{"id":862,"date":"2008-10-09T19:09:16","date_gmt":"2008-10-09T18:09:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/?page_id=862"},"modified":"2008-10-09T19:09:16","modified_gmt":"2008-10-09T18:09:16","slug":"finche-qui-si-coltivera-il-grano","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/collaborazione-a-riviste\/finche-qui-si-coltivera-il-grano\/","title":{"rendered":"Finch\u00e9 qui si coltiver\u00e0 il grano"},"content":{"rendered":"<p><strong>Sono stato nel libro di Rut a raccogliere spighe<\/strong><br \/>\nHo scoperto da una telefonata che i miei fratelli contadini potrebbero cessare di seminare il grano dall&#8217;oggi al domani. Tale scoperta ha raddoppiato il mio sentimento della precariet\u00e0 d&#8217;ogni operazione umana, perch\u00e9 se ce n&#8217;era una &#8211; ai miei occhi &#8211; destinata a durare, questa era la coltivazione del grano.<br \/>\nHai vendemmiato? Come va la raccolta delle olive? Sono le domande con cui chiudo le telefonate domenicali ai fratelli che sono ancora contadini, nella campagna tra Recanati e Osimo, ma saranno gli ultimi perch\u00e9 nessuno dei figli far\u00e0 il loro mestiere. E gi\u00e0 loro stessi sono tentati di smettere &#8211; come vent&#8217;anni fa avevano tolto la stalla &#8211; perch\u00e9 \u00abil lavoro della terra non rende pi\u00f9\u00bb.<br \/>\n<strong> <\/strong><br \/>\n<strong>\u00abQuest&#8217;anno non semineremo\u00bb<\/strong><br \/>\n\u00abNon abbiamo ancora seminato\u00bb, mi diceva a fine ottobre Anna, una tenace cognata che conduce ancora tutto l&#8217;allevamento da cortile tipico delle campagne marchigiane, produce per casa e vende tutto l&#8217;anno ai conoscenti olio, vino, uova, conigli e pollame: \u00abAnzi Sergio dice che quest&#8217;anno neanche semineremo, perch\u00e9 con l&#8217;ultimo raccolto non abbiamo guadagnato quasi niente e per il prossimo anno si mette anche peggio\u00bb.<br \/>\nNon seminerete? Non so che dire, come alla notizia di una malattia. La semina e la mietitura del grano, l&#8217;alfa e l&#8217;omega della vita dei campi. Nove mesi di attesa come per l&#8217;arrivo di un figlio. E io a fare domande al telefono, lungo i mesi, per sapere se il grano cresce bene, se hanno tracciato i fossetti per lo scolo delle acque, che sono detti \u00abacquarecci\u00bb, come va con i concimi e il diserbo e se in qualche campo il grano si \u00e8 \u00abcorcato\u00bb &#8211; per una pioggia &#8211; prima di spigare.<br \/>\nCapito dai miei parenti proprio nel mezzo della disputa sulla convenienza o meno della semina ed eccoci riuniti sull&#8217;aia in quieta chiacchiera, rivolti al sole che cala e non scotta. C&#8217;\u00e8 chi racconta della \u00abfesta del covo\u00bb di Campocavallo (Osimo), che \u00e8 la parrocchia dei miei parenti. Festa caratterizzata da un carro che trasporta una raffigurazione ogni anno diversa &#8211; e quasi sempre a carattere religioso &#8211; ottenuta con spighe di grano intrecciate. C&#8217;\u00e8 pure un sito Internet che ne parla con il giusto orgoglio dei borghi per le loro tradizioni: www.festadelcovo.net.<br \/>\nDice il cognato Armando: \u00abIl covo ha la mia et\u00e0, si fa dal 1939 ma non so quanto potr\u00e0 durare ancora\u00bb. \u00c8 pessimista Armando sulle tradizioni che se ne vanno, con i ragazzi che non vogliono pi\u00f9 saperne di lavorare la terra. Ogni anno, da quel 1939 che port\u00f2 la guerra, nella contrada di Campocavallo si costruisce il covo con tecniche sempre pi\u00f9 raffinate, a riproduzione &#8211; ultimamente &#8211; di basiliche e santuari.<br \/>\nI primi tempi &#8211; come si vede nel volume <em>La festa del covo di Campocavallo<\/em> (2003), che mi hanno regalato in occasione di una visita al Museo del covo &#8211; i soggetti erano pi\u00f9 vari: dall&#8217;addobbo con spighe del quadro della Vergine addolorata che si venera nel santuario di Campocavallo all&#8217;ostensorio, alla \u00abbarca di Pietro\u00bb, alla colomba della pace, ai simboli del calice, del pane e dei pesci, dell&#8217;\u00e0ncora, delle sette spade. O anche l&#8217;Italia che eleggeva i consigli regionali (1970), o l&#8217;elezione del primo Parlamento europeo (1979). In pratica dei mosaici di spighe pi\u00f9 chiare e pi\u00f9 scure a raffigurare l&#8217;Italia e l&#8217;Europa.