{"id":858,"date":"2008-10-09T18:47:39","date_gmt":"2008-10-09T17:47:39","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/?page_id=858"},"modified":"2008-10-09T18:54:39","modified_gmt":"2008-10-09T17:54:39","slug":"il-coraggio-di-dire-che-sono-cristiano","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/collaborazione-a-riviste\/il-coraggio-di-dire-che-sono-cristiano\/","title":{"rendered":"Sono cristiano"},"content":{"rendered":"<p><strong>Il coraggio di dire la propria fede<\/strong><br \/>\n\u00c8 pi\u00f9 facile parlare di sesso che di fede. Anche il magistero propone pi\u00f9 la morale che la vita eterna. Ma qui mi riferisco ai cristiani comuni e non ai pastori. Riformulo cos\u00ec l&#8217;affermazione di partenza: \u00e8 pi\u00f9 facile fare confidenze sulla propria vita affettiva che sulla fede.<br \/>\nTrovo uno spunto a dire questo in Etty Hillesum, la radiosa ragazza ebrea <em>&#8220;che non sapeva inginocchiarsi&#8221;<\/em> e che infine impara a farlo e confessa stupita: <em>&#8220;\u00c8 il mio gesto pi\u00f9 intimo, ancor pi\u00f9 intimo dei gesti che ho per un uomo&#8221;<\/em> (<em>Diario 1941-1943<\/em>, Adelphi, Milano 1985)<em>.<\/em><br \/>\nEtty viene da una famiglia non osservante della borghesia ebraica di Amsterdam. \u00c8 una donna libera, presa in varie storie d&#8217;amore. Arriva a pensare di poter essere fedele a due uomini. Uno di essi le insegna ad <em>&#8220;avere il coraggio di pronunciare il nome di Dio&#8221;<\/em>.<br \/>\nJulius Spier era quell&#8217;amante. Le racconta che lui ci aveva messo molto tempo a dirsi credente, come se ci avesse trovato <em>&#8220;sempre qualcosa di ridicolo&#8221;.<\/em> Ma che infine ci era riuscito ed era arrivato a <em>&#8220;pregare alla sera per delle persone&#8221;.<\/em><\/p>\n<p><strong>Credo in Dio e negli uomini<\/strong><br \/>\n<em>&#8220;Bisogna osar dire che si crede&#8221;<\/em> \u00e8 il motto di Julius Spier che Etty fa suo. E infine ci riesce, proprio mentre si scatena la persecuzione nazista: <em>&#8220;Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falsi pudori&#8221;.<\/em> Arriva a dirlo persino nella baracca del campo di smistamento, da dove si parte per Auschwitz: <em>&#8220;Aspetter\u00f2 pazientemente che maturino le parole della mia doverosa testimonianza&#8221;.<\/em><br \/>\nIn quel campo ritrova un vecchio amico e cos\u00ec gli comunica la sua fede: <em>&#8220;Ci ho messo due sere per potergli confidare questa cosa cos\u00ec intima, la cosa pi\u00f9 intima che ci sia. E volevo tanto dirgliela, quasi per fargli un regalo. E allora, allora mi sono inginocchiata in quella gran brughiera e gli ho detto di Dio&#8221;.<\/em><br \/>\nMi colpisce il fatto che si parli tanto poco della fede, anche tra cristiani svegli. Non intendo il parlarne per storia e dottrina, ma la professione di fede, quella che si pu\u00f2 riassumere con le parole &#8220;io credo in Dio&#8221;.<br \/>\nVa molto oggi il paragone con l&#8217;islam. Ebbene nell&#8217;islam la professione di fede \u00e8 il primo dei cinque pilastri. Anche noi abbiamo il Credo e lo cantiamo in chiesa. Ma nella vita quotidiana? Quante volte ci capita, poniamo in una settimana, di chiedere a qualcuno se crede, o di dire noi che crediamo? Se non capita mai, vuol dire che la fede non fa parte della nostra comunicazione.<br \/>\nProvo a contare i miei &#8220;pilastri&#8221; cristiani, mettendoli in ordine d&#8217;importanza: il Credo ovviamente e il <em>Padre nostro,<\/em> l&#8217;assemblea domenicale, la vita giusta e la carit\u00e0 per tutti.<br \/>\nTrovo che i miei cinque pilastri somigliano assai a quelli dell&#8217;islam: il Credo corrisponde alla Professione di fede, il <em>Padre nostro<\/em> e l&#8217;assemblea domenicale alla preghiera e al pellegrinaggio, la carit\u00e0 all&#8217;elemosina. Unica divergenza: dove io metto la vita giusta, l&#8217;islam ha il digiuno.