{"id":7092,"date":"2011-08-07T13:49:55","date_gmt":"2011-08-07T11:49:55","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/?page_id=7092"},"modified":"2011-08-07T13:49:55","modified_gmt":"2011-08-07T11:49:55","slug":"quand%e2%80%99era-facile-la-fede-e-difficile-la-carita","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/collaborazione-a-riviste\/quand%e2%80%99era-facile-la-fede-e-difficile-la-carita\/","title":{"rendered":"Quand\u2019era facile la fede e difficile la carit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><strong>Che cosa pu\u00f2 insegnarci Margherita di Citt\u00e0 di Castello<\/strong><\/p>\n<p>Un narratore di \u201cfatti di Vangelo\u201d dei nostri giorni pu\u00f2 aiutare a intendere quelli del passato? O a paragonare sfide e doni della vocazione cristiana ai nostri giorni e \u2013 poniamo \u2013 al tempo di Dante? Alcuni amici di Citt\u00e0 di Castello mi hanno proposto il tema inusitato: <em>Fede e carit\u00e0 al tempo di Beata Margherita e ai nostri giorni<\/em>. Con l\u2019improntitudine del giornalista ho accettato e ho tenuto l\u2019incontro il 6 maggio al Centro Studi \u201cBeato Carlo Liviero\u201d, a Citt\u00e0 di Castello, presente il vescovo, una squadra sportiva di disabili (dell\u2019<em>Associazione Sportiva dilettantistica \u201cBeata Margherita\u201d<\/em>) e tante persone.<\/p>\n<p>In San Domenico il pomeriggio avevo visto per la prima volta l\u2019urna della Beata e un poco l\u2019avevo amata anche nella sua spoglia, cos\u00ec piccola. Era cieca, rachitica, gobba e storpia (la gamba destra pi\u00f9 corta della sinistra) e ne ho parlato come della donna delle beatitudini: \u201cbeati i poveri, gli afflitti, i piangenti\u201d. E come tribolata che soccorre i tribolati, immagine quanto mai attuale dei rovesciamenti evangelici. Ho richiamato Luca 14, 21: \u201c<em>Esci per le piazze e per le vie della citt\u00e0 e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi<\/em>\u201d e ho detto che lei che era tutto questo una volta entrata nel banchetto si \u00e8 adoperata a tirare in esso ogni altro derelitto. E noi tra essi.<\/p>\n<p><strong>Era cieca <\/strong><br \/>\n<strong>e viveva nella luce<\/strong><\/p>\n<p>Ho narrato la \u201cleggenda\u201d di Margherita seguendo la ricostruzione che ne ha dato lo storico dell\u2019Ordine domenicano William R. Bonniwell nel volumetto <em>Margherita di Citt\u00e0 di Castello. Vivere nella luce<\/em> (Citt\u00e0 nuova 2002, edizione inglese del 1983). Trovo geniale il sottotitolo \u201cvivere nella luce\u201d posto a logo della vicenda di una cieca. Il mio interesse per la beata era nato da quella lettura e dall\u2019immagine di Margherita che \u00e8 sulla copertina di quel libro, che la raffigura veggente e che irradia luce dai vivissimi occhi. L\u2019immagine \u00e8 accompagnata da questa didascalia: \u201cMaestro delle Effigi Domenicane, Margherita di Citt\u00e0 di Castello (Secolo XIV). Venezia &#8211; Museo civico vetrario (Murano)\u201d. Da quando ho imparato ad amare quell\u2019immagine essa mi soccorre quando prego il Salmo 35: \u201c<em>Nella tua luce vedremo la luce<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>In vista dell\u2019appuntamento di Citt\u00e0 di Castello avevo poi letto il volumetto di Enrico Giovagnoli <em>Vita di Beata Margherita da Citt\u00e0 di Castello terziaria domenicana<\/em> (Petruzzi editore 1994, ripubblicato nel 1997). Ben sapendo come la verifica delle fonti storiche \u2013 tra loro contrastanti \u2013 costituisca un campo minato anche per i cultori della materia, ho premesso che non pretendevo di fare considerazioni da storico, che non sono, ma da giornalista, mirate alla comprensione del nostro tempo pi\u00f9 che di quello antico.