Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

“Dio è in cielo in terra e in ogni luogo” diceva il catechismo ma i catechisti avevano l’elenco aggiornato dei luoghi dove non poteva proprio stare a cominciare da quelli dove la vita si presenta più “umana”, come protestava Eugenio Montale con l’elzeviro “Sosta a Edimburgo” (Corriere di Informazione, 15 ottobre 1946). Montale avrebbe forse lodato la “Gaudete et exsultate” di Francesco che al paragrafo 42 biasima la pretesa di “definire dove Dio non si trova”.

Mi scrive un lettore del libretto delle 110 “parabole” di Papa Francesco [vedi post precedente] che chiede: “Avevo già notato dal blog la tua passione per la parola ‘parabola’: ma da dove ti viene?” Ho risposto: dalle parabole di Gesù, ovviamente, che cerco di imparare a memoria. Ma anche dal Talmud, dalle storielle dei maestri rabbinici, dai racconti dei Chassidim, dalle Mille e una notte, dai fioretti di tutti i santi, dalle astuzie di Bertoldo e dalle simplicità di Bertoldino, dalle avventure di Pinocchio, dagli exempla e dalle similitudini d’ogni secolo, dalla “Leggenda aurea”, dal Novellino e dal Boccaccio. “Dal Boccaccio?” richiede il mio lettore. La risposta la trovi nel primo commento.

Ora che è di là sarà chiara la faccenda al dubitante Luciano De Crescenzo che si diceva “non credente ma sperante” e “ateo cristiano”: qualifica che già si era data Oriana Fallaci e che poi è passata a Federico Salvatore, autore nel 2004 della canzone “Ateo cristiano”. Luciano lo era più alla maniera del bonario Federico che della pugnace Oriana. L’avvicinavano al cantante la napolitudine e l’amore per il presepe.

Il nuovo portavoce vaticano ha informato che ieri il Papa emerito ha fatto una gita ai Castelli, tra Albano e Frascati, restando fuori dal Vaticano per sei ore e cenando nell’abitazione del vescovo di Frascati. E’ la prima volta di un’uscita così lunga dell’Emerito dal Vaticano, da quando vi rientrò dopo il soggiorno iniziale a Castel Gandolfo, all’indomani della rinuncia. Un’ottima notizia: dice che il caro Benedetto sta bene e che gli è garantita e continua a prendersi quella libertà che ultimamente aveva allarmato i più sensitivi tra gli osservatori romani. Nel primo commento l’intera dichiarazione del portavoce.

Attualità di Baget Bozzo sull’omosessualità a dieci anni dalla morte. Per dirla veloce: ha esplorato il possibile linguaggio cristiano su questa condizione umana, anticipando la sollecitazione di Francesco a una nuova misericordia ecclesiale. Un lascito che non è stato colto e che provo a riproporre. E’ l’attacco di un mio piccolo studio pubblicato ora dalla rivista il Regno. Nei commenti ne riporto alcuni passaggi.

Sono tre, a oggi, le recensioni del volume di Ciro Fusco e mio C’era un vecchio gesuita “furbaccione. 100 + 10 parabole di Papa Francesco (edizioni Paoline 2019). La prima è venuta da Angela Ambrogetti già il 12 giugno su Acistampa. La seconda da Giuseppe Rusconi su Rossoporpora.org sabato 20 luglio, la terza da Mimmo Muolo su Avvenire di ieri, 21 luglio. Nel primo commento metto i link alle prime due recensioni, nel secondo – terzo – quarto riporto per intero la recensione di Mimmo Muolo. Buona lettura.

E’ facile dare la colpa alla tv, tanto che su questa pigra tentazione sono fiorite le ironie. Un Renzo Arbore d’annata, riproposto il 14 luglio dal Corriere della Sera, sosteneva che la tv l’ingrassava. Due anni addietro Luciana Littizzetto accusava il piccolo schermo d’invecchiarla. Ma la burla più inaspettata è venuta da Papa Bergoglio, che interrogato se gli piacesse rivedersi in tv rispose che no: “la tv mi fa brutto”.

L’altro ieri, giovedì 18 luglio, tre nomine papali hanno dato un’aggiustata allo staff dei media vaticani rafforzandone l’assetto disegnato dalle nomine dello scorso dicembre. Matteo Bruni ha preso il posto di Alessandro Gisotti come portavoce, mentre Gisotti e Sergio Centofanti sono divenuti vice di Andrea Tornielli alla direzione editoriale del Dicastero per la comunicazione. Nel primo commento le parole dell’annuncio e nel secondo un mio commentucolo.

Dedico ad Andrea Camilleri e alla sua “curiosità immensa” di “intuire che cosa sia l’eternità”, confessata l’anno scorso nel monologo su Tiresia, un raffronto con due versi di Borges, che evocano la “vertigine” dell’eternità. Nel primo commento le parole di Camilleri, nel secondo quelle di Borges.