{"id":9774,"date":"2012-09-25T18:47:36","date_gmt":"2012-09-25T16:47:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/?page_id=9774"},"modified":"2012-09-25T18:47:36","modified_gmt":"2012-09-25T16:47:36","slug":"diciassette-preghiere-trovate-nei-giornali","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.luigiaccattoli.it\/blog\/cerco-fatti-di-vangelo\/20-preghiera-pubblica\/diciassette-preghiere-trovate-nei-giornali\/","title":{"rendered":"Diciassette preghiere trovate nei giornali"},"content":{"rendered":"<p><strong><em>Pu\u00f2 capitare che sfogli il giornale e trovi \u2013 tra le notizie pi\u00f9 nere \u2013 una preghiera, inaspettata come un fiore tra i sassi. Ho raccolto negli anni alcuni di questi fiori \u2013 a margine del mio lavoro di giornalista \u2013 e li metto qui come in un vaso. Possono dare un\u2019idea di come la preghiera sopravviva sepolta nel cuore di tanti e riviva nel momento del bisogno. Per lo pi\u00f9 si tratta di persone sconosciute. Ma capita che l\u2019invocazione a Dio si affacci anche nelle giornate di persone note per tutt\u2019altre attitudini che quella della preghiera. <\/em><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fabio Sghedoni<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cA Medjugorje ho pianto a dirotto\u201d<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>H<\/em><em>o incontrato una delle veggenti, Vicka. E mentre lei raccontava delle apparizioni della Madonna e dei suoi messaggi che richiamano alla conversione, ho cominciato a piangere a dirotto. Ho scoperto in quel momento che cosa significa avvertire l\u2019amore di Dio<\/em>\u201d: cos\u00ec parla Fabio Sghedoni, 46 anni, sposato, quattro figli, uno dei titolari della Kerakoll, l\u2019azienda di Sassuolo che fattura 350 milioni di euro l\u2019anno. \u201c<em>Qui ho ricevuto tanto per la mia vita e ho sentito il dovere di contribuire a sanare almeno una piccola parte delle ferite interiori che avevo avvertito in questa terra<\/em>\u201d: organizza una colletta tra imprenditori e realizza una cittadella che si estende per sette ettari subito fuori Medjugorje e comprende sette edifici, tra cui due case per l\u2019accoglienza e la formazione di giovani disadattati. La \u201cCittadella della gioia\u201d \u00e8 affidata alla comunit\u00e0 Nuovi Orizzonti di Chiara Amirante.<\/p>\n<p><strong>Le parole di Fabio Sghedoni in un\u2019intervista ad Andrea Tornielli, <em>La Stampa<\/em>, 13 giugno 2011: <\/strong><strong><em>Ho speso 10 milioni per ricambiare la fede ritrovata<\/em><\/strong><strong>.<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Stefania Puecher<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cIl sole mi \u00e8 sembrato pi\u00f9 bello\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Quel giorno in cui decidemmo di far nascere il nostro Elia, che l\u2019amniocentesi preannunciava Down, uscendo dall\u2019ospedale con il cuore un poco pi\u00f9 leggero, il sole ci \u00e8 sembrato pi\u00f9 bello<\/em>\u201d: cos\u00ec Stefania Puecher intervistata dal settimanale <em>Vita Trentina<\/em> del 26 giugno 2011. E ancora: \u201c<em>Un giorno ho acceso per caso la tv e ho sentito Giovanni Paolo II che parlava al Giubileo delle famiglie, rivolgendosi a genitori naturali e adottivi, anche con figli disabili, e ha usato parole che mi sembrarono dette apposta per noi: \u2018Ogni bambino concepito \u00e8 un invito alla speranza\u2019. Furono davvero un balsamo per il mio cuore, un importantissimo pezzetto di serenit\u00e0<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Riccardo Muti <\/strong><strong><\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cMe lo hanno insegnato la fede e la musica\u201d<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>I problemi di salute che ho avuto di recente mi hanno fatto toccare con mano quello che so da sempre, che siamo legati a un filo e che basta un nulla perch\u00e9 questo filo si spezzi<\/em><em>. Mi ha sostenuto il senso della speranza che mi hanno trasmesso i miei genitori educandomi nella fede cattolica. Sapere di una vita oltre la morte che, certo, ignoro come potr\u00e0 essere, mi fa guardare con serenit\u00e0 al presente. Me lo ha insegnato la fede. E anche la musica perch\u00e9 quando dirigo un Requiem, di Mozart, di Cherubini o di Verdi, quelle note mi trasportano oltre, nella dimensione dello Spirito<\/em>\u201d: cos\u00ec il direttore d\u2019orchestra Riccardo Muti ad <em>Avvenire<\/em> del 7 giugno 2011, a p. 29: <em>\u201cIo la fede, la morte e un sogno\u201d<\/em>.