{"id":847,"date":"2008-10-03T21:02:54","date_gmt":"2008-10-03T20:02:54","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/?page_id=847"},"modified":"2016-12-23T14:59:37","modified_gmt":"2016-12-23T13:59:37","slug":"vincenzo-savio","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/cerco-fatti-di-vangelo\/8-celebrazione-ecclesiale-della-propria-morte\/vincenzo-savio\/","title":{"rendered":"Vincenzo Savio: &#8220;Io sono senza misura contento di Dio&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>Il 31 marzo 2005, a un anno dalla morte, si doveva tenere a Osio Sotto (Bergamo) un incontro in memoria del \u201cvescovo salesiano\u201d Vincenzo Savio (1944-2004). Ero tra i relatori, insieme a Umberto Folena, don Agostino Paganesi e padre Egidio Monzani. L\u2019aggravarsi della condizione di Giovanni Paolo \u2013 che sarebbe morto di l\u00ec a due giorni \u2013 mi ha impedito di essere presente. Metto qui la traccia della conversazione che avevo preparato e che avevo gi\u00e0 utilizzato in un analogo incontro \u201cin memoria\u201d a Canale d\u2019Agordo (Belluno) e in un altro a Firenze, nella chiesa di cui era stato parroco.<br \/>\nLo descriver\u00f2 come amico, il caro don Vincenzo. E dir\u00f2 che nella nostra amicizia egli ha avuto la prima e l\u2019ultima parola. La prima mi arriv\u00f2 nell\u2019estate del 1975 e diede l\u2019avvio alla nostra conoscenza. L\u2019ultima \u00e8 stata una parola postuma, arrivata a me attraverso l\u2019esecutore testamentario \u2013 don Diego Bardin \u2013 che in data 30 maggio mi ha inviato un pacchetto contenente una bella stilografica, accompagnata da questo biglietto: <em>\u201cA nome di monsignor Vincenzo, le invio questo suo ricordo, segno della gratitudine e della stima che lui mi ha incaricato di manifestare agli amici che pi\u00f9 gli sono stati vicini\u201d<\/em>.<br \/>\nLa prima parola mi era arrivata per lettera quando avevo trent\u2019anni e non sapevo della sua esistenza: mi invitava a un incontro con il gruppo di giovani di cui era animatore a Savona. E\u2019 stata per me la prima chiamata a tenere una conferenza.<\/p>\n<p><strong>1. A<\/strong><strong> sorpresa volle che parlassimo di Pier Paolo Pasolini<\/strong><br \/>\nNon ricordo per quale argomento mi avesse chiamato. Ma non \u00e8 importante, perch\u00e9 sempre, negli anni, mi ha interpellato su vari temi, ma su un solo argomento: sull\u2019essere cristiani oggi. Aveva visto come ne parlavo sulla rivista <em>Il Regno<\/em> e mi aveva chiamato. Venendomi a prendere alla stazione di Savona, mi disse: dovremo parlare di Pasolini, della sua passione per la figura di Ges\u00f9, del suo tormento religioso e della sua difficolt\u00e0 a essere cristiano.<br \/>\nEra il 5 novembre 1975 e Pasolini era morto, sulla spiaggia di Ostia, tre giorni prima, in quel modo \u201cmaledetto\u201d. \u201cChe giorno ha scelto per morire, il giorno dei morti!\u201d, diceva don Vincenzo. Quel tema Vincenzo e io abbiamo continuato a trattarlo nei trent\u2019anni della nostra amicizia: se sia possibile essere cristiani oggi, la necessit\u00e0 di capire il modo in cui lo sono i lontani e come aiutarli facendoci a loro vicini. Ma anche l\u2019arte di <em>\u201cchiedere collaborazione ai non credenti\u201d<\/em>: che poi speriment\u00f2 \u2013 e cos\u00ec defin\u00ec \u2013 durante la preparazione del Sinodo fiorentino.<br \/>\nUn\u2019eco di quell\u2019arte \u00e8 risuonata nei suoi ultimi scritti. <em>\u201cLa Chiesa ha bisogno del mondo. Noi oggi avvertiamo un grande bisogno degli altri, anche dei lontani; anche dei nemici, se ce ne fossero!\u201d<\/em> si legge nella lettera pastorale del 2003. E nella nota sinodale dello stesso anno, <em>Quale Chiesa per la nostra terra<\/em>, che ha la data del 15 dicembre 2003, invita a presentare l\u2019idea del Sinodo anche a <em>\u201cquanti in questo momento non frequentano la vita ecclesiale, ma guardano a essa con interesse, con amicizia o anche con spirito critico\u201d<\/em>.<\/p>\n<p><strong>2. La magnifica ospitalit\u00e0 di Livorno<\/strong><br \/>\nFar\u00f2 memoria delle tappe della nostra amicizia, raccontando un episodio per ognuno dei periodi della sua vita di prete e di vescovo.