{"id":6877,"date":"2011-07-08T21:28:25","date_gmt":"2011-07-08T21:28:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/?page_id=6877"},"modified":"2011-07-09T07:09:39","modified_gmt":"2011-07-09T07:09:39","slug":"un-episodio-della-mia-vita","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/cerco-fatti-di-vangelo\/documentazione\/un-episodio-della-mia-vita\/","title":{"rendered":"Un episodio della mia vita"},"content":{"rendered":"<p>Salve, vorrei far conoscere, l\u2019avvenimento che ha cambiato fisicamente e anche psicologicamente la mia vita. Si tratta del passaggio da una situazione di normalit\u00e0 fisica, ad una situazione d\u2019inabilit\u00e0 avvenuta alla fine di maggio del 1998, praticamente un lesione midollare che mi ha portato la perdita dell\u2019uso delle gambe dopo un intervento chirurgico nel tentativo di decomprimere il midollo spinale a livello dorsale. Devo precisare che questo racconto \u00e8 tratto dall\u2019articolo che ho pubblicato un paio di anni fa, per un periodico di una associazione culturale, della quale ero un frequentatore. L\u2019articolo fa riferimento agli appunti che ho scritto in quel periodo del 1998, post operatorio, poich\u00e9 sentivo che la situazione non stava andando secondo le previsioni e pertanto avvertivo la necessit\u00e0 di mettere per iscritto quello che segue per non dimenticare.<br \/>\nPrima di passare all\u2019esposizione dei fatti, vorrei presentarmi. Mi chiamo Castellini Benedetto, sono nato nel settembre del 1955 in un borgo, frazione del comune di Latina capoluogo dell\u2019Agro Pontino, terra bonificata dalla palude nel periodo fascista tra gli anni 20 e 30.<br \/>\nFiglio di agricoltori, sono il secondo di tre figli e come i miei coetanei nati in un borgo rurale, fin dall\u2019adolescenza si passava dallo studio durante l\u2019anno scolastico ai lavori dei campi in estate. Gli unici momenti di svago erano l\u2019escursioni che si facevano di domenica sui Lepini , monti che coronano le campagne pontine e al mare in bici.<br \/>\nDopo aver conseguito il diploma di elettronica a Velletri nel 1974 e la laurea in matematica all\u2019universit\u00e0 \u201cLa Sapienza \u201c di Roma nel 1981, nel frattempo prima della laurea avevo svolto il servizio militare, mi iscrissi e riuscii a superare i concorsi a cattedra prima per la scuola media inferiore e successivamente matematica e fisica per i licei. Mi sposai nel 1984 con Paola una ragazza di Latina, una conquista per un campagnolo come me. Nel 1985 nacque la prima figlia Chiara e poi 1988 nacque Nadia a sette mesi ma tutto si risolse per il meglio.<br \/>\nIntanto iniziavo a svincolarmi dai lavori dei campi, anche se una mano la davo sempre. Erano anni felici in cui ho seguito corsi di ballo, ho incominciato a fare nuoto in piscina e anche il lavoro d\u2019insegnante mi dava soddisfazione.<br \/>\nNel 1997 ebbi i primi sintomi di malessere: sentivo le gambe sempre pi\u00f9 pesanti, formicolio e in certe zone della gamba sinistra e insensibilit\u00e0 al dolore. Ho fatto delle indagini e da una radiografia lombosacrale risultava uno spostamento della quinta vertebra lombare rispetto alla prima sacrale (spondilolistesi). Feci visite specialistiche a Latina, a Roma e anche all\u2019ospedale ortopedico Rizzoli di Bologna, tanta fisioterapia e massaggi.<br \/>\nAnche se sentivo sollievo soprattutto facendo nuoto, non riuscivo a stare bene, fin quando mi \u00e8 stata<br \/>\nconsigliata di fare una visita neurologica dal primario di neurologia dell\u2019ospedale S. Filippo Neri di Roma, in seguito il dottore decide di voler indagare ricoverandomi nel suo reparto e promettendomi tutti gli accertamenti possibili per diagnosticare e curare il problema, che secondo lui non doveva dipendere dalla spondilolistesi. Finalmente era quello che cercavo, vederci chiaro e cos\u00ec il giorno successivo della visita parto per farmi ricoverare e qui inizia il mio racconto tornando al\u2026\u2026\u2026<br \/>\n\u2026\u20267 maggio 1998:<br \/>\nEccoci partiti verso Roma destinazione S. Filippo Neri, nell\u2019auto siamo io, Vincenzo (fratello di Paola) alla guida e Paola mia moglie. Prendiamo la Pontina, i chilometri passano sotto l\u2019auto tra una chiacchiera e l\u2019altra, tanto \u00e8 vero che non ci accorgiamo di aver passato lo svincolo per la Cassia dove \u00e8 ubicato l\u2019ospedale. Per tornare indietro e prendere il raccordo anulare dobbiamo fare un giro strano sulla Cristoforo Colombo. Preso il raccordo, la Cassia e la Trionfale, arriviamo finalmente all\u2019ospedale S. Filippo Neri.<br \/>\nL\u2019aspetto \u00e8 di un vecchio policlinico circondato da un muro con tanti padiglioni interni, alcuni anche diroccati e fuori uso, la struttura pi\u00f9 vecchia risale al periodo del fascismo e serviva, per quello che mi \u00e8 stato detto successivamente, ai malati di tubercolosi.<br \/>\nSbrigate le prime formalit\u00e0 burocratiche d\u2019ingresso, ci avviamo a piedi al reparto di neurologia. Attraversiamo una zona aperta dove ci sono spazi verdi con alberi: tigli, pini, forse qualche acero e con molte panchine. Arrivati all\u2019edificio dall\u2019aspetto piuttosto decadente, sono accompagnato con Paola e Vincenzo, nella camerata dove mi \u00e8 stato assegnato il letto.<br \/>\nCi sono sei letti, il mio \u00e8 in mezzo a destra, l\u2019armadietto dove porre la borsa e vestiti \u00e8 piuttosto stretto e a fatica riesco a fare entrare tutto. Il mio stato d\u2019animo \u00e8 triste e piuttosto confuso, mi siedo sul letto e parlo con Paola, mentre Vincenzo esce per sbrigare alcune faccende.<br \/>\nArriva il momento in cui Paola e Vincenzo devono tornare a casa, li saluto con il cuore a pezzi mentre li vedo andare via.