<strong><\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Paolino Iorio<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cLa mia sofferenza nella sua luce\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Guardando il Crocifisso \/ ho trovato il significato \/ della mia sofferenza \/ accolta e vissuta \/ alla sua luce \/ strumento di salvezza<\/em>\u201d: versi di Paolino Iorio, malato di distrofia muscolare, morto il 28 ottobre 2010 a 33 anni, pubblicati da <em>Segno<\/em> 1\/2011, p. 28. Due anni prima Paolino aveva pubblicato una raccolta di poesie intitolata <em>Il cantico della creazione<\/em> (L\u2019arca e l\u2019arco Editrice, 2008).<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Fortunata Donatiello<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cPenso sempre che \u00e8 stato un miracolo\u201d<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Penso sempre che \u00e8 stato un miracolo, nel senso che Dio ha voluto cos\u00ec. Ancora qualche minuto e sarei morta. Invece c\u2019\u00e8 stato un uomo, partito dalla Romagna, che ha sentito il mio vagito. Per fortuna era un uomo testardo<\/em>\u201d: cos\u00ec Fortunata Donatiello, di Lioni, Avellino, parla del vigile urbano Luciano Tontini \u2013 di Cesena \u2013 che la salv\u00f2 \u2013 neonata \u2013 dalle macerie dell\u2019ospedale di Sant\u2019Angelo dei Lombardi, dov\u2019era nata subito prima del crollo provocato dal terremoto del 23 novembre 1980. Luciano sent\u00ec un vagito, gli dissero che era un gattino ma egli era convinto di aver udito un bambino e scav\u00f2 e la salv\u00f2: appena nata era sopravvissuta per tre giorni nella sua culla.<\/p>\n<p><strong>In <em>Avvenire<\/em> del 18 novembre 2010, p. 14: <em>Irpinia 30 anni dopo.<\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Bianca Taliercio<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cBenedico il Signore per le cose belle avute nel matrimonio\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u00ab<em>Questa famiglia ci appartiene: appartiene alla nostra Chiesa, alla nostra citt\u00e0. Dio ha chiesto a questa famiglia, e solo a questa, un percorso profondo, una testimonianza che nessuna famiglia di questa citt\u00e0 ha dato: ha chiesto un servo sofferente e due figlie in cui ha messo la sua compiacenza<\/em>\u00bb: parole di don Franco De Pieri alla messa di addio per Bianca Taliercio, madre di sei figli \u2013 la pi\u00f9 piccola 4 anni \u2013 morta di tumore a 50 anni. Di tumore era anche morta la sorella Elda, a 39 anni. Il pap\u00e0 Giuseppe Taliercio, direttore del Petrolchimico di Porto Marghera, era stato rapito e ucciso dalle BR il 5 luglio 1981. Al suo funerale Bianca a nome della famiglia aveva detto parole di perdono per gli assassini. \u00ab<em>La vita di Bianca<\/em> \u2013 dice il marito Luigi Lattanzi, come lei partecipe del \u201cCammino neocatecumenale\u201d \u2013 <em>\u00e8 una buona notizia per le persone. Era una donna normale, anzi apparentemente debole, fragile; ma questo non ha impedito che si realizzassero in lei delle opere magnifiche<\/em>\u00bb. Un mese prima della morte aveva celebrato il 25\u00b0 di nozze e con un filo di voce aveva detto: \u201c<em>Benedico il Signore per le cose belle avute nel matrimonio<\/em>\u201d.<\/p>\n<p><strong>Gente Veneta del 6 novembre 2010<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Francesca Bartolucci <\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cMi chiedevano se Dio esiste davvero\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Irene alle amiche del liceo Dante chiedeva: perch\u00e9 \u00e8 capitato a me? E da me insieme venivano per chiedere: ma Dio esiste davvero? Insieme abbiamo trovato le risposte. Abbiamo anche tanto pregato insieme<\/em>\u201d: parole di Francesca Bartolucci, romana, al <em>Corriere della Sera<\/em> del 10 febbraio 2010, p. 39, narrando della morte a 15 anni per tumore al cervello della figlia Irene.