Articolo pubblicato da SETTE del 15 dicembre 2011 a pagina 25 con il titolo
Giuseppe Dossetti, un uomo chiamato FRATELLO
Giovedì prossimo con SETTE e CORRIERE un’antologia del giurista, politico e sacerdote genovese per cinquant’anni grande protagonista della vita pubblica italiana
Cinque sono le stagioni della vita di Giuseppe Dossetti (1913-1996) e l’ultima è la più straordinaria: la resistenza (1943-1945), la politica (1945-1952), il sacerdozio e il Concilio (1953-1968), il “deserto” della scelta monastica (1968-1986) e la continuazione del deserto con una ventina di “ritorni occasionali” nella “città degli uomini” (1986-1996). Fu quell’ultima stagione a farne un protagonista insieme defilato e presentissimo della vita pubblica del nostro Paese.
Nell’antologia che viene ora pubblicata a cura di Alberto Melloni, Amore di Dio, coscienza della storia, sono riportati tre testi capitali di quell’ultima fase, che è anche quella in cui Dossetti ha potuto meglio portare a unità le acquisizioni maturate nelle decenni precedenti, tra loro anche confliggenti.
L’autorità accumulata era culturale e religiosa e l’esercitava con contatti personali, con la predicazione di “ritiri spirituali” e con richiami mirati all’eredità del Vaticano II. Ma in quel decennio svolse anche un’influenza politica, specie alla fine, quando reagì con passione, da vecchio costituente, ai progetti berlusconiani di modifica della Carta che definì “frettolosi e inconsulti”, dando la propria adesione ai “Comitati per la difesa della Costituzione” che si formarono nel suo nome e che ancora si riuniscono a Monteveglio (si rivedranno il 17 dicembre, nel quindicesimo della morte di “don Giuseppe”), dove tennero la prima assemblea nel settembre del 1994.
Disse allora Dossetti che “usciva” – con quel suo intervento – dal silenzio monastico per partecipare alle “emergenze maggiori dei fratelli del mio tempo” come facevano in antico “i Padri del deserto, che ritornavano in città in occasioni di epidemie, di invasioni o di altre grandi calamità pubbliche”.
Ho seguito da cronista quei “ritorni in città” del monaco Dossetti – sia quelli ecclesiali sia quelli politici – che davano a noi giornalisti un bel daffare. Non si lasciava intervistare, non voleva essere definito “un contemplativo” e neanche “un monaco”. Diceva che avrebbe preferito essere chiamato “semplicemente fratello”, e cioè “cristiano”.
Alla domanda sul perchè non avesse inserito la sua comunità – la “Piccola famiglia dell’Annunziata” – in un grande ordine monastico rispondeva che non l’aveva fatto perché restasse “aperta all’influsso delle vicende vissute”.
La preghiera e l’obbedienza erano i fuochi della sua pedagogia. Lo sentii affermare come propria regola di vita quella di “obbedire al di là di ogni limite di ragionevolezza”. Alluse una volta con discrezione a “due circostanze cruciali” in cui si era trovato a “sperimentare un’obbedienza totalmente contraddittoria alla sua volontà” e confessò che ubbidendo raggiunse “nel più breve tempo una grande serenità”.
Alludeva al 1948 quando gli fu chiesto da Pio XII di ripresentarsi come candidato al Parlamento (già meditava il ritiro dalla politica) e al 1956 quando fu il cardinale Giacomo Lercaro a “comandargli” di guidare la Dc alle amministrative di Bologna. Piegò la testa anche quando Paolo VI nel 1968 decise di “rimuovere” (questo è il termine usato da Dossetti) il cardinale Lercaro (che aveva 77 anni) da arcivescovo di Bologna: forse perché Lercaro aveva condannato i bombardamenti americani in Vietnam, o forse per il progetto di riforma dell’arcidiocesi che Lercaro e Dossetti stavano studiando.
Piangeva il monaco “ubbidiente” rievocando quel fatto all’Università di Bologna il 29 ottobre 1986, a dieci anni dalla morte di Lercaro, mentre affermava: “Si sa di certo ormai che è stata effettiva rimozione”.
Luigi Accattoli
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