Attualità del martire del Nazismo Tito Brandsma: amico di Dio, degli uomini e degli animali

Conversazione con la comunità parrocchiale

di Santa Maria Regina Mundi a Torrespaccata – Roma

in vista della canonizzazione del beato Tito Brandsma

Sabato 30 aprile 2022 – ore 16.30

Vengo volentieri a parlare di Tito Brandsma che un poco conosco e amo. Scrissi della sua beatificazione sul Corriere della Sera del 3 novembre 1985. Ero allora in un’altra parrocchia carmelitana di Roma, San Martino ai Monti e partecipai ai festeggiamenti che si fecero alla Traspontina. Mi sono occupato di nuovo del suo martirio in occasione di una mia pubblicazione sui martiri nel ventesimo secolo: Nuovi Martiri, San Paolo Editore 2.000. Recentemente ho firmato la prefazione alla seconda edizione italiana di una sua conferenza del 1936 sugli animali ancora oggi attuale: Amore per gli animali e amore per l’uomo (Graphe Edizioni 2022).

Tra i martiri della Seconda guerra mondiale riconosciuti ufficialmente – che ora sono molti – Tito Brandsma è stato il secondo (1985), in ordine di tempo, dopo Maximilian Kolbe (1982), tanto viva ed eloquente è parsa a tutti la sua testimonianza.

La Chiesa olandese è stata la prima e la più coraggiosa nell’opporsi pubblicamente al nazismo e il nostro santo è stato tra i principali promotori di quell’opposizione. La mia passione per lui ha poi un rinforzo nel fatto che svolse un’opposizione da giornalista e consulente dei giornalisti cattolici, ponendosi specificamente, come vedremo, la questione della denuncia delle ingiustizie a mezzo stampa.

Il 26 gennaio 1941 con una lettera pastorale i vescovi olandesi condannano il «Movimento nazionalsocialista olandese», escludendone i seguaci dai sacramenti e definendolo «completamente contrarlo alla concezione cristiana della vita e ai valori umani essenziali». Nel dicembre del 1941 a tutti gli organi di stampa arriva l’ordine di pubblicare obbligatoriamente e senza eccezioni tutti i comunicati e i testi che quel Movimento destina alla stampa.

Per il padre Brandsma, assistente dei giornalisti cattolici (lo era dal 1935), quell’ordine va respinto: egli argomenta questa posizione in una Lettera ai direttori e redattori dei giornali cattolici olandesi, che ha la data del 31 dicembre 1941 e che recapita di persona viaggiando in treno per tutta l’Olanda tra il 2 e il 10 gennaio 1942: “I giornali cattolici – vi si afferma – non possono accogliere le richieste del Nazional Socialismo Olandese, se non vogliono agire contro le disposizioni dei loro vescovi che proibiscono di appoggiare tale Movimento”. Viene spiato in questi spostamenti e quella lettera diventerà il principale capo di accusa da parte dell’occupante, che lo incrimina per sabotaggio. Si trattava di una trentina di testate tra nazionali e locali e Tito riuscì a contattarne circa la metà prima di essere arrestato, il 19 gennaio 1942, nel convento di Boxmeer.

Il responsabile del settore stampa degli occupanti nazisti aveva scritto al Comando: «Siamo informati che dal 2 gennaio viaggia in tutto il Paese il padre Tito Brandsma di Nimega, per ordine dei vescovi cattolici, per invitare le direzioni e i capiredattori della stampa cattolica a prendere parte alla campagna di protesta. Propongo che sia arrestato e messo in campo di concentramento». Ad arresto effettuato, il Comando telegrafa a Berlino: «Il nemico numero uno degli interessi tedeschi in Olanda ora è innocuo».

Il padre Tito era noto da tempo agli ambienti nazisti e agli occupanti. Professore di filosofia all’Università di Nimega e collaboratore di giornali e riviste, si era opposto pubblicamente al nazismo molto prima dell’invasione tedesca dell’Olanda (10 maggio 1940). Nel 1935 aveva polemizzato contro le restrizioni poste in Germania agli ebrei («I nemici degli ebrei sono ben piccoli, se ritengono di dover agire così inumanamente»), tanto che un giornale di Berlino, «Fridericus», gli aveva dedicato un articolo intitolato Quel malefico professore. Nel 1936 aveva partecipato alla redazione di un volume intitolato Voci olandesi sul trattamento degli ebrei in Germania. E quando fu fatto obbligo alle scuole di cacciare gli alunni ebrei, il padre Brandsma – che aveva un ruolo di coordinatore nella Federazione delle scuole cattoliche – aveva inviato una circolare che definiva «scottante ingiustizia» quell’obbligo e ricordava che la «missione» della Chiesa «non conosce differenza di sesso, di razze e di popoli». Sulla matrice anticristiana del nazismo aveva tenuto conferenze e corsi universitari nel biennio 1939-1940.