<br \/>\nIncomincio a conoscere i miei vicini di letto, a destra c\u2019\u00e8 Mario un operaio in pensione dell\u2019Enel, entrato per dei disturbi di deambulazione e per una visione che a volte sdoppia gli oggetti. Alla mia sinistra il letto \u00e8 vuoto e vicino c\u2019\u00e8 il tavolino con i piatti del pranzo ancora pieni, poi vengo a sapere che \u00e8 un casertano, simpatico, entrato per problemi di formicolii alle gambe.<br \/>\nDi fronte a sinistra c\u2019\u00e8 un ragazzo giovane, poco pi\u00f9 di trent\u2019anni Renato sposato da poco ricoverato per accertamenti dovuti ad un\u2019emorragia celebrale, di fronte c\u2019\u00e8 Giovanni un maestro di scuola elementare in pensione, anche lui con problemi di deambulazione, ed infine Aldo ricoverato per accertamenti neurologici che non ho capito.<br \/>\nIl clima \u00e8 cordiale e socializzo subito con i compagni di camera, vengo, da ognuno di loro, a conoscere i fatti personali che riguardano il lavoro, la famiglia le abitudini, tutto tranne che problemi di ricovero. Dopo circa un\u2019ora dalla cena delle 18, vedo Giovanni e altri che avvicinano un paio di tavolini, e tirano fuori un mazzo di carte napoletane, m\u2019invitano a giocare, ma visto che sono gi\u00e0 in quattro: Giovanni, Mario, Aldo e il casertano, lascio loro il gioco e io mi metto a leggere il II volume del Poema dell\u2019Uomo Dio che mi sono portato da casa. Le ore procedono, mi trovo a mio agio e mentre il quartetto gioca anche con un certo interesse, io sono completamente immerso nella lettura.<br \/>\nAd un cero punto stanchi di giocare a carte, risistemano i tavolini e vanno a dormire, questa sar\u00e0 una prassi di tutte le sere durante il mio periodo di ricovero in neurologia, io continuo a leggere fino a quando ormai stanco spengo la luce e mi addormento.<br \/>\nAlle sei del giorno successivo, arriva un infermiere con il laccio emostatico mi fora una vena e incomincia a riempire le fialette, avrei dovuto fare pip\u00ec in una provetta lasciata la sera prima, ma me ne sono dimenticato mi toccher\u00e0 farlo il giorno dopo.<br \/>\nPassano alcuni giorni e sono sottoposto a continui accertamenti: potenziali magnetici, potenziali evocati, lastre, fin quando il luned\u00ec successivo, mi prenotano per una risonanza dorsale da fare fuori dell\u2019ospedale.<br \/>\nAlle otto di mattina, del luned\u00ec successivo, l\u2019ambulanza \u00e8 pronta, ci sono gi\u00e0 delle persone dentro, mi rendo conto che per fare lo scalino dell\u2019ambulanza faccio un po\u2019 di fatica, tanto che l\u2019autista mi d\u00e0 una spinta dietro. Si parte e si ferma al portico d\u2019ingresso per far salire una donna, rimaniamo ancora in attesa per sbrigare alcune formalit\u00e0 burocratiche. Finalmente si parte e si esce dall\u2019ospedale tra una chiacchiera e l\u2019altra l\u2019ambulanza si ferma, il primo a scendere sono io, l\u2019autista mi accompagna ed io lo seguo lentamente, c\u2019\u00e8 un tecnico di laboratorio che mi aspetta dentro, mi fa togliere i pantaloni e mi adagia su un lettino e mi infila nella macchina. Rimanere dentro a quella specie di cunicolo immobile e con un rumore di sottofondo \u00e8 piuttosto noioso e anche stressante, dopo una trentina di minuti, il tecnico mi inietta un liquido di contrasto e dopo altri dieci minuti finalmente finisce tutto, mi rivesto e attendo l\u2019autista. Pochi minuti d\u2019attesa rivedo l\u2019autista, riprende la mia cartella e si riparte per tornare in ospedale.<br \/>\nRientro nella mia camerata, c\u2019\u00e8 ancora il primario con la sua equipe in visita, mi viene chiesto come \u00e8 andata e io rispondo con un ok. I giorni successivi passano abbastanza velocemente senza grossi problemi a parte la difficolt\u00e0 sempre maggiore a camminare, forse sar\u00e0 per questa prolungato riposo forzato, comunque la compagnia \u00e8 piacevole si gioca sempre a carte la sera mentre io continuo a leggere il mio libro, i miei compagni di camera mi chiedono cosa sto leggendo e io spiego che si tratta del primo anno di evangelizzazione di Ges\u00f9 in cui, con i primi discepoli, guarisce una gran quantit\u00e0 di gente, ma il miracolo fisico \u00e8 un mezzo per far comprendere che Dio esiste, ci vede e ci assiste sempre.<br \/>\nArriva venerd\u00ec e vengo a sapere quali sono i risultati della risonanza, il primario dr. Fiume mi annuncia che la causa dei miei mali, convalidata anche dagli accertamenti fatti in ospedale \u00e8 un\u2019ernia dorsale tra la sesta e settima vertebra dorsale. La soluzione \u00e8 \u201ctagliare\u201d (parole testuali) e secondo il primario tolto il dente malato dovrei risolvere i miei problemi. Sono felice una semplice ernia, si ipotizzava qualcosa di pi\u00f9 grave, una operazione che non dovrebbe essere complicata poi un po\u2019 di fisioterapia e sarei tornato a correre, a ballare (negli anni precedenti io e Paola avevamo frequentato un corso di ballo) a nuotare e poi sarei tornato in classe ad insegnare le mie materie, insomma sarei tornato ad essere come prima o forse meglio poich\u00e9 mi sar\u00e0 tolta la causa della compressione midollare. Il primario passa in rassegna anche gli altri degenti, il casertano, Giovanni, Mario, Renato e Aldo saranno dimessi ognuno con una cura, da controllare poi successivamente.