Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

Dio di tutti i tempi,
nella mia visita a Gerusalemme, la “Città della Pace”,
dimora spirituale per ebrei, cristiani e musulmani,
porto davanti a Te le gioie, le speranze e le aspirazioni,
le angosce, le sofferenze e le pene di tutto il Tuo popolo sparso nel mondo.
Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe,
ascolta il grido degli afflitti, degli impauriti, dei disperati,
manda la Tua pace su questa Terra Santa, sul Medio Oriente,
sull’intera famiglia umana;
risveglia il cuore di tutti coloro che chiamano il Tuo nome
affinché vogliano camminare umilmente sul cammino della giustizia e della pietà.
“Buono è il Signore con chi spera in lui,
con l`anima che lo cerca”. (Lam 3, 25)

Questa è la preghiera scritta sul biglietto che Benedetto ha inserito stamane in una fenditura del Muro del Pianto. Ringrazio il papa, felice delle parole che ha scelto per la sua invocazione. Così come sono entusiasta del Salmo 122 (121) – “Sia pace su Gerusalemme” – che il papa e il rabbino hanno pregato, seguendo quanto avvenne nell’analoga cerimonia dell’anno 2000. Il richiamo a “tutti i tempi” – “all the ages” – tiene unito ciò che fu detto agli antichi padri e ciò che è stato aggiunto nella pienezza del tempo. “Tutto il Tuo popolo sparso nel mondo” raggiunge l’intera umanità, evocata poco più avanti. In essa il posto d’onore è “degli afflitti, degli impauriti, dei disperati”. A una tale ribalta dei tribolati non avevo fatto spazio nel foglietto che tenevo in tasca da quattro giorni in vista di questo appuntamento (vedi post del 7 maggio).

“Io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome… darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato” (Is 56,5). Questo passo tratto dal Libro del profeta Isaia offre le due semplici parole che esprimono in modo solenne il significato profondo di questo luogo venerato: yad – “memoriale”; shem – “nome”. Sono giunto qui per soffermarmi in silenzio davanti a questo monumento, eretto per onorare la memoria dei milioni di ebrei uccisi nell’orrenda tragedia della Shoah. Essi persero la propria vita, ma non perderanno mai i loro nomi: questi sono stabilmente incisi nei cuori dei loro cari, dei loro compagni di prigionia, e di quanti sono decisi a non permettere mai più che un simile orrore possa disonorare ancora l’umanità. I loro nomi, in particolare e soprattutto, sono incisi in modo indelebile nella memoria di Dio Onnipotente.
Così ha parlato Papa Benedetto a Yad Vashem oggi pomeriggio: è gran cosa che esista un cristiano che possa parlare a nome di tutti. Domani pregherà davanti al Muro Occidentale e nessuno di noi mancherà. Dopodomani visiteremo con lui un campo di profughi palestinesi. E come era bello essere con lui sabato sul Monte Nebo, quando ci ha invitati a invocare il Padre “perchè affretti la venuta del suo Regno”: davvero un’invocazione che conviene a tutti.

A pagina nove ci sono i nomi delle “379 vittime del terrorismo” che vanno da Agostini Natalia in Gallon a Zizzi Francesco. Dalla prima pagina parte la “Lettera dei figli di Tobagi”, Luca e Benedetta, che ha queste parole: “Una democrazia libera e matura […] deve essere capace di riaccogliere e reintegrare, a tempo debito e in modo opportuno e misurato, senza eccessi, coloro che hanno percorso una strada sbagliata e ne hanno preso coscienza”. A pagina otto c’è il preannuncio dell’abbraccio che oggi si sono date al Quirinale Licia Rognini Pinelli e Gemma Capra Calabresi. A pagina 23 c’è la foto di Dolores Fasolini, la baby sitter che è morta per salvare da un trattore Angelica, la bimba che stava riportando ai genitori: “L’amore della sua tata è stato più forte del destino” dice il padre di Angelica. Quante parabole in un quotidiano.

Devo qualcosa a don Gianni Baget Bozzo che se ne è appena andato: il mio è un debito di parole, che è forse il più forte che si possa avere verso una persona dopo quello dell’amore. Ti frequentavo da trentatré anni. Poco di persona, ma ogni giorno sui giornali. Ero alla Repubblica quando mandasti il primo articolo, che apparve con il titolo “Il ruolo dei cattolici nella società radicale” (12.5.1976). Scalfari mi chiamò: “Chi è Baget Bozzo?” Risposi corto, come si fa nei giornali, e dalle mie parole Eugenio tirò il “distico” con cui ti presentò: “Volentieri pubblichiamo questo intervento di Gianni Baget Bozzo, esponente della Democrazia cristiana negli anni cinquanta, ora sacerdote e storico del partito cattolico“. Non mi ha mai toccato la questione della tua coerenza nel tempo, che tanto animava i tuoi critici. Tu eri subito entusiasta dell’elezione del card. Wojtyla, ma appena tre mesi dopo definivi una “sciagura spirituale” (Repubblica, 30.1.1979) il discorso di Puebla. Più tardi – e con argomenti rovesciati – hai considerato Giovanni Paolo II un salvatore della tradizione cattolica e di nuovo lo deplorasti quando chiese perdono per le “colpe storiche” dei cristiani e quando entrò in una moschea. Una volta accusasti Pio XII di aver messo la Chiesa al rischio di ridursi a “edificio vuoto” e a “sacra gerarchia” (Vocazione, Rizzoli, Milano 1982, 55 e 93-94: il tuo libro più bello, che contiene la storia della tua chiamata a farti parola) e più tardi di nuovo lo considerasti l’ultimo vero papa. Hai avversato e poi amato il cardinale Ratzinger e ultimamente eri fiero di Papa Benedetto. (Continua nel primo commento)

