di Domenico Farias come una volta ho indicato <em>La bellezza dei giorni<\/em> (<em>Rivista di scienze religiose<\/em>, 2000) come il suo capolavoro tra gli scritti saggistici.<br \/>\nIl pellegrinaggio in Turchia fu occasione per conoscere il padre Luigi Padovese, poi vescovo e oggi martire della Chiesa in terra di Islam, ucciso il 3 giugno a Iskenderun dal proprio autista. Quando mor\u00ec don Farias il padre Padovese nella lettera di partecipazione al lutto \u2013 riportata a p. 219 dello speciale pubblicato da <em>La Chiesa nel tempo<\/em> a un anno dalla morte (fascicolo 2-3 del 2003)\u2013 scriveva di don Domenico: \u201cL\u2019ho affettuosamente ammirato per il suo entusiasmo giovanile, per il bisogno di conoscere sempre di pi\u00f9, per l\u2019umilt\u00e0 e il modo dimesso di essere che ho ritenuto in lui una scelta di fede\u201d.<br \/>\nUmilt\u00e0 su cui molto si potrebbe dire. Anche umilt\u00e0 di collaborare con tanto impegno a un piccolo giornale. Non se ne abbiano i responsabili dell\u2019<em>Avvenire di Calabria<\/em> di questa mia battuta. Essa vuol essere anzi di ammirazione per quanti nei decenni hanno saputo motivare, accompagnare e \u2013 immagino \u2013 stimolare la collaborazione di un tanto collaboratore e tra loro in particolare don Filippo Curatola.<br \/>\nL\u2019ottavo testo che propongo \u00e8 dei pi\u00f9 vivi tra quanti esprimono la compresenza nel suo spirito di un triplice sentimento del tempo: del passato, del presente e del futuro. Una compresenza che caratterizza costantemente la riflessione di don Domenico. E\u2019 in un articolo del 3 novembre 2001, intitolato <em>Ieri, oggi, ieri l\u2019altro<\/em> (pagina 293):<br \/>\n<em>I pi\u00f9 anziani ricordano le fortezze volanti e le bombe snocciolate da quattromila metri su Dresda. Ora sembrano tornate sui cieli dell\u2019Afghanistan. Ma non erano proprio le stesse. La tecnica, si sa, \u00e8 molto progredita. Comunque erano aeroplani che volavano, erano bombe che cadevano. Come una volta, l\u2019altro ieri. \u00c8 brutto tornare nell\u2019ospedale da cui ci si credeva usciti per sempre, \u00e8 molto peggio di quando ci si \u00e8 entrati la prima volta. Pu\u00f2 darsi che verranno giorni brutti. Per gli americani sono gi\u00e0 venuti e anche per gli afghani, talebani e non. E per noi? Anche per noi non solo verranno in modo visibile, ma sono gi\u00e0 venuti a ferire la nostra vita pi\u00f9 profonda. <\/em><br \/>\n\u201c<em>\u00c8 brutto tornare nell\u2019ospedale da cui ci si credeva usciti per sempre<\/em>\u201d: \u00e8 un\u2019allusione alle proprie vicende di salute. E\u2019 da ammirare la discrezione, il pudore, ma anche l\u2019intensit\u00e0 di questa e di altre simili allusioni.<br \/>\nL\u2019ultimo testo infine. Non pi\u00f9 allusivo ma esplicito. Forse l\u2019ultima sua scrittura. Intitolato <em>Il futuro della citt\u00e0 terrena e il futuro della persona<\/em> apparso con la data del 29 giugno 2002 (pagina 342). Lo possiamo leggere come un addio. In esso invita \u201ca cogliere e a valorizzare i momenti sociali della nostra esistenza protesa in avanti\u201d e poi dice:<br \/>\n<em>In tale contesto le parole \u201cnon abbiamo qui una citt\u00e0 permanente ma cerchiamo una \u201cfutura\u201d suonano fortemente suggestive a patto che esse siano intese non come semplice descrizione-registrazione della nostra cronaca, che ci sollecita volenti o nolenti a uscire dalle nostre terre e dalle nostre patrie, ma come invito dall\u2019Alto a non separare il futuro storico dal futuro assoluto, dalla pace della celeste Gerusalemme. Verso di essa siamo avviati, sia che lo sappiamo o no, extracomunitari senza futuro perch\u00e9 senza pane e disperati di poterlo avere, fino a soccombere nel terrorismo dei kamikaze, dando morte e dandosi la morte in una insensatezza nichilista totale, e comunitari senza futuro perch\u00e9 non sanno se e come prolungare negli anni avvenire uno standard di vita (cio\u00e8 un consumismo) quale non si era avuto mai nella storia dell\u2019umanit\u00e0. Riusciremo in questa contingenza a non dimenticare le pagine pi\u00f9 semplici del Vangelo che tante volte proprio di questo parlano e ci istruiscono? O saremo cos\u00ec sciocchi da pensare che ci sia qualche potere umano cos\u00ec forte da poterci togliere il futuro? Ricordiamolo: il futuro \u00e8 di Dio e Lui \u00e8 la nostra speranza, cio\u00e8 un futuro sempre aperto.<\/em><br \/>\nIn uno dei testi precedenti \u2013 quello del pellegrinaggio \u2013 avevamo letto: \u201c<em>Uscire dal mondo e ritornare alla casa del Padre. Accettare la storia, non temere le sue peripezie, rimanendo come Ges\u00f9 ben fermi nell\u2019intimit\u00e0 dell\u2019amore del Padre<\/em>\u201d. E\u2019 con queste sue parole che chiudo la mia presentazione. Don \u00a0Domenico che sentiva come spina nella carne, forse pi\u00f9 di ognuno di noi, le peripezie della storia e che ci invita a non temerle, ancorato in Dio. Rivolgiamo a lui il nostro applauso riconoscente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Articoli di Domenico Farias per L\u2019Avvenire di Calabria (1947-2002) Luigi Accattoli presenta il volume edito da Laruffa a cura del Meic di RC Auditorium delle Veroniche del Volto Santo &#8211;&#8230;<\/p>\n<div class=\"more-link-wrapper\"><a class=\"more-link\" href=\"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/conferenze-e-dibattiti-2\/mietendo-e-seminando\/\">Read More<span class=\"screen-reader-text\">Mietendo e seminando<\/span><\/a><\/div>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":5506,"menu_order":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","template":"","meta":{"_monsterinsights_skip_tracking":false,"_monsterinsights_sitenote_active":false,"_monsterinsights_sitenote_note":"","_monsterinsights_sitenote_category":0,"footnotes":""},"class_list":["post-5165","page","type-page","status-publish","hentry","excerpt"],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/5165","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=5165"}],"version-history":[{"count":3,"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/5165\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5167,"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/5165\/revisions\/5167"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/5506"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=5165"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}