<br \/>\nSolo Renato ed io dovremo sostenere un intervento chirurgico. Renato \u00e8 pi\u00f9 preoccupato di me perch\u00e9 il suo intervento \u00e8 cerebrale, asportazione dell\u2019angioma facendo attenzione a non intaccare la materia cerebrale. Io penso di essere pi\u00f9 fortunato perch\u00e9 tutto sommato \u00e8 un intervento lontano dal cervello. Il luned\u00ec successivo vengo trasferito al reparto di neurochirurgia, mentre Renato torna a casa per un breve periodo di riposo prima dell\u2019intervento. Comincio a conoscere i nuovi \u201ccoinquilini\u201d di camerata: Antonio, Fabrizio, Giancarlo e poi verr\u00e0 Vincenzo un formidabile giocatore di tressette. Ognuno ha la sua storia da raccontare e tutti siamo nell\u2019attesa di essere operati. Quella che pi\u00f9 m\u2019impressiona \u00e8 la storia di Fabrizio, un ragazzo di ventidue anni che a dicembre del \u201997, aveva fatto un incidente frontale con il suo motorino contro un altro motorino. Il risultato \u00e8 che la parte frontale del cranio si era fratturata, ed \u00e8 stato in terapia intensiva per due mesi e ha dovuto sostenere vari interventi per rimuovere le schegge ossee, ora \u00e8 in attesa per la ricostruzione della parete frontale.<br \/>\nA destra del mio letto c\u2019\u00e8 Arturo, rantola molto, ha la testa fasciata, non \u00e8 pienamente cosciente, ogni tanto risponde quando lo svegliano dal torpore, di notte tossisce continuamente e non ci fa dormire, il giorno successivo \u00e8 il giorno dell\u2019intervento per Fabrizio. Arrivano i portantini, Fabrizio si sveglia e indossa un camice verde, si mette sul lettino, ci saluta e si avvia alla sala operatoria.<br \/>\nPassano alcune ore, quattro o cinque, e Fabrizio ritorna in camerata ancora sotto l\u2019effetto dell\u2019anestesia. Vicino alla testa ha due sacche collegate con dei tubicini al cranio e servono per il drenaggio del sangue. L\u2019operazione \u00e8 ben riuscita, ha intorno gli amici, Fabrizio si riprende abbastanza presto e alla grande, beato lui. Nel frattempo viene ricoverato Tonino, un anzianotto che sorride sempre, i suoi famigliari sono preoccupati, infatti, arriva un chirurgo e gli dice che deve fargli un buco nel cranio per aspirare l\u2019ematoma, lui dice di s\u00ec e sorride. Viene rasato e anche lui indossa il camice verde e si mette in attesa. Arrivano gli infermieri con la cena per tutti, anche Tonino vorrebbe cenare, ma gli dicono di no perch\u00e9 dovr\u00e0 essere operato, deluso si rimette a letto.<br \/>\nArrivano i portantini per Tonino, gli fanno posare tutto sul comodino, anche la dentiera, passano poco pi\u00f9 di due ore e lo vediamo rientrare sveglio e anche bello sorridente, tutto \u00e8 andato bene. I suoi parenti si felicitano e sono orgogliosi del loro Tonino.<br \/>\nIntanto io mi sento sempre pi\u00f9 male e mi accorgo che pi\u00f9 passa il tempo e pi\u00f9 mi sto bloccando. Faccio una gran fatica per andare solamente al bagno e a telefonare, inoltre per stare in piedi mi devo sempre appoggiare a qualche cosa. Anche Arturo sta sempre peggio, di notte non ci fa dormire per i rantoli e il respiro asmatico. A notte inoltrata succede una cosa strana e buffa, Tonino operato da poco, si alza in piedi con tutte le flebo attaccate alle vene con gli aghi e incomincia a camminare. Io gli dico: \u201cfermati Tonino hai ancora le flebo attaccate\u201d, lui si ferma un attimo, intanto una bottiglia della flebo cade sul letto vicino, poi con passo deciso si avvia al bagno trascinando le bottiglie a terra frantumandole. Arrivano gli infermieri, incominciano ad asciugare e raccogliere i cocci di vetro. Intanto torna Tonino dal bagno tutto soddisfatto, forse per aver fatto pip\u00ec, con ancora un pezzo di bottiglia che trascina ancora attaccata tramite il tubicino con un ago al braccio.<br \/>\nGli infermieri lo rimproverano, lui se ne frega dei rimproveri e si rimette a letto, un infermiere gli toglie l\u2019ago e lo lascia libero senza flebo. Il resto della notte trascorre tranquillamente, finalmente si dorme. Il giorno successivo arriva Renato e viene ricoverato nella camera a fianco, mi dice che l\u2019operazione sar\u00e0 fatta nel giorno successivo, io gli faccio i miei pi\u00f9 fervidi auguri. Intanto Arturo \u00e8 arrivato ad una situazione limite, viene preso dagli infermieri del reparto di terapia intensiva e lo portano via.<br \/>\nArriva anche per Renato il momento per l\u2019operazione, gli viene rasata la testa e incappucciata, indossa il camice verde e si mette in attesa, gli parlo per incoraggiarlo. Arrivano i portantini, lo adagiano sul lettino a ruote e mentre lo portano via gli faccio un cenno di saluto con la mano augurandogli in bocca al lupo.<br \/>\nFabrizio si riprende alla grande \u00e8 in piedi, non ha avuto bisogno di cateteri e ha un buon aspetto. Renato esce dalla sala operatoria dopo alcune ore e lo portano direttamente in terapia intensiva, ci rimane una giornata e poi torna in camera. Sta bene, lo vado a trovare, parliamo del pi\u00f9 e del meno, c\u2019\u00e8 anche sua moglie e un suo amico. Lui parla della terapia intensiva e di come veniva monitorato, ci fa intendere che non gli piaceva e vedeva l\u2019ora di tornare in reparto. Dopo un po\u2019 li lascio e torno in camera, sento che la schiena mi fa sempre pi\u00f9 male, ma ormai \u00e8 questione di qualche giorno e poi finalmente toccher\u00e0 anche a me e precisamente mercoled\u00ec 27 maggio. Il giorno successivo mi viene a trovare Renato su una carrozzella spinto dalla moglie, anche lui si sta riprendendo alla grande. Intanto vengono dimessi Fabrizio e Tonino, ci salutiamo e sono contento per loro, anch\u2019io dopo quasi un mese dal ricovero, non vedo l\u2019ora di uscire e tornare a casa. Passano alcuni giorni e arriva il giorno della vigilia del mio intervento, intanto arrivano in camera Renato e la moglie, io sono a letto e sono sorpreso di vedere Renato in piedi, mi dice che verr\u00e0 dimesso in giornata, sono contento per lui, ci scambiamo i numeri di telefono e mi chiede se potr\u00e0 telefonarmi per avere mie notizie. Parliamo un po\u2019 e poi ci salutiamo, lo vedo andare via felice.