Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

A Pompei – vedi post precedente – ho seguito in serata il concerto di Angelo Branduardi che l’arcivescovo Carlo Liberati, dotato di buona intonazione, ha chiamato a chiudere il Meeting dei giovani. Erano dieci anni che ascoltavo in automobile la leggenda francescana del ricciuto menestrello mai udito dal vivo. Me ne è venuta la conoscenza di una nuova canzone, IL DENARO DEI NANI “che può essere letta in due chiavi”, ci ha avvertiti l’autore: “Come richiamo alla leggenda celtica del tesoro che ammalia e avvelena ma anche come denuncia dei cultori della finanza creativa che hanno costruito la loro ricchezza derubando la gente che vive del proprio lavoro”. “Paura te la canto, canta che io conto“. “Butta quel tesoro, il denaro dei nani in fumo finirà“. Scommetto che questa canzone piacerebbe a papa Ratzinger. Gli piacerebbe anche il saluto di Angelo alla folla giovanile di Pompei: “Se immaginiamo dei bambini in una stanza buia li sentiremo dapprima piangere e poi, inevitabilmente, cantare. Perchè il canto caccia la paura e a esso ricorriamo tutti per cacciare la più grande di tutte le paure che è quella della morte“.

“Sempre mi sono chiesto: che farebbe Gesù, che farebbero Francesco e Caterina se passassero davanti a questi uomini che spacciano e a queste donne che si prostituiscono? Ora lo so: farebbero qualcosa di simile a quello che sta facendo Chiara Amirante. Che non è scesa dal cielo e non è vissuta nel Medioevo. È romana, ha gli occhi neri, i capelli crespi e racconta d’aver avuto paura quando decise di scegliere la strada: paura di dirlo ai genitori, perché era una ragazza e poteva essere pericoloso. Avevo già letto – di Chiara – il volume Stazione Termini. Storie di droga, Aids, prostituzione (Città Nuova,1994). E l’avevo vista in TV nelle «inchieste di Biagi» il 28 ottobre 1994. Le avevo dedicato una delle 224 storie della mia inchiesta “Cerco fatti di Vangelo” (SEI, 1995). Dunque qualcosa sapevo, ma da questo volumetto ho imparato molto di più, perché qui Chiara racconta in ordine la sua storia”: così scrivevo a prefazione del libro di Chiara “Nuovi orizzonti. La nostra avventura nel mondo della strada” (Città Nuova 1996). Allora Chiara doveva avere trent’anni e un giorno la intervistai in una sua casa di accoglienza e oggi di nuovo l’ho vista al meeting giovani di Pompei, dov’eravamo – con il vescovo Pietro Santoro e il moderatore del sito PETRUS Gianluca Barile – a parlare di Gesù ai ventenni. Lei ha ripetuto la scritta murale di un drogato che fu una delle spinte alla sua “conversione”: “Nonostante la vostra indifferenza noi esistiamo”. E io le ho detto “grazie” ancora una volta. Nella pagina di questo blog PREFAZIONI E CAPITOLI elencata sotto la mia foto puoi leggere la mia prefazione a quel suo volume, terzo titolo a contare dal fondo.

In treno da Ancona a Roma, martedì 27. Mi sono rinfrescato gli occhi alla vista della marina, tra Ancona e Falconara e poi ho letto le scritte sui muri fino a Roma. Ne ho trovata una che merita sulla parete di destra della stazione di Gualdo Tadino: di destra per chi guarda dal treno. L’edificio ha due campate cieche e su quella di sinistra c’è la scritta: CUCCIOLO TI VOGLIO PERCHE’ SEI UNICO. Su quella di destra il controcanto: PIKKIA TI VOGLIO PERCHE’ SIAMO IO E TE. Mi pare che lei sia partita per prima e che lui obbedisca al sentimento di lei.

Sono a Milano per la presentazione – all’Auditorium San Fedele – del libro autobiografico e altro di padre Bartolomeo Sorge appena pubblicato da Mondadori con il titolo LA TRAVERSATA. LA CHIESA DAL CONCILIO VATICANO II A OGGI (212 pagine, 18,50 euro). Parliamo Marco Vergottini, Marco Garzonio e io. Ma soprattutto parla il padre Bartolomeo, ottant’anni combattivi, che frequento da quarant’anni e che stasera mi ha catturato con un lapsus. Ha rievocato – tra l’altro – un incontro con il presidente Pertini che gli narrò della sua ammirazione per Giovanni Paolo II, che aveva invitato a pranzo nella tenuta di Castel Porziano, e che l’aveva “colpito” perchè – parole di Pertini – “non ha cercato di convertirmi”. “Santità, io seguo sempre la mia coscienza” aveva detto il presidente. Giovanni Paolo: “Segua sempre la sua coscienza, perchè la coscienza è Trascendenza”. Pertini a Sorge: “Sapesse, padre, quante volte faccio meditazione su queste parole del papa!” Nel libro l’episodio è alle pagine 88s e lì è detto che Pertini – che aveva invitato il padre Sorge al Quirinale – arriva a tavola in ritardo per essere stato a “rendere omaggio alle spoglie di un maresciallo dei carabinieri ucciso dalle Brigate Rosse”. Ma al mio caro Bartolomeo live sfugge un lapsus impagabile: “perchè era stato a venerare la salma di un brigadiere ucciso dai terroristi”. Bravo Bartolomeo: sono martiri della giustizia, gli uccisi dal terrorismo e dunque è giusto venerarli.