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Roberto Vecchioni<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cA sessant\u2019anni ho riscoperto la spiritualit\u00e0\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Non esiste la casualit\u00e0. La vita mi ha convinto che nulla avviene per caso, Dio \u00e8 il grande regista dell\u2019universo e delle nostre vite<\/em><em>. <\/em><em>A 60 anni ho riscoperto la spiritualit\u00e0. Ho superato la rabbia e lo sconforto sapendo che ci si pu\u00f2 salvare con la forza dell\u2019amore<\/em>\u201d: cos\u00ec il cantante Roberto Vecchioni a <em>Il Giornale<\/em> del 16 dicembre 2008: <em>\u201cCanto la mia fede rinata\u201d<\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Cinzia Anedda<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cPerch\u00e9 illumini la vita di tutte le mamme\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Questo libro racconta la storia di una maternit\u00e0 difficile e vuole essere una preghiera a Cristo perch\u00e9 illumini la vita di tutte le mamme con la sua Luce. Con Maria Letizia abbiamo imparato che ci\u00f2 che \u00e8 doloroso non sempre \u00e8 una disgrazia. E\u2019 stata un dono grandissimo e siamo contenti di averla<\/em>\u201d: cos\u00ec Cinzia Anedda parla ad <em>Avvenire<\/em> del 23 agosto 2007 della figlia cerebrolesa e del libro che le ha dedicato: <em>La luce e la letizia. Storia di una bambina diversamente abile e di una mamma ugualmente felice <\/em>(Effat\u00e0 editrice 2006).<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Felice Gimondi<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cFacevo provocatoriamente il segno della croce\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Non mi sono mai vergognato di dichiarare pubblicamente la mia fede e spesso mi facevo un po\u2019 provocatoriamente il segno della croce in pubblico. Quando arrivai al Tour, dopo che la gara era gi\u00e0 iniziata, quando gi\u00e0 ero uno dei favoriti, una persona dell\u2019organizzazione mi disse: come pu\u00f2 pensare di vincere il Tour un chierichetto? Mi prendevano in giro, insomma. Solo che poi il chierichetto il Tour l\u2019ha vinto davvero<\/em>\u201d: cos\u00ec il ciclista bergamasco Felice Gimondi (vince il Tour nel 1965, \u00e8 campione del mondo nel 1973) in un\u2019intervista alla rivista <em>Communio<\/em>, marco-aprile 2006, p. 82: <em>La dignit\u00e0 dell\u2019uomo nello sport<\/em>.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Annamaria Torretta<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cNoi crediamo in lui e a lui ci siamo abbandonati\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Prima di tutto ci siamo affidati al Signore. Noi crediamo in lui e a lui ci siamo abbandonati. Come ho potuto mantenere la serenit\u00e0? Non lo so, \u00e8 qualcosa che ti nasce dentro. Una serenit\u00e0 particolare. Pensavo che il Signore non ci abbandona mai, che \u00e8 sempre davanti a noi. E comunicavo con Simona soltanto su questa via, non ce n\u2019erano altre, non ne avevamo altre<\/em>\u201d: parole dette ad <em>Avvenire<\/em> del 1\u00b0 ottobre 2004 [a p. 6: \u201c<em>Fede in Dio e speranza. Cos\u00ec ho aspettato Simona<\/em>\u201d] da Annamaria Torretta, mamma di Simona Torretta \u2013 una delle \u201cdue Simone\u201d rapite in Iraq \u2013 al termine dei 21 giorni del sequestro.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Giorgia e Alessandro Mengozzi<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cA quel bambino la sua piccola possibilit\u00e0 di vita\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>E\u2019 difficile trovare le parole per una preghiera in queste circostanze, ma il bisogno del silenzio oggi \u00e8 sopraffatto dal bisogno di raccontare la nostra esperienza<\/em>\u201d: cos\u00ec il 9 gennaio 2002 Giorgia e Alessandro Mengozzi raccontano nella loro chiesa parrocchiale di Forl\u00ec l\u2019attesa e la nascita senza vita di un loro quarto figlio, che avevano gi\u00e0 chiamato Luigi quando un\u2019ecografia l\u2019aveva segnalato come anencefalico, mancante cio\u00e8 di una parte del cervello. \u201c<em>Abbiamo capito<\/em> \u2013 dice Giorgia \u2013 <em>che a noi era toccata la grande fortuna di dare a quel bambino la sua piccola possibilit\u00e0 di vita. Luigi \u00e8 stato nella nostra famiglia, dentro di me ha sentito le nostre voci, ha conosciuto le sue tre sorelle. Ancora oggi \u00e8 nella nostra famiglia: \u00e8 il nostro angelo, che a volte andiamo tutti e cinque a trovare al cimitero<\/em>\u201d.