<br \/>\nArriva il giorno dell\u2019operazione, mi alzo presto, mi faccio una doccia veloce e mi faccio la barba, non faccio la colazione mi rimetto a letto e attendo in camera. Finalmente arrivano i portantini con il lettino, mi danno il camice verde, mi spoglio, tolgo la fede dal dito e l\u2019orologio metto tutto dentro il comodino, indosso il mio camice e mi trasferisco sul lettino, ora tocca anche a me. Mi fanno attendere qualche minuto davanti alla sala operatoria, poi mi trovo dentro la sala. La stanza \u00e8 piccola, mi trasferiscono sul letto della sala operatoria, mi posizionano in modo supino. Sento che il chirurgo, insieme con gli infermieri, incomincia contare le vertebre D12, D11, D10\u2026.. poi sento che perde il conto, fa piuttosto freddo, ricomincia a contare: D12, D11, D10, D9\u2026, perde ancora il conto. Sento dire \u201cstiamo attenti e mettiamo i chiodini l\u00ec\u201d, ricomincia a contare D12, D11, D10, D9, D8, D7, D6 e poi buio pesto, black out.<br \/>\nMi sveglio, mi trovo in camera nel mio letto messo di fianco, sento un gran dolore, c\u2019\u00e8 mia madre vicino, ho tanta sete, mia madre mi dice che non devo bere per alcune ore, mi bagna le labbra con un fazzoletto umido e recito un Padre Nostro. Mia madre dice che l\u2019operazione \u00e8 ben riuscita, sono contento, per\u00f2 sento che la gamba sinistra non si muove, anzi non la sento quasi per niente, mentre l\u2019altra riesco a muoverla. Anche nel giorno successivo la gamba sinistra non si muove e alla sera dello stesso giorno mi fanno una TAC. Nel giorno successivo venerd\u00ec 29 maggio, il dott. Fiume, il chirurgo che mi ha operato e fratello del primario di neurologia, mi annuncia che l\u2019indomani, sabato, avrei dovuto sostenere una seconda operazione. Non riesco a capire il motivo anche perch\u00e9 sono ancora intontito dall\u2019anestesia della prima operazione. Arriva il sabato 30 maggio, c\u2019\u00e8 mia madre e Paola che mi danno un po\u2019 di fiducia, arrivano anche i portantini per i preliminari e mi portano in sala operatoria. Di nuovo quella sensazione di freddo e poi buio pesto. Al risveglio, questa volta una brutta sorpresa, mi ritrovo in terapia intensiva, con elettrodi, flebo, cateteri e due tubi che escono dal torace collegati ad una pompa, vengo a sapere che serve per aspirare acqua dai polmoni. Le gambe non le muovo, sono molto pesanti, a fatica facendo leva con le braccia posso muovere di qualche centimetro il tronco, insomma mi sento bloccato, anche la pancia \u00e8 gonfia.<br \/>\nComunque non importa, penso che sia importante aver superato anche questa seconda operazione, poi le cose si sistemeranno da sole nel giro di qualche giorno o settimana. Vedo gli infermieri della terapia intensiva, in continuo movimento vanno da un degente all\u2019altro senza sosta, oltre prendersi cura dei ricoverati, annotano, su un registro tutto quello che fanno e le terapie somministrate. Giungo a sapere i loro nomi: Leo (Leonardo) molto simpatico, Maria ragazza molto dolce, Laura, Pina, Daniela, Roberta sempre disponibili e pronte ad aiutarmi.<br \/>\nVengono a trovarmi i dottori Fiume e Tamorri il chirurgo che ha eseguito il secondo intervento e che vedo per la prima volta. A loro chiedo della mia situazione e se ne uscir\u00f2 tornando come prima del ricovero. Alla prima domanda sono piuttosto evasivi, forse non sanno cosa dirmi e perch\u00e9 non conoscono bene il quadro clinico post operatorio, alla seconda domanda mi danno una risposta pi\u00f9 precisa dicendomi che occorreranno molti mesi di fisioterapia. Fiume mi controlla le gambe e i piedi, mi chiede di tentare qualche movimento, ma per quanto mi sforzo non muovo di un solo millimetro n\u00e9 le ginocchia, n\u00e9 le caviglie e neppure le dita dei piedi.<br \/>\nPenso, va b\u00e8 occorrer\u00e0 qualche mese di fisioterapia per recuperare e poi riprender\u00f2 il lavoro a settembre od ottobre. Fiume mi parla della clinica di S. Lucia la migliore a Roma per la terapia fisiatrica, e mi dice di far interessare i miei parenti per iniziare le procedure di trasferimento il pi\u00f9 velocemente possibile.<br \/>\nCon mia sorpresa mi accorgo che davanti a me, leggermente sulla destra, c\u2019\u00e8 Arturo in uno stato vegetativo, a fianco a me c\u2019\u00e8 un\u2019altra persona in coma, piuttosto anziana, si chiama Alfonso, di fronte una signora, insegnante di arte in pensione, mi racconta brevemente la sua storia, appena andata in pensione, acquista una casa ad Anguillara, paese sul lago di Bracciano, dopo il suo trasloco ad Anguillara scopre di avere un male, si ricovera ma dopo l\u2019intervento ha avuto alcune complicazioni ed ora si trova in terapia intensiva, comunque in giornata viene trasferita in reparto.<br \/>\nMi danno da mangiare, a pranzo c\u2019\u00e8 Leo che m\u2019imbocca, sento di avere appetito, ma il pranzo mi lascia un peso nello stomaco che con il passare delle ore oltre aver difficolt\u00e0 a digerire, mi rende anche pi\u00f9 difficile la respirazione. Arriva l\u2019orario della visita, intravedo dalla vetrata Paola, i mie genitori, Teresa mia sorella e Luigi mio cognato. Posso parlare attraverso un citofono, li informo su quanto mi hanno detto i dottori Fiume e Tamorri, il colloquio dura poco, mi lasciano qualche rivista di viaggi e paesi esotici e poi se ne vanno e gli infermieri coprono la vetrata con una tenda veneziana. Ho ancora quel peso allo stomaco che non si libera e mi d\u00e0 ansia\u2026<br \/>\n&#8230;10 novembre 2010, gli appunti finiscono cos\u00ec, in seguito ho annotato solo dei nomi per ricordare e continuare poi successivamente il racconto. Comunque ormai ci sono dentro e posso concludere<br \/>\nla