A Torino in via Maria Ausiliatrice, superato l’istituto Cottolengo e anche l’Opera Pia Barolo, ti imbatti in questa scritta murale: – valori + lavori. Che vorrà dire? Forse un equivalente del vecchio “più case meno chiese” che abbondava per le vie di Roma anni addietro? Una ricerca con Google mi ha confuso ancora di più segnalandomi il motto “più valori, meno infrastrutture” proposto tre mesi addietro dal sindaco di Parma a proposito di una “partita da vincere basandosi più su valori immateriali e risorse civiche che su strutture e infrastrutture”. Si accettano aiuti a capire. [Segue nel primo commento]

Ieri nella basilica di San Giovanni in Laterano è stato fatto «beato» un frate del sei-settecento romano che fu un genio della carità e che anticipò di tre secoli le case famiglia, le mense della Caritas, il recupero degli ex carcerati e persino la clownterapia per allietare gli ospedali: il carmelitano Angelo Paoli, che nasce ad Argigliano, Massa Carrara nel 1642 e vive per 33 anni a Roma, dove muore nel 1720: è il didascalico attacco di un mio articolo pubblicato ieri dalla cronaca di Roma del “Corriere dela Sera” a pagina 1 con il titolo IL FRATE PAOLI GENIO DELLA CARITA’. Angelo Paoli è sepolto nella chiesa di San Martino ai Monti della quale era sacrista e organista e che è la mia parrocchia.

Ad Arcavàcata, Cosenza, su invito dei padri dehoniani per parlare a un’ottantina di ragazzi con gita al lago Cecita in Sila. Lassù qualche traccia di neve e già tutti i fiori. Ho fatto una scorta di colori. Occhi neri ad ascoltare e fuori le ginestre verdi e gialle.

“Senza timori vogliamo prendere il largo nel mare digitale, affrontando la navigazione aperta con la stessa passione che da duemila anni governa la barca della Chiesa. Più che per le risorse tecniche, pur necessarie, vogliamo qualificarci abitando anche questo universo con un cuore credente, che contribuisca a dare un’anima all’ininterrotto flusso comunicativo della rete”: lo ha detto oggi papa Benedetto al convegno della Cei sui TESTIMONI DIGITALI. “La rete – ha continuato – potrà così diventare una sorta di ‘portico dei gentili’, dove fare spazio anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto”. “Prendere il largo nel mare digitale” mi pare una scommessa già quasi vinta per la Chiesa cattolica italiana, ma quella di “dare spazio” ai non credenti nelle maglie cattoliche della rete mi pare – qui da noi – un’utopia. E’ bello che il papa l’affermi, ma al momento non c’è nessuno che si ingegni a darle corpo. Se mi sbaglio correggetemi.

Finalmente nel Pdl si discute. Non ho trovato indecorosi – ma anzi utili – lo scontro e i botti tra Fini e Berlusconi. Essendo io un giornalista, senza competenza in altri campi, azzardo un’osservazione sul consiglio del premier all’antagonista che lamentava gli attacchi di Feltri – e pareva di sentire il Dino Boffo dei primi giorni dopo l’eruzione: che problema c’è, fallo comprare ai tuoi amici danarosi! Qui c’è Berlusconi a 18 carati la cui prima degnità – come direbbe il Vico – potrebbe essere così formulata: “Non conviene discutere quando si può comprare“.

La mattina del Giovedì Santo don Sergio ha voluto essere presente alla Messa Crismale e durante il Canone farsi di nuovo consacrare con l’olio come era avvenuto quarantotto anni prima, quando ricevette la consegna di ‘conformare la propria vita alla Passione del Signore’. Tutti i sacerdoti gli hanno imposto le mani per invocare su di Lui la Pazienza di Cristo per la salvezza di tutto il popolo“: così l’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Mani racconta con lettera al settimanale IL PORTICO l’ultima uscita di don Sergio Pintus dall’ospedale dov’era costretto dalla Sclerosi laterale amiotrofica. Don Sergio è morto mercoledì scorso. La lettera dell’arcivescovo è stata ripresa ieri da AVVENIRE a pagina 21. Di don Sergio e della sua accettazione della tracheotomia avevamo parlato qui in un post del 24 febbraio: IL VESCOVO MANI E SERGIO “INSPIEGABILMENTE CONTENTO”.