<\/p>\n<p><strong>In <em>Avvenire<\/em> del 3 febbraio 2002, p. 4. <\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Italo Falcomat\u00e0<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cIo non mi piegher\u00f2 ma tu Dio mio<\/strong><strong> dammi il coraggio<\/strong><strong>\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>La leucemia non \u00e8 trionfante ma lo diventa se, ai primi colpi, che sono poi i pi\u00f9 duri, uno si lascia andare. I<\/em><em>o non mi piegher\u00f2 ma tu, Dio mio, dammi il coraggio di affrontare la sera<\/em>\u201d: parole contenute in una lettera con la quale il sindaco Pd di Reggio Calabria Italo Falcomat\u00e0 (1943-2001) inform\u00f2 i concittadini della sua malattia, cinque mesi prima di morire.<\/p>\n<p><strong>In <em>Avvenire<\/em> del 14 luglio e <em>Corriere della Sera<\/em> del 15 luglio 2001.<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Alessandra Mattiazzi<\/strong><\/p>\n<p><strong>convertita dalla \u201cserenit\u00e0 contagiante dei morenti\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Ho scelto la fede quando ho capito perch\u00e9 tanti malati che assistevo andavano incontro alla morte per nulla angosciati, anzi con una serenit\u00e0 contagiante. Ora il mio sogno \u00e8 di poter realizzare una famiglia e di poter educare i figli alla gioia che deriva dalla fede<\/em>\u201d: parole di Alessandra Mattiazzi, infermiera a Montebelluna, Treviso, in occasione del battesimo chiesto a 24 anni, essendo stata \u201cstata educata dai genitori in un clima di agnosticismo\u201d.<\/p>\n<p><strong>Intervista ad <em>Avvenire<\/em> del 14 aprile 2001, p. 16: <em>\u201cLa mia vita ricomincer\u00e0 a Pasqua\u201d<\/em>.<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Pina Maisano<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cMio marito aiutava Cristo come il Cireneo\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Mio marito Libero Grassi come il Cireneo ha voluto aiutare Cristo a portare la croce, ma contrariamente al Cireneo, \u00e8 stato ucciso. Era diventato un organizzatore di coscienze e il racket del pizzo non poteva tollerarlo<\/em>\u201d: cos\u00ec Pina Maisano, vedova di Libero Grassi (1924-1991: imprenditore palermitano ucciso dalla mafia perch\u00e8 rifiut\u00f2 di pagare il pizzo), parla alla stazione del Cireneo, a Palermo, durante la Via Crucis sui luoghi dei martiri della lotta alla mafia \u2013 da via d\u2019Amelio alla chiesa degli Orionini, nel quartiere di Montepellegrino \u2013 il Venerd\u00ec Santo del 2001.<\/p>\n<p><strong><em>La Repubblica<\/em><\/strong><strong> del 14 aprile 2001, p. 13.<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Anna Maria Stefanini <\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cE\u2019 come se mio figlio fosse ancora qui con me\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>E\u2019 come se mio figlio fosse ancora qui con me. E\u2019 una certezza che mi viene dalla fede. Ho riscoperto la forza che pu\u00f2 dare la preghiera. Ho avuto la grazia, nonostante la mia pena, di continuare ad avere fiducia in Dio e ho voluto condividere questo dono con tutti coloro che si trovano nella mia situazione<\/em>\u201d: Anna Maria Stefanini, madre di uno dei tre carabinieri uccisi al Pilastro, a Bologna, dalla banda della \u201cUno bianca\u201d il 4 gennaio del 1991, parla cos\u00ec ad <em>Avvenire<\/em> del 2 gennaio 2001, nel decennale della morte del figlio Otello, 22 anni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Mario e Cristina di Pavia<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u201cOra ho in cielo un angelo che \u00e8 mio figlio\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Al quarto mese, i medici ci hanno avvertiti che Carlo sarebbe nato senza cervello e ci proposero l\u2019aborto, ma per me e mia moglie era inconcepibile. Carlo non ha vissuto solo due ore, ma ha respirato per nove mesi nel grembo materno<\/em>\u201d. \u201c<em>Che madre sarei stata rinunciando a Carlo prima di poterlo abbracciare anche solo per un brevissimo istante. Ora ho in cielo un angelo che \u00e8 mio figlio, un protettore speciale. Una madre non accetta di vedersi strappare il figlio che ha portato in grembo per mesi. Carlo doveva nascere e non morire prima di poter essere battezzato<\/em>\u201d. Cos\u00ec parlano al <em>Corriere della Sera<\/em> del 27 novembre 2000, p. 53, Mario e Cristina, i genitori del bimbo anencefalico nato al Policlinico San Matteo di Pavia e vissuto due ore.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pu\u00f2 capitare che sfogli il giornale e trovi \u2013 tra le notizie pi\u00f9 nere \u2013 una preghiera, inaspettata come un fiore tra i sassi. 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