Il 12 marzo 1942 viene traferito dal carcere di Scheveningen al campo di concentramento di Amersfoort e il 19 giugno dello stesso anno viene inviato al campo di Dachau dove resta poco più di un mese: ricoverato il 18 luglio in infermeria, lì muore il 26 luglio 1942 all’età di 61 anni dopo che un’infermiera, sotto ordine delle SS, gli inietta una fiala di acido fenico.

L’infermiera che lo ebbe in cura e che gli fece l’iniezione mortale, già nazista convinta, sì presentò spontaneamente nel 1955 al processo di beatificazione, chiese che il suo nome restasse riservato e affermò di essersi convertita per l’esempio ricevuto dal padre Tito: «Una volta il padre mi prese la mano e disse: che povera ragazza è lei, io pregherò per lei (…) Chiunque lo vedeva ritraeva dal suo comportamento l’impressione che in lui c’era qualcosa di soprannaturale (…) Gli feci l’iniezione verso le due meno dieci. Tutto quel giorno mi sentii male. Quella iniezione mi aveva tanto impressionata, mentre in altri casi non mi faceva nessuna impressione».

Uomo libero, intellettuale di punta, amante degli animali e della pipa, forte nelle amicizie, ponderato come si addice a un professore di filosofia ma anche rapido nelle reazione agli eventi com’è proprio di un giornalista che collabora a quotidiani e settimanali. Ironia e autoironia costanti. Il 5 marzo 1942 così scrive al provinciale dei Carmelitani dal carcere di Scheveningen: “Psichicamente non ho alcun disturbo. Non ho bisogno di piangere, di mandare sospiri, persino canto un po’ a modo mio e naturalmente non troppo forte”.

L’ironia ravvivava il suo linguaggio anche quando l’argomento era serissimo. Il 27 ottobre 1939, inasprendosi la battaglia pubblica sulla questione ebraica, fu convocato da un ufficio anagrafico per dichiarare di non essere ebreo e così scrisse di quell’adempimento: “Ho dovuto dichiarare che sono di puro ceppo frisone. Però questo è doloroso per i giudei. Io debbo restare al loro fianco”.

Mentre si trovava nella cella 577 del carcere di Scheveningen potè tenere una specie di diario nel quale così annotò il proprio debutto carcerario: “Quando di sera tardi uno viene messo nella cella di una prigione e la porta viene chiusa dal di fuori con tanto di chiave e di catenaccio, si rimane un istante stupiti. Il fatto poi umoristico di andare in carcere alla mia età avanzata mi spingeva piuttosto al riso che a rattristarmi per la sua tragicità”.  

Ecco una pagina di slancio mistico – da vero carmelitano – che è in quel diario: «Mi trovo in questa cella come in casa. E finora non mi sono annoiato. Anzi, è il contrario. Sono solo, è vero, ma mai il Signore mi è stato così vicino. Sento la voglia di gridare per la gioia, perché Egli di nuovo nella sua pienezza si è fatto trovare da me…  Egli è il mio unico rifugio e mi sento protetto e felice. Rimarrò qui per sempre, se il Signore così dispone. Raramente sono stato così felice e contento».

Nelle settimane passate in quel carcere, tra il gennaio e il marzo del 1942, compose anche una preghiera dove sono parole grandi: “Lasciatemi solo, in questo freddo: / non ho più bisogno di nessuno; / la solitudine non mi incute paura, / perché tu sei vicino a me”.

Doti umane e slancio mistico che contribuirono a renderlo “l’uomo più amabile del campo”, come attestarono alcuni sopravvissuti che vissero con lui quei mesi di prigionia prima nel campo di Amersfoort (Olanda) e poi in quello di Dachau (Germania). Uno di loro testimoniò che Tito Brandsma riusciva a rapportarsi serenamente persino con le SS: “Non dimostrava mai sentimenti di antipatia o di odio verso i carcerieri. Egli era tutto bontà”.