storia ricordando gli avvenimenti sinteticamente. Innanzi tutto Leo mi ha aiutato a vomitare il pranzo, forse eccessivo dopo il secondo intervento, con delle pressioni precise allo stomaco. In terapia intensiva ci sono rimasto circa una settimana, essenzialmente per complicazioni polmonari post operatorie perfettamente risolte con degli esercizi respiratori e antibiotici presi con l\u2019aerosol. Di fronte a me dopo l\u2019insegnante di arte, si sono succedute altre persone con una degenza molto breve. A fianco ho visto passare Alfonso dal coma alla morte, e dire che gli infermieri erano pi\u00f9 propensi che morisse prima Arturo, invece la fisioterapista del reparto aveva costatato un certo risveglio alle dita di Arturo. Trascorsa la settimana nel reparto di terapia intensiva e su autorizzazione del pneumologo dell\u2019ospedale, mi hanno trasferito in una camerata di sei posti letto, in cui c\u2019era in atto una specie di insurrezione, ho saputo che il giorno precedente avevano lanciato le mele agli incolpevoli infermieri perch\u00e9 l\u2019attesa degli interventi chirurgici, non so bene per quale motivo, si era prolungata e rimandata oltre la pazienza dei pazienti.<br \/>\nAnche in una situazione di rivolta, mi trovavo decisamente meglio rispetto alla calma del reparto di terapia intensiva, ma devo dire che gli infermieri di terapia intensiva ogni giorno venivano a farmi visita per qualche minuto e scambiare qualche chiacchiera per il rimanente periodo di degenza all\u2019ospedale. Finalmente, grazie agli sforzi di Paola e dei mie genitori vengo accettato dall\u2019istituto di riabilitazione del S. Lucia e il giorno 8 giugno \u201898 entro al S. Lucia con tanta voglia d\u2019impegnarmi per recuperare il pi\u00f9 possibile, dopo che il dr. Fiume mi aveva persuaso che il problema era stato risolto, perch\u00e9 il midollo era stato liberato dalla compressione dell\u2019ernia, di conseguenza doveva ristendersi nel canale midollare e riformare la mielina per potersi mettere in funzione insomma era questione di qualche mese e terapia per tornare almeno come ero al mio ingresso all\u2019ospedale.<br \/>\nL\u2019istituto S. Lucia si presenta molto bene, ampi spazi verdi, campi per il tiro all\u2019arco, piste con corsie per la corsa, piscina, biblioteca, campo di basket chiuso e con tribune (S. Lucia a quei tempi, ma forse anche adesso, aveva la squadra in carrozzina di basket pi\u00f9 forte) ma non mi trovavo a mio agio, sia per l\u2019arroganza di alcuni infermieri e sia per l\u2019indifferenza di alcuni fisioterapisti che pensavano pi\u00f9 alle vacanze imminenti che alla necessit\u00e0 dei pazienti.<br \/>\nAl S. Lucia ho un paio di ricordi, anche altri sui quali vorrei sorvolare, il primo \u00e8 una persona che si trovava, oltre altre due, in camera con me Joseph Franz un ragazzo poco pi\u00f9 di trent\u2019anni tetraplegico (lesione cervicale e paralizzato dalle braccia in gi\u00f9) nativo di Sierra Leone.<br \/>\nUn ingegnere che lavorava per una azienda italiana, il suo incidente \u00e8 successo in auto in un paese africano, lui non era alla guida si trovava dietro e stava riposando nel momento dell\u2019incidente. Fatto sta che al risveglio si \u00e8 trovato in ospedale intubato senza capire cosa fosse successo. Successivamente gli viene spiegato cosa era accaduto e che dei quattro passeggeri lui \u00e8 stato l\u2019unico a subire le conseguenze pi\u00f9 gravi. Purtroppo nel periodo di degenza in Africa al problema della lesione midollare cervicale si era aggiunto il problema di una grossa piaga da decubito, per questo motivo e per la fisioterapia che doveva fare, i dirigenti dell\u2019azienda hanno pensato di trasferirlo a Roma al S. Lucia. Per guarire la piaga molto profonda, che io stesso avevo visto, passava quasi tutto il tempo a letto e quindi difficilmente lo mettevano in carrozzina. Per fare fisioterapia, a differenza di noi che andavamo in palestra, lui la faceva in camera poco pi\u00f9 di una mezz\u2019ora al giorno. Mi ricordo che era una persona molto affabile e paziente, mi raccontava della situazione difficile di Sierra Leone in cui c\u2019era in atto una guerriglia tra il governo e i guerriglieri contrari al governo. Era molto preoccupato per sua sorella e suo cognato militare del governo. Difficilmente riceveva visite ma quando venivano i suoi amici africani era molto felice. Insomma si era creato, tra me e lui, una bella<br \/>\namicizia, ricordo che quando sono andato via, mi sembrava che qualche lacrima gli fosse scappata. Il<br \/>\nsecondo \u00e8 legato ad un aiutante infermiere, di nome Salvatore che dava una mano agli infermieri ad alzare e mettere in carrozzina i pazienti. Siccome era l\u00ec da molto tempo e aveva visto una moltitudine di persone pi\u00f9 o meno paralizzate, gli chiesi se secondo lui sarei tornato a camminare. Dopo che si \u00e8 fatto pregare un bel po\u2019 per darmi una risposta, sentenzi\u00f2 che poter camminare avrei avuto bisogno di un miracolo, come dire: \u201dcos\u00ec sei e cos\u00ec rimarrai\u201d. Ci rimasi piuttosto male e ogni volta che mi vedeva continuava a ripetere che non sarei pi\u00f9 tornato in piedi. Giuliana, un\u2019amica che veniva spesso a trovarmi, notando la mia insoddisfazione mi propose e consigli\u00f2 di passare all\u2019istituto di riabilitazione di Montecatone, io acconsentii e il 27 luglio \u201898 dissi addio al S. Lucia per trasferirmi a Montecatone in provincia di Bologna. Il trasferimento avvenne con una ambulanza affittata perch\u00e9 non potevo stare a lungo seduto per via di un busto removibile acquistato all\u2019ospedale di S.Filippo Neri che dovevo mettermi ogni volta che mi mettevano in carrozzina, per evitare