Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

Dico no alla pubblicazione delle foto di Osama Bin Laden ucciso con due colpi in faccia. So bene che il mio parere non conta, ma lo dico a me stesso. E dico che mi attendo dagli Usa il gesto di pietà del poliziotto che dopo aver ucciso un bandito lo copre con un telo. Nè servirebbe a nulla – in realtà – la pubblicazione di una o più foto: si potrebbe sempre dire che sono montaggi. Nè vi è alcun bisogno di prove su una morte ammessa dagli stessi seguaci e familiari dell’ucciso. Si tratta solo di frenesia mediatica e di attrazione del macabro. Mentre la pubblicazione delle foto sarebbe oltraggio a un morto.

Una volta qui nel blog ho narrato la storia di un giovane vescovo che serviva per due ore al giorno i disabili di una casa di accoglienza dov’era ospitato un ragazzo con forte squilibrio mentale ma capace di qualche prestazione manuale. Un infermiere un giorno chiede al ragazzo di portare in bagno un bugliolo usato ed egli finge di non sentire. Al terzo richiamo risponde seccato: “Sono mica il vescovo io!” Il vescovo che faceva quei servizi è Benito Cocchi. Il ragazzo è Ivan Vecchi ed ora mi arriva la notizia della sua morte. Straripante di cordialità, Ivan era ospite della Casa della Carità di Corticella ed era detto il “benvenuto” della Casa, perché correva incontro a ogni ospite salutandolo con entusiasmo. Indimenticabili per chi l’ha conosciuto il suo viso alla Charlie Brown, l’entusiasmo con cui diceva a tutti “sono Ivan”, la bionarietà con cui spiegava che era “un po’ mongolo” ma che “ogni tanto molti lo sono”. Qui un più preciso racconto di Alessandro Canelli, bolognese e frequentatore di questo blog, che raramente lascia commenti ma che sempre ci legge.

Osama Bin Laden l’hanno beccato gli Usa, Saif al-Arab – ultimogenito di Gheddafi – l’ha ucciso un missile intelligente della Nato, i commercianti sottocasa hanno cacciato la barbona che stava con noi da un anno e tre mesi. Il mondo si va ripulendo a vista d’occhio.

Giovanni Paolo II con la forza di un “gigante” – e restando una “roccia” anche quando fu spogliato di tutto – ha aperto nel mondo d’oggi vie di predicazione del Vangelo che sembravano chiuse in maniera “irreversibile”; ha aiutato i cristiani a “non avere paura di dirsi cristiani” e ha rivendicato al cristianesimo quell’orientamento al futuro e quella “carica di speranza” che sembrava fossero stati “ceduti” alle ideologie secolari: sono le parole più vive dell’omelia di Benedetto XVI per la messa di beatificazione del predecessore. Qui la puoi leggere intera. Nei primi tre commenti i passi per i quali batto le mani a papa Benedetto.

Sono stato al Circo Massimo per la veglia in vista della grande festa di domani con il “beato” Giovanni Paolo II. Pieni gli occhi delle fiammelle che lo riempivano, come le lucciole viste da Dante “giù per la vallea”, vi saluto tutti e vi auguro un ottimo 1° maggio operaio, giovanile e wojtyliano.

Uno si chiama Assad, viene dall’Afghanistan e ha 18 anni. L’altro Ibrahim, è ghanese e di primavere ne ha 22. Me li hanno fatti conoscere due giovanissimi amici che sanno della mia passione per le storie di vita. L’intervista ad Assad, che vive a Bologna, è stata fatta da Pietro Canelli, che i visitatori del blog già conoscono: vedi post del 2 febbraio 2011 intitolato Alla stazione di Bologna in cerca dei barboni. Ibrahim al momento vive a Monterotondo, Roma, e il video in cui si racconta è stato girato da Paloma Goycoolea, studentessa romana. Qui il video di Ibrahim. La storia di Assad la trovi invece nei primi due commenti a questo post. Mando un bacio a Pietro e a Paloma: è così che si fa con i ragazzi stranieri. Parlando con Assad e con Ibrahim impariamo a diventare fratelli. Chi ha storie simili, me le mandi.