<br \/>\nMa il mio &#8220;credo&#8221; in che cosa consiste? Quand&#8217;\u00e8 che affermo la mia fede nel Dio di Ges\u00f9 Cristo? Non voglio dire quante volte recito il Credo, ma quante volte mi capita di dirmi cristiano con le persone che incontro?<br \/>\n<strong> <\/strong><br \/>\n<strong>I nostri segreti con Dio<\/strong><br \/>\nTanti cristiani proteggono gelosamente i loro segreti con Dio. Immagino che non dicano neanche a se stessi se credono o no.<br \/>\nNon ho argomenti contro tale gelosia. Io racconto tutto, in casa e fuori e provoco la meraviglia di parenti e amici.<br \/>\nRispetto il sentimento altrui, ma rivendico una diversa regola. E la difendo cos\u00ec: se Teresa di Lisieux non avesse scritto la storia della sua anima, ci sarebbe mancato un aiuto a credere. Lo stesso vale per i &#8220;racconti&#8221; del pellegrino russo, per Hammarskjoeld e le sue &#8220;tracce di cammino&#8221;. Per gli appunti di Bonhoeffer e per quelli di Etty Hillesum.<br \/>\nMa possiamo osare di pi\u00f9 in questo ragionamento, arrivando a nominare Pascal, Francesco, Agostino, Ireneo di Antiochia, l&#8217;apostolo Paolo e lo stesso Ges\u00f9! Se non ci avessero detto i loro segreti con Dio, noi non sapremmo come parlare al Padre.<br \/>\nNon dobbiamo dunque avere timore di chiedere e di rispondere. Purch\u00e9 sia chiaro che domanda e risposta non ci vengono alla lingua per vanit\u00e0.<br \/>\nIl mese scorso &#8211; in queste pagine &#8211; ho trattato della preghiera per la guerra. In vista di quelle riflessioni avevo diffuso per e-mail e a voce la domanda &#8220;Dimmi la tua preghiera per la pace&#8221;. Non ho trovato nessuno che mi abbia detto &#8220;Non te la posso dire, perch\u00e9 resta tra me e il Signore&#8221;. Ci sono dunque contesti in cui la bont\u00e0 della domanda e la possibilit\u00e0 di una serena risposta sono evidenti.<br \/>\n<strong> <\/strong><br \/>\n<strong>Parlare a Dio e parlare di Dio<\/strong><br \/>\nSe uno non ha mai avuto occasione di dire la sua fede, da dove inizier\u00e0? Ne parler\u00e0 a se stesso innanzitutto, poi ai familiari e ai pi\u00f9 intimi tra gli amici. Di questi primi passi far\u00e0 una scuola per avventurarsi al largo.<br \/>\nDire a se stesso: questo movimento coincide con quello della preghiera pi\u00f9 intima. Credo Signore, ma tu aiuta la mia fede. Anzi: <em>&#8220;Aiutami nella mia incredulit\u00e0&#8221;<\/em>, come dice in Marco 9,24 il padre del ragazzo posseduto da uno spirito muto. <em>&#8220;Tutto \u00e8 possibile per chi crede&#8221;<\/em>, aveva detto a Ges\u00f9 quel povero padre.<br \/>\nNoi sappiamo che \u00e8 possibile credere nel terzo millennio e che vale anche oggi il comando di trasmettere la fede che abbiamo ricevuto. Vediamo la nuova generazione che si allontana da ogni memoria cristiana, ma vediamo anche dei ragazzi &#8211; cresciuti senza quella memoria &#8211; che chiedono il battesimo. Dunque la preghiera di quel padre fa al caso nostro: aiutami, nella mia incredulit\u00e0, a parlare a te e a parlare di te.<br \/>\nAiutami a vincere ogni titubanza, innanzitutto con me stesso. Se non oso &#8220;confessare&#8221; neanche a me stesso che sono cristiano, come riuscir\u00f2 a dirlo ai miei figli, cos\u00ec sornioni in questa materia?<br \/>\n<em>&#8220;Da grande voglio una biblioteca come la tua, ma senza tutte quelle Bibbie&#8221;,<\/em> cos\u00ec parla una figlia che inizia ora il liceo. Non ti invitano, i ragazzi, a dire la tua fede. Devi farti avanti.<br \/>\nComunicare il calore della fede<br \/>\nPoi la preghiera di coppia. Dire ci\u00f2 che incoraggia a credere. Chiedere aiuto. Confessare il dubbio. La fede dell&#8217;altro pu\u00f2 essere il pi\u00f9 gran sostegno. Ma quanti si esercitano a comunicare i sentimenti cristiani? Facilmente si polemizza, ma non si dice la propria anima.<br \/>\nE con i figli? Magari li esasperiamo con i richiami ad andare in chiesa. Quanto pi\u00f9 invece sarebbe efficace la narrazione della nostra preghiera. La confidenza sui nostri dubbi e su come li abbiamo superati. La comunicazione del calore della fede.