<br \/>\nAl covo si lavora tutto l&#8217;anno: a scegliere le spighe, a realizzare le trecce, a coprire con esse le strutture in legno e ferro che riproducono in scala il santuario di Lourdes o la basilica del santo di Padova. Con incantata minuzia.<\/p>\n<p><strong>Ora vanno girasoli ed erba medica<\/strong><br \/>\n\u00abQuando finir\u00e0 la nostra generazione &#8211; dice Armando &#8211; finir\u00e0 anche il covo\u00bb. Obietto che no, le tradizioni anzi hanno una ripresa tra i giovani e questa \u00e8 bella &#8211; su ci\u00f2 nell&#8217;aia c&#8217;\u00e8 un pieno accordo &#8211; e \u00abdurer\u00e0 finch\u00e9 in queste terre si coltiver\u00e0 il grano\u00bb. \u00abAllora &#8211; fa Armando &#8211; durer\u00e0 sempre, perch\u00e9 la coltivazione del grano non finir\u00e0 mai\u00bb.<br \/>\n\u00abNon ne sono cos\u00ec sicuro\u00bb, dice Sergio. \u00abSe il prezzo del grano resta fermo, mentre continua ad aumentare quello dei concimi e dei carburanti, non ce la faremo pi\u00f9 a coltivarlo. Sto facendo il conto della semente, dei concimi, del diserbo, della mietitrebbia e non so se vado in paro\u00bb.<br \/>\nMa che campagna \u00e8 se non semini il grano? Puoi mettere i girasoli, o l&#8217;erba medica, o lasciare il terreno \u00aba sodo\u00bb, cio\u00e8 non coltivato, limitandoti a incassare il contributo dell&#8217;Unione Europea per il sostegno dell&#8217;agricoltura. \u00abMa che non metti il grano per niente pare una cosa da non dire\u00bb, \u00e8 il commento &#8211; in coro &#8211; dei miei fratelli.<\/p>\n<p><strong>Il ciclo del grano era sotto il segno della croce<\/strong><br \/>\n\u00abDa non dire\u00bb &#8211; nella lingua dei contadini delle Marche &#8211; sono le cose nefaste, da scongiurare con un segno di croce. Tutto il ciclo del grano e del pane veniva posto sotto il segno della croce ed eri preparato quando vedevi il prete all&#8217;altare che tracciava quel segno sull&#8217;ostia.<br \/>\nSi faceva un segno di croce sul mucchio del grano, appena riposto nel granaio. Si mettevano croci di canna in capo ai filari, nella zona del campo coltivata a grano. Sulle croci s&#8217;infilavano rametti dell&#8217;ulivo che era stato benedetto in chiesa la domenica delle Palme.<br \/>\nQuelle croci venivano poi piantate sul covone pi\u00f9 alto delle biche &#8211; dette \u00abcavalletti\u00bb &#8211; in cui si sistemava il grano nei campi, tra la mietitura e la trebbiatura. Poi lo si portava sull&#8217;aia a formare un unico mucchio grandioso, detto \u00abbarcone\u00bb, alto come una casa e con l&#8217;ultimo strato di covoni messi a spiovente come un tetto. Sul punto pi\u00f9 alto del barcone si metteva una croce.<br \/>\nUna croce si faceva sulla pasta lasciata per una notte a lievitare nella madia e un&#8217;altra su ognuna delle pagnotte prima di metterle nel forno e un&#8217;ultima, infine, sull&#8217;uscio del forno appena richiuso, tracciata con la pala di legno dell&#8217;infornatura. Il forno con il pane dentro era un luogo santo come una donna incinta.<br \/>\nLa croce veniva posta a protezione dai topi, dai fulmini e da ogni danno che potesse venire dall&#8217;<em>inimicus homo<\/em>, com&#8217;era detto nel latino del parroco quel buio personaggio del Vangelo che di notte semina zizzania nel campo del grano.<br \/>\nCome periodo del mio distacco dai campi immagino di potere indicare quello che va dalla fine dell&#8217;universit\u00e0 all&#8217;inizio del lavoro di giornalista. Prima passavo almeno l&#8217;intera estate in campagna e credo che tre mesi vissuti l\u00ec, aiutando nei campi, ti mantengano contadino.