Almeno in due campi – predicazione della pace e rapporto con le religioni non cristiane – Papa Wojtyla è andato in avanscoperta, oltre le indicazioni che erano venute dal Vaticano II. Quando i due temi coincidevano – come nelle tre «giornate» interreligiose di Assisi: 27 ottobre 1986, 9-10 gennaio 1993, 24 gennaio 2002 – egli si affidava al genio dei gesti simbolici. Spesso si mosse in solitudine, con poco accompagnamento all’interno della stessa Chiesa, tanto da dover correggere, verso la fine del Pontificato, qualcuno dei passi compiuti nella prima fase. La terza giornata di Assisi fu più cauta – nel linguaggio e nei gesti – rispetto alla prima“: è il didascalico attacco di un mio articolo pubblicato oggi dal Corsera a pagina 27 con il titolo I GESTI MEMORABILI DI WOJTYLA CON LE ALTRE RELIGIONI.

«Qui in Benin è un grande scandalo se una donna rimprovera un uomo come capita quando io mi faccio sentire con certi papà che trascurano la famiglia e non si prendono cura dei figli»: parlava così Carla Baraldi, missionaria laica, nella trasmissione “Mentre” di TV2000 andata in onda il pomeriggio del Giovedì Santo. Io ero ospite della trasmissione (vedi il post del 21 aprile sulla Lavanda dei piedi) e dedico a Carla un bicchiere di Vino Nuovo.

Con Berlusconi non voglio che l’Italia bombardi la Libia ma sono contro il premier quando propone un taglio all’impegno dell’Italia nelle missioni di pace”: avevo scritto così in un post del 17 aprile e oggi dico che sto con la Lega nella sua protesta per l’impegno di Berlusconi a bombardare. L’errore del premier fu all’inizio, quando sostenne che la responsabilità delle operazioni doveva passare alla Nato: essendo noi nella Nato, si è imbottigliato da solo. – Insisto nel sostenere, come già nel citato post del 17 aprile, che ogni questione politica va affrontata per quello che è, senza cedere alla tentazione che “non serve discutere tanto è tutto sbagliato”. Non ci fosse questo governo, che io vorrei sostituito stanotte, ci sarebbe comunque la questione se sparare o no nella guerra di Libia. Dunque sto con la Lega. Si votasse domani, voterei per il Pd come già alle ultime elezioni. Ma sulla Libia condivido Bossi e Maroni e lo dico per aiutarmi e aiutare a ragionare. Si fa politica quando si sottopone a critica l’avversario ma si fa politica due volte quando si aiuta la propria parte a vedere la posta in gioco.

Secondo Alberto Melloni ci sono almeno cinque motivi, anzi sei, per amare Papa Wojtyla e coltivarne la memoria: il Sinodo straordinario del 1985 che qualifica il Vaticano II come “la” grazia del secolo XX; la visita alla Sinagoga di Roma e la Giornata di Assisi del 1986, che danno creativa attuazione al mandato conciliare di avvicinamento all’ebraismo e alle religioni non cristiane; il mea culpa giubilare, atto primaziale senza precedenti che riconosce le “colpe storiche” che oscurano il volto della Chiesa; l’ardente predicazione della pace del 2003 contro la guerra di Bush all’Iraq. Sono cinque e il sesto sarebbe la debolezza e la forza con cui il Papa polacco ha vissuto malattia: Melloni l’accenna in premessa ma non lo svolge perché “su questo non c’è poi altro da dire che evocarne l’intensità”. Si tratta di un excursus rapido e impegnativo che lo storico – commentatore dei fatti papali per il Corriere della Sera – consegna a un volumetto Mondadori che esce alla vigilia della beatificazione del Papa polacco, “Le cinque perle di Giovanni Paolo II. I gesti di Wojtyla che hanno cambiato la storia” (pp. 154, euro 18). E’ il dissimulante attacco di una mia recensione pubblicata oggi dal Corsera a pagina 28. Nei primi due commenti il resto della recensione.