complicazioni, poich\u00e9 dopo la seconda operazione le vertebre dorsali sesta e settima (D6 e D7), erano state stabilizzate con due placchette e viti al titanio (che ho tutt\u2019ora). Montecatone non era cos\u00ec attrezzato come il S. Lucia, ma si respirava un\u2019aria di maggiore efficienza. Il tempo che si passava in palestra era di gran lunga<br \/>\nmaggiore rispetto a S. Lucia anche se c\u2019erano solo due fisioterapiste per una decina di pazienti. Ho un<br \/>\nricordo piacevole della fisioterapista Katy, una ragazza appena rientrata dal viaggio di nozze, piuttosto robusta e con un modo di fare molto concreto, tipico degli emiliani, che ci incitava a fare di pi\u00f9 e meglio. A Montecatone ho incominciato a fare i primi passi con dei particolari tutori, stivaloni opportunamente studiati dalla prof.ssa Vannini, specializzata in ortopedia e responsabile dell\u2019istituto. Questi tutori permettevano, portando la pancia in avanti, una postura eretta e con l\u2019aiuto di un deaumbulatore, un trabiccolo a quattro zampe snodabile, si ricominciava a muovere un passo avanti l\u2019altro con gran fatica ma con la soddisfazione di sentirsi per un breve percorso ancora \u201cbipedi\u201d. Nel primo periodo a Montecatone sono stato ricoverato al terzo piano nel reparto dei ricoverati acuti, dove gli infermieri ti aiutavano a trasferirti dal letto alla carrozzina e viceversa e venivano a girarti a mezzanotte. In quell\u2019ambiente ho conosciuto due persone con le quali tutt\u2019ora mantengo dei contatti: Sebastiano un cardiologo di Siracusa, il suo incidente \u00e8 stato la perdita del controllo del motorino che stava guidando a causa di un po\u2019 di brecciolino sulla strada, in questo modo cadendo e scivolando oltre l\u2019incrocio era stato travolto da un\u2019auto che passava in quell\u2019istante procurandogli una lesione midollare dorsale, e Nicola un carpentiere e capomastro di una ditta edile di Bari, caduto da<br \/>\nun\u2019impalcatura a causa di uno svenimento, che anche a lui gli ha procurato una lesione midollare.<br \/>\nVia, via che passava il tempo miglioravo la mia autonomia tanto che alle ultime settimane di permanenza a Montecatone passai dal reparto degli acuti a quello degli autonomi al piano terra. In questo reparto gli infermieri erano pochi perch\u00e9 i degenti erano in grado di fare tutti i tipi di passaggi<br \/>\nanche quelli per fare una doccia e di notte non c\u2019era nessuno che veniva a girarti. Comunque il 3 ottobre 1998 fui dimesso da Montecatone e cos\u00ec dopo cinque mesi dalla mia partenza da casa per il S. Filippo Neri ritornavo a casa come un reduce di guerra. A venirmi a prendere furono Vicenzo e Paola, mio cognato ci teneva in modo particolare a riportarmi a casa. Ricordo che a mano a mano che mi avvicinavo a casa sentivo come un rifiuto, se fosse stato possibile avrei chiesto a Vincenzo di riportarmi a Montecatone che ormai sentivo come la mia casa. Tornavo, non come immaginavo e promesso all\u2019uscita di S. Filippo Neri, ossia con le mie gambe, ma con una carrozzina sgangherata perch\u00e9 l\u2019ASL di Latina non mi aveva approvato l\u2019acquisto della carrozzina e i tutori che Montecatone mi aveva lasciato con la speranza che l\u2019ASL li approvasse, altrimenti avrei dovuto pagarli io. Successivamente mi verr\u00e0 riconosciuta la mia inabilit\u00e0: \u201cparaplegia\u201d tramite una commissione appositamente riunita dopo pochi mesi dal mio ritorno. Prima di continuare vorrei spiegare cos\u2019\u00e8 una lesione midollare o mielolesione. Come dice la parola stessa la lesione \u00e8 una ferita a livello neurologico del midollo spinale. Con la morte di neuroni e la mancanza di sinapsi, non vengono trasmessi i messaggi sensitivi dalla periferia al sistema nervoso principale di conseguenza il<br \/>\ncervello non ricevendo tali messaggi, non pu\u00f2 prendere decisioni per mandare ai muscoli gli stimoli per i movimenti. Quindi pi\u00f9 \u00e8 alta la lesione maggiore \u00e8 il danno. Se \u00e8 al livello cervicale si ha una tetraplegia, blocco degli arti superiori (braccia e mani), tronco e arti inferiori (gambe e piedi), se \u00e8 a livello dorsale si ha un blocco dal tronco alle gambe, se \u00e8 a livello lombare solo gambe.<br \/>\nNaturalmente se la lesione non \u00e8 completa qualcosa si conserva sia per la sensibilit\u00e0 sia per la motoriet\u00e0. Invece, quello che non si conserva e che crea parecchi problemi (qualsiasi sia il livello della lesione midollare) \u00e8 la minzione come comunemente s\u2019intende, quindi per fare pip\u00ec occorre \u201cforzare\u201d lo sfintere non pi\u00f9 controllato dal cervello. Questo comporta continue infezioni urinarie, che per me significava febbre alta, anche 40\u00b0C, e tremore con uso di antibiotici oltre la norma e quindi batteri sempre pi\u00f9 resistenti e con possibilit\u00e0 di danni ai reni.<br \/>\nQuesto \u00e8 stato il motivo per il quale nel mese di agosto del 2000 ho abbandonato l\u2019insegnamento, chiedendo il prepensionamento anticipato calcolato sui i miei pochi annidi lavoro circa 15 o 16 e comunque \u00e8 stato meglio cos\u00ec perch\u00e9 mi sono liberato da impegni di lavoro, per concentrarmi sui piccoli ma significativi miglioramenti dei primi anni dopo gli interventi. Innumerevoli sono stati i ricoveri per la fisioterapia per accertamenti e cure all\u2019apparato urinario.