<br \/>\nHo detto del periodo di Savona, dove fu \u2013 come responsabile di un oratorio e animatore di gruppi giovanili \u2013 dal 1972 al 1976.<br \/>\nFu poi a Livorno, parroco dal 1977 al 1985 e di nuovo \u2013 come vescovo ausiliare \u2013 dal 1993 al 2000. Nell\u2019insieme, quelli di Livorno sono 17 anni, durante i quali io fui suo ospite una decina di volte e altrettante lui da me, a Roma.<br \/>\nDue furono gli appuntamenti livornesi pi\u00f9 significativi: nel marzo del 1983, in occasione della visita del Papa e nel 1985, per la celebrazione del Sinodo diocesano.<br \/>\nIn ambedue i casi era incaricato dei rapporti con la stampa e volle che l\u2019aiutassi a organizzare una cena di lavoro con i giornalisti. Ma lo stile della cena di lavoro l\u2019avevano anche gli incontri di animazione ai quali mi invitava a partecipare, in particolare destinati ai giovani.<br \/>\nEra quell\u2019atteggiamento di premura per ognuno che incontrava, a colpire. Un atteggiamento espresso dalle due citazioni di Ges\u00f9 e di Paolo che pi\u00f9 amava:<br \/>\n&#8211; \u201cVi ho chiamato amici\u201d (Giovanni 15, 15);<br \/>\n&#8211; \u201cNon padrone della vostra fede, ma collaboratore della vostra gioia\u201d (2 Corinti 1, 24).<br \/>\nCon quella bellissima citazione di Paolo si \u00e8 presentato durante la prima celebrazione in cattedrale, a Belluno: <em>\u201cNel cuore del mistero eucaristico non mi \u00e8 difficile riconoscervi come fratelli e sorelle affidatimi da Dio, a cui donarmi senza riserve e non per far da padrone della vostra fede, ma per servire la vostra gioia\u201d.<\/em><\/p>\n<p><strong>3. Segretario del Sinodo fiorentino: i problemi della grande Chiesa<\/strong><br \/>\nDal 1986 al 1990 \u00e8 a Firenze. Ancora animatore dei giovani, ancora impegnato nella preparazione di un Sinodo diocesano.<br \/>\nIl Sinodo di Livorno, il Sinodo di Firenze, quel singolare esperimento che fu il <em>Sinodo dei giovani<\/em> (che ebbe a definire: <em>con i giovani, sui giovani, per i giovani<\/em>) del suo secondo periodo livornese (1996), il Sinodo di Belluno: una scuola sinodale d\u2019alto livello, che l\u2019avrebbe forse portato a realizzare a Belluno, se fosse vissuto, un capolavoro di coinvolgimento, avendone appresa l\u2019arte negli anni in cui collabor\u00f2 con il vescovo livornese Abbondi e con il cardinale di Firenze Piovanelli.<br \/>\nChi volesse studiare la figura di vescovo impersonata da don Vincenzo, dovrebbe concentrare l\u2019attenzione sui sinodi per i quali lavor\u00f2 e il testo chiave potrebbe essere una relazione che tenne all\u2019Assemblea diocesana di Spoleto del 24-25 settembre 1999, intitolata <em>Sinodo \u00e8 camminare insieme<\/em>: \u00e8 in essa che \u00e8 contenuto l\u2019invito a \u201cchiedere collaborazione ai non credenti\u201d, quando si riflette sull\u2019immagine che la Chiesa d\u00e0 di s\u00e9 e sull\u2019attualit\u00e0 del Vangelo, che ho citato sopra, al paragrafo 2.<br \/>\nDel periodo fiorentino riferisco l\u2019incontro che avemmo ad Arezzo nel 1987, durante un convegno delle comunit\u00e0 di base. Ci\u00f2 che ricordo meglio non \u00e8 la conversazione sulle polarizzazioni all\u2019interno della Chiesa, che avemmo a tavola, ma la visita a una chiesa, Santa Maria delle Grazie, che voleva mostrarmi: <em>\u201cE\u2019 cos\u00ec bella, che voglio che tu ne porti l\u2019immagine con te\u201d<\/em>. Era felice di mostrarmela e mi diceva che quelle eleganti colonne di Benedetto da Maiano \u2013 nel loggiato di ingresso \u2013 erano come \u201cragazze che danzano\u201d. Ricordo questa battuta lieta, di un uomo che mi pare abbia sempre guardato al celibato con serenit\u00e0.<br \/>\nAmava l\u2019arte e la natura. Per l\u2019arte questa sua attitudine si \u00e8 manifestata in maniera forte con la scelta dell\u2019icona del <em>Volto del Cristo<\/em> del Beato Angelico come messaggio finale ai bellunesi. In occasione del mio ultimo incontro con lui, nell\u2019agosto del 2003, mi regal\u00f2 una pubblicazione \u2013 che aveva patrocinato \u2013 sulle chiese di Vigo di Cadore, dedicata in particolare agli affreschi medievali, appena restaurati, del ciclo di Sant\u2019Orsola, dicendomi che era sua intenzione \u201cridare luce\u201d all\u2019intero patrimonio artistico della diocesi.