<br \/>\nInvece di arrovellarci perch\u00e9 i pi\u00f9 grandi non sono venuti in chiesa a Natale, adoperiamoci a trovare la giusta invocazione da proporre quando saremo a tavola. Vedo che una parola detta cos\u00ec l&#8217;intendono.<br \/>\nEccoci a tavola il giorno di Natale, con figli e figlie e i fidanzati dei pi\u00f9 grandi e qualche parente. Due delle tre mamme presenti sono catechiste in parrocchia, eppure c&#8217;\u00e8 reticenza con i ragazzi sul tema della fede. Troviamo il modo di dire, come saluto augurale, che ci piace tanto quella tavolata e che siamo felici di averli tutti presenti, i nostri figli, grandi e piccoli, ma che non \u00e8 questo ci\u00f2 che davvero ci preme. E neanche che adottino un comportamento simile al nostro. Ci preme che prendano da noi qualcosa della nostra passione per la figura di Ges\u00f9 e per la fede in lui.<br \/>\nInfine si esce dalla cerchia familiare. <em>&#8220;Ma tu ci credi davvero?&#8221;,<\/em> \u00e8 la domanda che ci fanno quanti sono spettatori di gesti o scelte insolite. E noi dobbiamo trovare la forza di rispondere: <em>&#8220;S\u00ec, ci credo!&#8221;.<\/em><br \/>\nAltre volte ci viene detto: <em>&#8220;Beato te, che hai una fede&#8221;.<\/em> E magari ci affrettiamo a cambiare discorso. Potremmo invece cogliere il varco, dicendo la verit\u00e0: <em>&#8220;La fede non basta mai, come la vita. Ma si pu\u00f2 chiedere che venga aumentata&#8221;<\/em>.<br \/>\nNelle parole dell&#8217;altro pu\u00f2 esservi una chiusura a due mandate verso la fede cristiana, appena mascherata da quell&#8217;esclamazione per il dono della fede. E noi sentiamo la chiusura nelle parole che ci vengono dette. Ma anche qui \u00e8 possibile una risposta nella verit\u00e0: <em>&#8220;Ne ho poca di fede, troppo poca. Ma c&#8217;\u00e8 anche il desiderio della fede e quello ce l&#8217;ho davvero&#8221;<\/em>.<br \/>\nEsercitiamoci ad apprezzare l&#8217;aiuto che ci viene dalla manifestazione della fede altrui e a non far mancare agli altri la nostra parola. <em>&#8220;Quasi per fargli un regalo&#8221;<\/em>, come scriveva Etty Hillesum.<br \/>\nMa mi vergogno! <em>&#8220;Non vergognarti della testimonianza da rendere al Signore nostro&#8221;<\/em>, scrive Paolo nella Seconda lettera a Timoteo. E qui \u00e8 forse necessaria un&#8217;impuntatura. La vita tante volte costringe a vincere la vergogna: quando crediamo d&#8217;aver trovato un amore, quando la necessit\u00e0 del lavoro ci spinge a uscire da ogni nostro guscio. Chiediamo alla vita di insegnarci anche a vincere la vergogna di dire la nostra fede. Sta scritto: <em>&#8220;Chi si vergogner\u00e0 di me e delle mie parole, di lui si vergogner\u00e0 il figlio dell&#8217;uomo, quando verr\u00e0 nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi&#8221;<\/em> (Lc 9,26).<br \/>\nAvevo scritto questa puntata quando una palpitazione di cuore mi ha tenuto per sette ore al pronto soccorso dell&#8217;ospedale San Giovanni. Ho fatto le conoscenze pi\u00f9 varie: una ragazza caduta da cavallo, un vecchietto parkinsoniano. <em>&#8220;Quando sei ridotto cos\u00ec, non \u00e8 meglio morire?&#8221;,<\/em> diceva il vecchietto tremante. Ma lo rattenevano i sette nipoti e un figlio separato dalla moglie che aveva bisogno di aiuto. Chiedeva a me ed \u00e8 venuto fuori il punto della fede. <em>&#8220;Io credo in Dio&#8221;. &#8220;Anch&#8217;io&#8221;.<\/em> La conclusione \u00e8 stata che conviene affidarsi alla sua volont\u00e0, cercando di conoscerla e di assecondarla.<\/p>\n<p><strong>Luigi Accattoli<\/strong><br \/>\nda<em> Il Regno<\/em> 2\/2002<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il coraggio di dire la propria fede \u00c8 pi\u00f9 facile parlare di sesso che di fede. Anche il magistero propone pi\u00f9 la morale che la vita eterna. 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