<br \/>\n<strong> <\/strong><br \/>\n<strong>Mi dispiace vedere tante spighe per terra<\/strong><br \/>\nDa allora giro il mondo sempre guardandolo come un prolungamento della campagna in cui sono nato. Chiedo il posto vicino ai vetri e lo tengo d&#8217;occhio dall&#8217;aereo e da ogni finestra. Mi piace vedere citt\u00e0, montagne e mari, ma non trovo spettacolo pi\u00f9 festante dei campi di grano a maggio e giugno, quando lievitano sotto il sole e crescono a pareggiare quasi le viti e i canneti.<br \/>\nNon ho mai visto una magia pi\u00f9 lucente di quella delle lucciole che riguardano il grano nella notte sciamando in ogni direzione. Non so indicare un colore pi\u00f9 caldo dell&#8217;oro delle stoppie. Non conosco profumo pi\u00f9 croccante di quello delle pagnotte appena sfornate e mangiate calde l\u00ec davanti alla bocca del forno, spezzandole con le mani. \u00abNon taglierai il pane con il coltello\u00bb, c&#8217;\u00e8 scritto in Pitagora.<br \/>\nTengo tutto questo dentro di me. Il mio attaccamento ai campi si manifesta in maniera patetica solo una volta all&#8217;anno quando sono in vacanza, in luglio, a Santa Marinella e mentre i miei sono al mare io me ne vado un pomeriggio in un campo di stoppie a raccogliere un bel mazzo di spighe che poi porto a Roma e tengo sulla credenza.<br \/>\nDa piccolino andavo con la mamma a spigolare. Ripensandoci mi pare di essere stato pi\u00f9 di una volta nel libro di Rut a raccogliere spighe con lei nei campi di Booz. Mi dispiace vedere che le mietitrebbie lasciano tante spighe a terra. Figuriamoci come mi spaventa l&#8217;idea che domani non si abbia pi\u00f9 a coltivare il grano nei luoghi dove la gente mia campagnola l&#8217;ha fatto forse per tremila anni.<br \/>\nHo interrogato gli esperti e mi hanno rassicurato: la coltivazione del grano cambia ma non cessa, viene sempre pi\u00f9 spesso abbandonata dai piccoli coltivatori ma \u00e8 ancora rimunerativa per le grandi aziende, comprese quelle dislocate in zone collinari.<br \/>\nProprio nei luoghi dove sono i poderi degli Accattoli la soglia del rendimento &#8211; mi dice Luca, un perito agrario con il quale sono imparentato &#8211; \u00e8 sui dieci ettari: una coltivazione che li superi ha un \u00abmargine apprezzabile\u00bb, al di sotto \u00abconviene fare bene i conti prima di seminare\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Quando tre ettari sfamavano dieci bocche<\/strong><br \/>\nDieci ettari per la mia mitologia contadina sono tantissimi! Quando sono nato io, i miei coltivavano una terra di tre ettari appena ed eravamo dieci bocche: i nostri genitori, noi sette e una nonna. A vedere com&#8217;\u00e8 piccola quella casa e minuscola quella terra &#8211; ora che sono stati tolti gli alberi da frutto e i filari che la popolavano e l&#8217;ingrandivano &#8211; mi chiedo come facevamo mai a sfamarci e a trovare posto quando andavamo a dormire! Dicevo tre ettari, ma la coltivazione del grano era annualmente su un ettaro e mezzo, dal momento che si coltivava a rotazione, perch\u00e9 &#8211; come gi\u00e0 insegnava Virgilio nel primo libro delle <em>Georgiche<\/em> &#8211; il raccolto del grano \u00e8 pi\u00f9 abbondante \u00abse la zolla avr\u00e0 sentito due volte il sole e due volte il freddo\u00bb.<br \/>\nTutti i miei fratelli hanno sempre avuto terre inferiori ai dieci ettari e dunque davvero sta finendo la tradizionale conduzione diretta dei terreni da parte di un solo coltivatore. Immagino che a Campocavallo intrecceranno ancora le spighe per il covo, ma dovranno prenderle dalle medie e grandi aziende. Del resto anche in quel paese innocente sono state ormai introdotte le rotatorie per il traffico e gi\u00e0 da tempo il segno di croce sul pane i bambini lo vedono fare solo in chiesa.<\/p>\n<p><strong>Luigi Accattoli<\/strong><br \/>\nda <em>Il Regno<\/em> 2\/2007<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono stato nel libro di Rut a raccogliere spighe Ho scoperto da una telefonata che i miei fratelli contadini potrebbero cessare di seminare il grano dall&#8217;oggi al domani. 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