Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

Tra le tristezze cicliche dei telegiornali quella che mi fa più triste è la monnezza a Napoli. Forse perchè è quella che intendo di meno. O perchè amo Napoli – dove sono stato per quattro mesi da soldato – come una mia patria. Che angoscia ogni volta che vedo quelle muraglie di sacchetti per le vie. Leggo in Goethe, Viaggio in Italia (BUR 1991, p. 341): “A Napoli un numero rilevantissimo di persone, quasi tutti straccioni, sono occupati a trasportare sugli asini la spazzatura fuori della città”. Era il 1787, erano quasi tutti straccioni e la faccenda funzionava. Perchè oggi no, perchè?

Luca non ha detto che gli angeli hanno cantato. Egli scrive molto sobriamente: l’esercito celeste lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli…” (Lc 2,13s). Ma da sempre gli uomini sapevano che il parlare degli angeli è diverso da quello degli uomini; che proprio in questa notte del lieto messaggio esso è stato un canto in cui la gloria sublime di Dio ha brillato. Così questo canto degli angeli è stato percepito fin dall’inizio come musica proveniente da Dio, anzi, come invito ad unirsi nel canto, nella gioia del cuore per l’essere amati da Dio. Cantare amantis est, dice sant’Agostino: cantare è cosa di chi ama. Così, lungo i secoli, il canto degli angeli è diventato sempre nuovamente un canto di amore e di gioia, un canto di coloro che amano. In quest’ora noi ci associamo pieni di gratitudine a questo cantare di tutti i secoli, che unisce cielo e terra, angeli e uomini. Sì, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. Ti ringraziamo per il tuo amore. Fa che diventiamo sempre di più persone che amano insieme con te e quindi persone di pace“: è la conclusione dell’omelia di papa Benedetto la notte di Natale. Omelia straordinariamente bella, inventiva nel linguaggio, gentile in ogni pensiero. Un regalo per ognuno. Nei primi commenti riporto altre perle di quel capolavoro.

Faccio gli auguri di Natale ai visitatori del blog con questa foto che mi è arrivata ieri per posta elettronica, di una famiglia con tredici figli che qui nel blog già conosciamo e che costituisce uno dei FATTI DI VANGELO la cui ricerca mi spinge a leggere giornali e libri e a vagare per la Rete.

Si tratta di Paola e Maurizio Alesso: trovi la loro storia nella pagina CERCO FATTI DI VANGELO elencata sotto la mia foto, al capitolo 10 COPPIE IN MISSIONE COME AQUILA E PRISCILLA. Ma qui – in questo biglietto di auguri – più della storia contano i volti: la gioia di essere genitori di Paola e Maurizio e il desiderio di essere figli dei tredici, tutti maschi tranne la bimba più piccola che è in braccio al papà. IL PADRE NOSTRO E IL DESIDERIO DI ESSERE FIGLI è il titolo di uno dei miei libri: ecco, io vedo il Natale come uno dei momenti nei quali quel desiderio dei desideri meglio attecchisce in noi e nei nostri piccoli. Buon Natale ai visitatori abituali e occasionali. Buon Natale a tutti quanti.

Donne che scelgono doni al Premaman: è l’immagine che fermo per questa antivigilia. Incinte che aiutano altre incinte nella scelta, o le informano al telefono. Andranno il pomeriggio a fargli visita. Maria ed Elisabetta. Il mistero colorato delle mamme. La loro fecondità. E la luce che le mostra.

Cielo bigio su Roma, gabbiani ed elicotteri sopra le case. Gli studenti pare non abbiano intenzione di sfidare la “zona rossa” e sarebbero andati in diverse direzioni, intorno alla Città Universitaria e verso il Pigneto. Quelli delle medie superiori verso Trastevere e il Gianicolo. “Liberi per la città” hanno scritto sugli striscioni. Tra gli studenti medi c’è una mia figlia. Sentendo sirene ed elicotteri penso che qualsiasi cosa possa comunque succedere: ci sono ancora tante ore prima di sera, benchè questi siano i giorni più corti dell’anno. Tante ore o ognuna è carica come un’arma: così le avverto. Mi pare questa – a suo modo – un’immagine dell’Avvento.

Passo una mezz’ora a leggere i bigliettini per Babbo Natale appesi all’albero dei desideri nell’atrio della stazione Termini. C’è di tutto. “Vorrei che portassi un degno compagno a mia madre che è parecchio stressata” scrive una Domiziana. Un’anonima: “Baciami txt e digli che ancora lo penso”. Un bambino preoccupato di non essere a casa: “Caro Babbo Natale quest’anno non siamo a Milano come sempre ma siamo a Lucera”. Uno che non si monta la testa: “Portaci un giusto, sincero e giovane governo che sappia ciò che fa”. Una che pare sua sorella: “Vorrei che aiutassi a superare la malinconia che a volte assorbe il mio Leonardo”. Mi paiono richieste modeste, degne della sacca di Babbo Natale. Ma al Signore che viene si può chiedere di più. Io gli chiedo che stavolta parli più forte.

Il nipotino di tre anni chiedeva, mentre facevamo il presepe: “Nonno, perchè la mucca del presepe si chiama due?” Gli ho risposto che quel bue mi è caro, insieme all’asino, più di ogni altro animale. E che attendo il tempo in cui non mangeremo più gli animali e li capiremo e gli parleremo. – «Venendo il tempo si sementare il grano, vedendo i bovi mi sentivo eccitare a devozione, avendo inteso che questa sorta di animali con i somarelli si erano ritrovati in quel mistero sì grande della capanna di Betlemme, quando nacque Gesù Cristo da Maria Vergine, riscaldandolo con il loro fiato, quando nel presepio giaceva sopra il fieno. Gli posi molto affetto, e fuori di modo mi rallegravo in vederli» (San Carlo da Sezze, 1613-1670).

Nella notte sono tornati per Natale i figli che erano lontani ed è stata una festa. Ma più bella sarà quando loro e gli altri – che al momento erano qui – torneranno dalla Terra Promessa, dall’Eldorado e dalla Nuova Frontiera che sono andati a esplorare con grande convincimento. “Quando era ancora lontano, suo padre lo vide”.

Un alberello tondo su un motocarro sporco di calce. Lo incontro a via del Corso. Piove. L’alberello passa tra la folla di Natale che lo guarda e pensa ai boschi. Scorre all’altezza delle finestre e i vasi delle case si affacciano per lui. Questo passaggio dell’albero è come una parabola in mezzo alla città.

«La mia parrocchia è la strada. Avevo 44 anni quando il vescovo mi mandò a rendere visibile Gesù per i sofferenti. Se mi guardo indietro, sento che ho tentato di seminare e di amare»: sono parole di Giancarlo Bertagnolli, prete di Bolzano, fondatore dell’associazione «La Strada–Der Weg», una vita nel soccorso ai drogati. Le prendo dal libro intervista di Paolo Valente pubblicato dall’editrice Il Margine, Camminar la strada. L’avventura cristiana di don Giancarlo Bertagnolli, pp.137, 16 euro. Gli dedico un bicchiere di Vino Nuovo.