<br \/>\nPer la natura, in un incontro ad Alleghe dell\u2019anno precedente (agosto 2002), mi aveva raccontato con entusiasmo il giro delle dolomiti bellunesi che aveva voluto fare in incognito, appena nominato vescovo, come per \u201cprenderne possesso con il cuore\u201d e lo \u201cstupore dell\u2019occhio\u201d che ne aveva riportato \u2013 per esempio \u2013 al Passo Giau.<\/p>\n<p><strong>4. Quando corse a Roma per piangere con me<\/strong><br \/>\nFu poi ad Alassio \u2013 in Liguria \u2013 per quattro anni, dal 1990 al 1993. E da l\u00ec \u2013 anzi dall\u2019estero, dove lo trov\u00f2 la notizia \u2013 si precipit\u00f2 a Roma, quando io ebbi un lutto importante, nel novembre del 1990. Gli dissi al telefono: non ti preoccupare, partecipa da lontano, ci vedremo appena capiterai a Roma. Ma volle venire. Pot\u00e8 prendere posto tra i trenta concelebranti, arrivando di corsa dall\u2019aeroporto. Mi abbracci\u00f2 e mi disse: <em>\u201cPotevo pregare da lontano, ma volevo anche piangere con te\u201d<\/em>.<\/p>\n<p><strong>5. La libert\u00e0 di parola nella malattia<\/strong><br \/>\nRiassumo con questo titoletto i tre anni bellunesi. Come sempre, anche in questo periodo mi ha chiamato a tenere incontri ed \u00e8 venuto due volte \u2013 nell\u2019agosto del 2002 e nell\u2019agosto del 2003 \u2013 a Canale d\u2019Agordo, dove mi trovavo in vacanza, per cenare con me e con la mia famiglia, come tante volte avevamo fatto a Roma e a Livorno.<br \/>\nDi questo periodo voglio ricordare:<br \/>\n&#8211; la decisione di parlare in pubblico della sua malattia e di ricevere l\u2019unzione degli infermi a Lourdes, insieme ai partecipanti al pellegrinaggio bellunese, il 16 settembre 2003;<br \/>\n&#8211; la libert\u00e0 di parola che ha avuto sul tema della guerra, affermando anche nel momento delle ami \u201cil sogno\u201d di ritenere possibile che \u201cogni uomo si senta fratello di ogni altro uomo\u201d e criticando la scelta della \u201cguerra preventiva\u201d anche quando essa risult\u00f2 irreversibile e coinvolse l\u2019Italia; unico tra i vescovi italiani riuniti in assemblea ad Assisi, riafferm\u00f2 quella critica anche dopo la strage di Nassirija.<br \/>\nQuanto alla libert\u00e0 di parola sulla guerra, credo che non avrebbe osato parlare fuori dal coro in un contesto tanto difficile senza il rafforzamento \u2013 anche temperamentale \u2013 che egli aveva ricevuto dalla prova della malattia.<br \/>\nIl frutto migliore della maturazione vissuta da don Vincenzo con la malattia l\u2019abbiamo avuto con le straordinarie parole del testamento, scritto una settimana prima della morte: <em>\u201cIo sono senza misura contento di Dio. Una meraviglia. Una sorpresa continua, tale da poter dire a me, con convinzione, che in ogni istante la sua misura era piena e pigiata\u201d. <\/em><\/p>\n<p><strong>Luigi Accattoli<\/strong><br \/>\nDa <em>Il Regno<\/em> 8\/2005<\/p>\n<p><strong>Una miniera di informazioni su Vincenzo Savio \u00e8 la biografia scritta dal confratello salesiano Antonio Miscio, <em>Vincenzo Savio. La meravigliosa avventura di un vescovo sorridente<\/em>, Elledici 2009, 437 pagine &#8211; con testi di presentazione dei cardinali Tarcisio Bertone e Silvano Piovanelli, dei vescovi Alberto Ablondi e Giuseppe Andric, del sacerdote Luigi Del Favero<\/strong>. <strong>Dal volume di Miscio ho cavato una &#8220;parabola&#8221; intitolata <em>Vincenzo Savio e il vagabondo ubriaco<\/em> che si pu\u00f2 leggere nel capitolo 21 di questa pagina del blog, intitolato PARABOLE.<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 31 marzo 2005, a un anno dalla morte, si doveva tenere a Osio Sotto (Bergamo) un incontro in memoria del \u201cvescovo salesiano\u201d Vincenzo Savio (1944-2004). 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