<\/p>\n<p>Margherita viene detta di Citt\u00e0 di Castello dove muore nel 1320, o della Metola (un castello al confine tra l\u2019Umbria e le Marche) dove nasce nel 1287. E\u2019 detta anche \u201cla cieca della Metola\u201d. Non conosciamo il casato n\u00e9 del padre \u2013 che le fonti nominano come Parisio \u2013 n\u00e9 della madre che \u00e8 detta Emilia. La bambina era \u201ccieca, piccola, deforma\u201d \u2013 cos\u00ec la descrive una delle fonti: il codice di Cividale \u2013 e i genitori che vivono in un piccolo castello cercano di tenerla nascosta e verso i sei o sette anni arrivano a relegarla in una specie di cella murata, comunicante con una cappella, all\u2019interno di un bosco e la tengono l\u00ec 13 anni (Bonniwel), o nove anni (Giovagnoli). Secondo un altro studioso, Ubaldo Valentini \u2013 che ho conosciuto in occasione dell\u2019incontro del 6 maggio \u2013 quel relegamento \u00e8 da considerare \u201cleggendario\u201d, recepito e sviluppato dai primi biografi per drammatizzare la vicenda della santa (<em>Beata Margherita de la Metola. Una sfida alla emarginazione<\/em>, Petruzzi editore 1988). Quando il duca di Urbino invade quelle terre, la popolazione si rifugia nel castello di Mercatello e l\u00ec viene portata anche Margherita, che viene rinchiusa \u2013 secondo le fonti antiche \u2013 in un sotterraneo, nel quale resta per un anno.<\/p>\n<p><strong>Abbandonata dai genitori <\/strong><br \/>\n<strong>e adottata dai mendicanti<\/strong><\/p>\n<p>Margherita \u00e8 dunque sui sedici (Giovagnoli) o sui diciannove anni (Bonniwel) quando Parisio ed Emilia la fanno uscire dalla sua prigione e la conducono nascostamente \u2013 secondo la \u201clegenda\u201d \u2013 a Citt\u00e0 di Castello, nella chiesa di San Francesco, sulla tomba di un francescano laico, fra Giacomo (morto nel 1292), dove si dice che avvengano miracoli. Ma il miracolo non avviene e i genitori secondo le fonti antiche abbandonano la figlia, non sopportando l\u2019idea di tornare al Castello con lei, in pieno giorno. Il Valentini reinterpreta la vicenda come un affidamento della bambina o ragazza a una comunit\u00e0 monastica e a conoscenti che abitavano in quella citt\u00e0. Sta di fatto che Margherita non avr\u00e0 pi\u00f9 contatti con i genitori.<\/p>\n<p>L\u2019adottano i mendicanti, le insegnano a mendicare. Viene ospitata in varie case, ammirata per la sua sensibilit\u00e0 e per il fatto che conosceva a memoria il Salterio e riusciva persino a insegnare qualcosa di latino ai bambini vedenti, lei che era cieca. E oggi ben sappiamo quante cose sappiano fare i ciechi. L\u2019autore della prima biografia, databile alla met\u00e0 del Trecento, cos\u00ec commenta questa sua attitudine all\u2019insegnamento: \u201c<em>O beata cieca che mai vedesti le cose del mondo e che cos\u00ec rapidamente apprendesti le cose celesti. O felice discepola, che meritasti di avere un tale maestro che a te, nata cieca e senza libri, insegn\u00f2 ad apprendere le Scritture fino ad ammaestrare i veggenti<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Viene accolta nel Monastero di Santa Margherita e da esso viene presto espulsa perch\u00e9 la sua rigorosa osservanza della regola la pone in cattiva luce presso le monache ospitanti, dalla vita rilassata. Di nuovo abbandonata a se stessa, a elemosinare, ospite di varie case. Finalmente viene accettata tra le Mantellate della Chiesa della Carit\u00e0, una famiglia religiosa che pi\u00f9 tardi prender\u00e0 il nome di Terz\u2019Ordine domenicano. \u201cLe donne che desideravano vivere la vita religiosa e che per qualche ragione non potevano entrare in convento, potevano per questa via affiliarsi all\u2019Ordine domenicano\u201d (Bonniwell 85). Continuavano a vivere nella propria casa [Margherita \u00e8 ospite prima della famiglia degli Offrenducci e poi dei Venturino] e portavano una mantella nera, donde il nome di Mantellate.<\/p>\n<p><strong>Essendo disabile <\/strong><br \/>\n<strong>soccorreva i disabili<\/strong><\/p>\n<p>Passava giorni e notti in preghiera nella chiesa della Carit\u00e0. Visitava in continuit\u00e0 i carcerati, i malati, i moribondi, i poveri d\u2019ogni specie. In citt\u00e0 la vedevano ogni giorno correre come poteva dai bisognosi, cieca e zoppa, appoggiandosi a un bastone e camminando lungo i muri. Anche in questo precorre i tempi: noi oggi abbiamo esperienza frequente di disabili che dalla sedia a rotelle o dalla tastiera del computer sono di aiuto al prossimo e spesso si fanno animatori della lotta alla disabilit\u00e0.