<br \/>\nMarzo 1999 Motecatone per due mesi, giugno 1999 Magenta per accertamenti urologici, settembre 2000 ricovero a Madonna della Letizia Velletri, settembre 2002 ricovero per due mesi di fisioterapia a<br \/>\nMontecatone, a partire dal 2001, fino al 2005 ogni anno nel periodo di giugno andavo in day hospital a<br \/>\nMagenta per accertamenti e particolari trattamenti alla vescica con la tossina botulinica. Innumerevoli sono state le visite specialistiche: neurofisiatri, ortopedici, neurologi e neurochirurghi, e in base a risonanze e radiografie fatte successivamente al mio ritorno, gran parte dei neurochirurghi concordavano nel ritenere che il giusto approccio per risolvere il mio problema sarebbe stato il secondo intervento chirurgico, ossia per via toracica, senz\u2019altro pi\u00f9 complicato per l\u2019organismo ma meno stressante per il midollo. Comunque, dopo qualche anno, ho contattato il dr. Fiume, il quale quando mi visto mi ha detto che avevo secondo lui ancora margini di recupero.<br \/>\nSuccessivamente ho contattato anche il dr. Tamorri, al quale gli ho fatto notare dalle ultime risonanze<br \/>\nmagnetiche un residuo di ernia che come un pinnacolo spinge sul midollo, al disopra delle vertebre<br \/>\nstabilizzate dove sono stato operato. Il dr Tamorri mi ha incoraggiato dicendomi che si poteva tentare un secondo intervento e forse ne avrei avuto dei benefici, quindi dopo avermi fatto fare i potenziali evocati esami &#8211; che misurano il tempo di risposta per gli stimoli della sensibilit\u00e0 e motoriet\u00e0 &#8211; in una seconda visita ha deciso di non fare pi\u00f9 nulla, non ricordo il motivo (forse troppo rischioso) lasciandomi un senso di delusione sia come persona e sia come professionalit\u00e0 di chirurgo. A distanza di tutto questo tempo, quello che pi\u00f9 mi irrita \u00e8 che non sono mai stato informato, prima delle operazioni, dei possibili rischi di un intervento al midollo a livello dorsale. Devo dire per\u00f2, i progressi migliori li ho avuti a partire dal 1999 fino al 2001, grazie anche agli incoraggiamenti del fisioterapista Giancarlo, che mi ha dato fiducia e ha compreso che le caviglie si erano rinforzate e non avevo pi\u00f9 bisogno dei tutori; di conseguenza ho iniziato a camminare con delle semplici scarpe e con l\u2019aiuto dei tetrapodi o quadripoli, bastoni che terminano con quattro zampe. Quindi ho potuto fare e ancora faccio le scale di casa, circa una ventina di scalini con gran fatica e impiegando cinque o dieci minuti a secondo di quanto mi rispondono i muscoli delle gambe ma anche con gran soddisfazione<br \/>\nnello stare in piedi. Ho una gamba migliore, la destra, con la quale riesco ad alzare il piede a livello dello scalino, mentre la sinistra, pur permettendomi di stare in piedi mi rendo conto che dopo un po\u2019 la trascino.<br \/>\nHo acquistato, su consiglio di un ortopedico di Montecatone, un tapis roulant (attrezzo con un tappeto che rotola) e su questo cerco di camminare 15 \u2013 20 minuti un paio di volte al giorno, altro non faccio, perch\u00e9 non posso abusare di quelle poche fasce muscolari che riesco ancora a controllare, altrimenti si irrigidiscono aumentando la spasticit\u00e0 e le contrazioni muscolari involontarie (i cloni). Comunque il mio modo di camminare rimane faticoso, molto lento e sempre con il rischio di cadere per una improvvisa contrazione muscolare incontrollabile, pertanto per potermi muovere con sicurezza e celerit\u00e0 mi \u00e8 indispensabile l\u2019uso della carrozzina.<br \/>\nNel 2000 ho acquistato un\u2019auto con il cambio meccanico, adattata per il mio problema con un meccanismo chiamato \u201cguida simplex\u201d ma posso assicurare che non c\u2019\u00e8 nulla di semplice a guidare un\u2019auto \u201caccroccata\u201d come il sottoscritto. Rifatto l\u2019esame di guida, l\u2019auto mi ha permesso una maggiore autonomia di movimento, caricando naturalmente la carrozzina dietro.<br \/>\nMa quello che pi\u00f9 mi d\u00e0 soddisfazione, dato che attualmente ho abbandonato la fisioterapia sia da ricoverato sia in ambulatorio, \u00e8 la piscina, ho ricominciato dal 2001 e se riesco ci vado almeno tre volte alla settimana.<br \/>\nMi \u00e8 possibile entrare in acqua senza alcun aiuto n\u00e9 da volontari, n\u00e9 con attrezzature particolari, perch\u00e9 riesco a scendere e risalire in carrozzina da solo, quindi una volta che sono in acqua, mi sento a mio agio, la spasticit\u00e0 e le contrazioni muscolari tendono a diminuire. Considero l\u2019acqua della piscina come un laboratorio e io sono la cavia dove sperimentare tutti i possibili esercizi. Ad esempio galleggiando a pancia in su e alzando un braccio l\u2019acqua tende a ruotare il corpo verso il braccio alzato, facendo resistenza alla rotazione posso rinforzare i muscoli addominali e lombari, oppure in apnea sedendomi e con l\u2019aiuto di Archimede (la spinta) muovo tutte le articolazioni: anche, ginocchia e caviglie come se fossi in bicicletta, un movimento simile a quello dei giocatori di pallanuoto. I movimenti sono pi\u00f9 ampi e armoniosi rispetto a quelli fatti su un lettino di fisioterapia o camminando con i tetrapodi, il tutto senza gravare sulle articolazioni.<br \/>\nAlterno gli esercizi con il nuoto stile, dorso e rana, naturalmente non c\u2019\u00e8 confronto con chi nuota regolarmente con braccia e gambe, comunque le mie vasche le faccio e ultimamente noto che rispetto ai primi anni, quando andavo a stile e le gambe tendevano ad abbassarsi a tal punto che mi sembrava di arare l\u2019acqua invece di nuotare, dovevo far uso di un galleggiante (pull boy) da mettere tra le gambe. Adesso le gambe oltre ad avere un cenno di movimento, galleggiano con meno fatica forse perch\u00e9 i muscoli dei glutei si sono rinforzati. Anche camminare in acqua, reggendomi alla corda che divide la corsia, mi \u00e8 pi\u00f9 semplice e meno faticoso che camminare normalmente fuori dall\u2019acqua. Insomma dopo un\u2019ora di piscina mi sento stanco ma rilassato fisicamente e moralmente e per il resto della giornata mi sento in pace con me stesso e con il mondo. Devo lo stesso sempre stare attento a non esagerare con gli esercizi, per il motivo che ho gi\u00e0 detto sopra, altrimenti il giorno dopo c\u2019\u00e8 uno sciopero generale tale che le gambe si rifiutano di stendersi e darmi la possibilit\u00e0 di rimettermi in piedi e a quel punto occorre un p\u00f2 di riposo e un antinfiammatorio.