Tra poche ore papa Benedetto parte per la Terra Santa e martedì 12 in mattinata andrà a pregare con un Salmo davanti al Muro del Pianto, come già papa Wojtyla il 26 marzo dell’anno 2000. Come il predecessore, si farà ebreo con gli ebrei lasciando in una fessura del Muro una sua invocazione al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che è anche il Dio di Gesù Cristo. Nel foglietto del papa polacco era scritta la preghiera penitenziale che egli stesso aveva pronunciato in San Pietro, due domeniche prima, con riferimento al millenario maltrattamento degli ebrei da parte dei cristiani. Non sappiamo che cosa conterrà il foglietto di papa Raztinger. In attesa di conoscere la sua intenzione io mi porto idealmente davanti a quel muro – come già ebbi a fare in due circostanze, anch’io deponendo un foglietto – e metto lì la mia domanda perchè tutti i figli di Abramo, compreso il ramo di Ismaele, trovino la forza di riconoscersi fratelli.

Semper ad maiora. Casualmente stronzi“: lo puoi leggere a Roma su un muro di Piazza San Francesco di Paola, se guardi sulla destra mentre stai facendo la Salita dei Borgia. Il graffito è di due autori ma chi ha aggiunto il secondo elemento ha inteso completare il primo: lo intuisci dalla campitura delle parole. Mia parafrasi interpretativa dell’ossimoro murario: “Tendiamo sempre alle cose alte anche se i casi della vita brutalmente ci tirano in basso”. Mi ricorda il detto romanesco: “Roma è santa ma i romani so’ fiji de mignotta”.

“Gesù era cattolico?” è la domanda di Peter Seewald al cardinale Ratzinger nel volume Dio e il mondo (San Paolo 2001), a p. 20. E questa è la risposta: “Non lo si può dire sicuramente così, perché Gesù è ben al di sopra di noi […] E’ colui da cui la Chiesa cattolica sa di essere voluta, ma appunto per questo non è semplicemente uno di noi”. Parole utili per ridimensionare la polemica – che è risuonata a più riprese anche in questo blog – sulle parole del cardinale Martini che si leggono a p. 20 del volume Conversazioni notturne (Mondadori 2008): “Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio, il cui cuore è sempre più vasto. Egli non si lascia dominare o addomesticare”. (Continua nel primo commento)

Sono tornati i mendicanti per le strade e torna la guerra ai pirati come ai tempi di Cesare e di Pompeo.

E’ già scoccata, anche per me, l’ora in cui si tenta di familiarizzare con la morte, di spogliarla della sua orrenda solennità, di darle del tu. Invidio coloro che temono l’Inferno. Io non temo nulla. E per questo ho tanta paura“: è sempre una sagra dell’intelligenza leggere Indro Montanelli e queste righe sono alla pagina 83 de I conti con me stesso. Diari 1957-1978 curati ora da Sergio Romano per Rizzoli nel centenario della nascita. Quando scriveva quella pagina “inchiodato nel pensiero della morte” il “collega” Indro aveva sessant’anni. Dunque io ora ho più anni eppure non penso alla morte con tutta quella orchestra. Ci penso in maniera più piana, direi quotidiana. Non invidio chi teme l’Inferno, anzi lo temo io per primo. E non direi mai che “non temo nulla”: temo questo e temo quello. In un punto solo userei le sue parole: dove dice che ha “tanta paura”.

Un uomo di poco più di trent’anni, nudo e in stato di semiincoscienza ma con evidenti segni di percosse, è stato condotto la scorsa notte in un ospedale di Gerico; subito ricoverato, si trova attualmente in coma farmacologico, ma i medici sperano di riuscire a salvarlo. I sanitari hanno riferito che il ferito è giunto al pronto soccorso sulla vettura di un altro uomo, dall’accento marcatamente straniero, che l’avrebbe raccolto esanime sulla corsia d’emergenza, al km 132 della superstrada che collega Gerico alla capitale, e gli avrebbe prestato i primi soccorsi. Ma dopo aver pagato le spese del ricovero e trascorso il resto della notte al capezzale del ferito, l’extracomunitario si è dileguato senza che la polizia potesse interrogarlo sulle circostanze del ritrovamento. La magistratura ha aperto un’inchiesta: l’ipotesi più probabile è che l’uomo, del quale non è ancora nota l’identità, sia stato vittima di una rapina, e si spera che qualche testimone (dal luogo dell’aggressione sono sicuramente transitati altri veicoli, oltre a quello del soccorritore) si presenti spontaneamente all’autorità giudiziaria. Non si esclude però che ad aggredirlo sia stato il suo stesso soccorritore, per futili motivi o altro: di notte la zona è abituale ritrovo di coppie gay.- “Mistero sulla superstrada: prima lo picchia, poi lo porta all’ospedale” così forse finirebbe intitolata, nella cronaca di un nostro quotidiano, la storia del samaritano narrata da Gesù nel capitolo 10 del Vangelo di Luca. Così la propone provocatoriamente il Centro San Domenico di Bologna nell’invito a un dibattito sui media, del quale si riferisce nel primo commento a questo post.