<\/p>\n<p>La provvidenza l\u2019arricchisce di segni. Un giorno s\u2019appicca un incendio alla casa dei Venturino, lei \u00e8 in alto, nella soffitta che si \u00e8 scelta come abitazione. La chiamano perch\u00e9 fugga. Lei dice serena a Monna Gregoria, detta Grigia: \u201cPrendi il mio mantello e buttalo sulle fiamme\u201d. Il biografo della <em>Leggenda<\/em> descrive questo segno con parole che valgono una predella si Simone Martini: \u201c<em>Quando il mantello di Margherita fu gettato sulle fiamme, il fuoco che furiosamente ruggiva si estinse all\u2019istante<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Insieme a monna Grigia le fonti ricordano una Lucecina, o Cina, e una Venturella \u2013 bellissimi nomi da novella medievale \u2013 che furono testimoni di sue levitazioni: quando cio\u00e8 la vedevano sollevarsi di un cubito, cio\u00e8 di un mezzo metro, mentre assisteva alle celebrazioni nella chiesa dei domenicani.<\/p>\n<p><strong>Potrebbe essere <\/strong><br \/>\n<strong>la patrona degli handicappati<\/strong><\/p>\n<p>Margherita, ormai amata da tutti, muore \u2013 consumata dalle penitenze e pi\u00f9 ancora dall\u2019amore di Dio e dei fratelli \u2013 a 33 anni. L\u2019ammirazione per la sua piet\u00e0 e per la sua carit\u00e0 dura fino a oggi. E\u2019 venerata come \u201cbeata\u201d dal 1906, per decisione di Paolo V, su un\u2019istruttoria condotta dal cardinale Roberto Bellarmino che ne verifica la fama di santit\u00e0 e di intercessione specie a favore di ciechi, muti, sordi e zoppi. Nel 1988 su istanza dei vescovi di Urbino e Citt\u00e0 di Castello la Congregazione vaticana per il culto divino la proclama \u201cPatrona presso Dio di quanti sono chiamati comunemente non vedenti ed emarginati\u201d. Io sono entusiasta di questa definizione. Confido che un giorno possa essere venerata come santa e qualificata come \u201cPatrona degli handicappati\u201d.<\/p>\n<p>Gli anni della grande avventura cristiana di Margherita sono quelli in cui Dante compone la Divina Commedia. Quell\u2019umanit\u00e0 credente e peccatrice che ci esalta e ci atterrisce nelle terzine dantesche \u00e8 la stessa che incontriamo nelle stagioni drammatiche e in quelle serene della vita di Margherita.<\/p>\n<p>Quanto alla vocazione cristiana, la vicenda di Margherita ci dice che ogni epoca ha la sua grazia e la sua disgrazia. Allora avevano facile la fede nel miracolo, difficile l\u2019accettazione del menomato e del diverso. Noi siamo pronti a soccorrere il prossimo ma renitenti all\u2019accettazione del mistero.<\/p>\n<p><strong>Anche nella Chiesa <\/strong><br \/>\n<strong>i menomati venivano nascosti<\/strong><\/p>\n<p>Non solo nelle famiglie ma anche nella Chiesa i menomati venivano nascosti. Per essere ammessi agli ordini sacri o alla professione religiosa occorreva dimostrare di essere figli legittimi e di non avere gravi difetti fisici. Chi non era in regola, restava \u201cterziario\u201d. Il cambiamento della disciplina \u00e8 arrivato in questi ultimi anni, anzi sta arrivando ora.<\/p>\n<p>Io credo che sulla questione fede-carit\u00e0 ci troviamo oggi di fronte all\u2019esigenza di un rovesciamento dell\u2019itinerario pedagogico tradizionale: si partiva dalla fede e in nome della fede in Dio si richiamava il credente al compito della carit\u00e0; oggi dovremmo partire dalla carit\u00e0, che \u00e8 comprensibile all\u2019umanit\u00e0 contemporanea, e da essa risalire alla fede in colui che \u00e8 carit\u00e0: \u201cDeus caritas est\u201d.<\/p>\n<p><strong>Luigi Accattoli<\/strong><br \/>\n<em>Il Regno<\/em> 10\/2011<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cosa pu\u00f2 insegnarci Margherita di Citt\u00e0 di Castello Un narratore di \u201cfatti di Vangelo\u201d dei nostri giorni pu\u00f2 aiutare a intendere quelli del passato? 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