<br \/>\nAttualmente il mio rapporto con Dio \u00e8 altalenante, a volte mi sembra che non esista o che sia solo una necessit\u00e0 umana per consolarci della morte, altre volte invece invoco il suo aiuto e penso che se non ci fosse sarebbe una grande fregatura, specialmente per chi ha vissuto una vita di stenti (vedi parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro). Devo riconoscere e sono grato per le grazie ricevute<br \/>\ndirettamente e indirettamente per i miei famigliari, ma la pi\u00f9 grande \u00e8 che a partire dalla mia generazione, anche in un clima di antagonismo di guerra fredda tra capitalismo e comunismo, ho potuto vivere in pace senza conoscere fame, distruzione, terrore, tipiche di una situazione di guerra in cui i nostri genitori, nonni, bisnonni\u2026. hanno vissuto e che in molte parti del mondo vivono tuttora con gran terrore purtroppo!<br \/>\nCon l\u2019ambiente cittadino e con la gente, il mio rapporto \u00e8 buono in teoria, perch\u00e9 c\u2019\u00e8 sempre qualcuno pronto ad aiutarti, ma in pratica difficile perch\u00e9 trovi sempre auto che occupano posti riservati ai disabili senza alcuna autorizzazione, una volta ho chiamato la polizia municipale mi \u00e8 stato risposto che sarebbero intervenuti subito, ma dopo una buona mezz\u2019ora di attesa me ne sono andato senza alcun intervento della suddetta polizia.<br \/>\nAuto, anche una della polizia di stato, parcheggiate sulle rampette di accesso ai marciapiedi e marciapiedi che se sali sopra con la carrozzina, non sei pi\u00f9 sicuro di poter scendere, poi non parliamo<br \/>\ndell\u2019inadeguatezza dei mezzi pubblici. Insomma soprattutto qui in Italia, manca il rispetto, la cultura e l\u2019educazione da parte della gente \u201cnormodotata\u201d per chi ha problemi di handicap ed \u00e8 un po\u2019 pi\u00f9<br \/>\nsvantaggiato. Dico sempre a tutti che chi volesse provare e constatare di persona le difficolt\u00e0 delle barriere architettoniche, propongo un giro per la citt\u00e0 di Latina in mia compagnia e con una carrozzina che metto a disposizione gratuitamente.<br \/>\nCon la famiglia ho avuto un rapporto non sempre idilliaco, nel senso che il mio carattere gi\u00e0 introverso \u00e8 peggiorato e c\u2019\u00e8 voluta la santa pazienza di Paola (e anche di mia madre e mio padre) per sopportarmi in momenti di crisi, che attualmente ho ancora. Cerco di sforzarmi ad un maggiore autocontrollo ma mi rendo conto che sono incostante e a volte incoerente. Purtroppo anche con le figlie che da adolescenti nel \u201998, sono diventate adulte senza che me ne accorgessi e quindi ho perso quella confidenza che un genitore dovrebbe avere e coltivare con i propri figli, anche se cerco di riconquistarlo.<br \/>\nPrima di concludere, vorrei fare un appello e una raccomandazione, forse ripetuto per all\u2019ennesima potenza dai mass media, indirizzato soprattutto ai ragazzi ma anche agli adulti: nei vari ricoveri ho visto e ho parlato con molti giovani che per un incidente d\u2019auto o di moto, si sono ritrovati in carrozzina perch\u00e9 hanno sottovalutato il pericolo o perch\u00e9 provano una sensazione d\u2019invulnerabilit\u00e0, soprattutto dopo una nottata in discoteca o nei pub.<br \/>\nQuindi perch\u00e9 farsi del male per mancanza di un po\u2019 d\u2019attenzione e di prudenza, basti pensare quanto \u00e8 complesso il nostro organismo frutto di milioni d\u2019anni d\u2019evoluzione, che nessun laboratorio o scienziato non sar\u00e0 mai in grado di riprodurre con un robot tutti i possibili movimenti e automatismi. Ogni tanto perch\u00e9 non lasciare, auto, moto e motorini, e riprendere la vecchia bici o semplicemente camminare, fare un passo avanti l\u2019altro, e sentire il peso del proprio corpo sul piede d\u2019appoggio, per poi liberarlo e mandarlo avanti all\u2019atro piede che diventer\u00e0 a sua volta d\u2019appoggio.<br \/>\nIl gusto di manipolare oggetti di stringere o di allentare la presa ecc. sembrano cose scontate che possano durare un\u2019intera vita e invece in un attimo si potrebbe perdere tutto, il giocattolo quando \u00e8 stato rotto \u00e8 difficile ma il pi\u00f9 delle volte impossibile, con le attuali conoscenze, aggiustarlo.<br \/>\nA pi\u00f9 di dodici anni di distanza dal fatidico doppio intervento e rendendomi conto che questa sar\u00e0 la mia vita fino alla fine, se non mi succede qualcos\u2019altro di peggiore, ancora oggi fatico ad accettare l\u2019idea di dover rimanere in carrozzina e forse non l\u2019accetter\u00f2 mai anche se la carrozzina, come gi\u00e0 ho scritto sopra, sar\u00e0 necessaria per potermi muovere; inoltre memore di quanto ha detto Salvatore, la speranza di un \u201caiuto dal cielo o dalla ricerca\u201d rimarr\u00e0 sempre in me.<br \/>\nQui chiudo il mio racconto, anche se i ricordi affiorano continuamente. Ringrazio chi ha avuto la bont\u00e0 e la pazienza di leggerlo, mi \u00e8 costata un po\u2019 di fatica e amarezza ripensare e ordinare gli avvenimenti, ma sono contento averlo fatto.<br \/>\nCordiali saluti Benedetto Castellini.<br \/>\nNovembre 2010<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Salve, vorrei far conoscere, l\u2019avvenimento che ha cambiato fisicamente e anche psicologicamente la mia vita. 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