L’arrivo nel blog di un testimone di Geova che si firma Gioab ha provocato scompiglio, abbandoni e furori che a me paiono fuori luogo. Sono pure arrivate richieste dirette e indirette di escluderlo da questo pianerottolo. Ciò non avverrà: il blog vive da quasi cinque anni – il primo post è del marzo del 2006 – e mai un visitatore è stato bandito. Chi non gradisce la conversazione con Gioab non la svolga: nessuno è tenuto a rispondere alle sue “domande”. Chi crede di potersi impegnare a disputare, lo faccia. Non c’è poi alcun motivo per trattarlo con superiorità: non è disprezzando il prossimo che si accresce la propria statura. Con questo mio modo qui sono state ammansite varie fiere e altre ancora lo saranno.
Autore: <span>Luigi Accattoli</span>
Arriva una nuova sfida per Papa Benedetto: un memorandum di 143 teologi tedeschi, austriaci e svizzeri che chiedono “profonde riforme” per l’uscita della Chiesa dalla “crisi senza uguale” che l’ha colpita con lo scandalo della pedofilia ma che già covava nel profondo e provocava una lenta erosione dell’appartenenza ecclesiale. Quel testo, pubblicato il 3 febbraio dal quotidiano Sueddeutsche Zeitung, ha avuto un’eco minima in Italia ma può risultare utile per comprendere gesti e parole del Papa nei prossimi mesi. Le riforme chieste dai firmatari – più democrazia e sinodalità, preti sposati e maggior ruolo alle donne nei “ministeri ecclesiali”, “non escludere” dalla comunità divorziati risposati e coppie omosessuali… – Benedetto non le farà, ma potrebbe fare qualcosa in ognuno dei sei campi che gli sono stati proposti e soprattutto potrebbe mettersi in gioco personalmente – una mossa della quale è maestro – con messaggi e “dialoghi” in vista della visita in Germania prevista per il 22-25 settembre. E’ il distaccato avvio di un mio articolo pubblicato ieri da LIBERAL con l’arguto titolo ESAME DI TEDESCO A BENEDETTO XVI.
Chi va nel Centro Docce di San Martino ai Monti – qui a Roma, nella zona del Colle Oppio – si spoglia, lascia i propri vestiti che vengono lavati e riutilizzati, gli viene consegnato un asciugamano, fa una doccia in uno dei cinque box, lasciando la biancheria intima in un contenitore in bagno, poi passa in una stanza con i lavandini, gli viene data una lametta per farsi la barba, gli vengono dati dei vestiti puliti, la possibilità di cambiare le scarpe se sono rotte, un phon, la colazione, gli viene detto di uscire. – E’ l’inizio del racconto che un giovane amico, Michele Ragone, ha scritto per me sulla sua esperienza decennale al Centro Docce di San Martino ai Monti, che è la mia e sua parrocchia. Lo ringrazio del racconto che continua nei primi tre commenti a questo post.
“Mi chiedono: perchè ci tieni tanto alle donne? Perchè ho avuto una mamma, rispondo“: è la migliore tra le tante battute di Ottavio Missoni – mitico campione della nostra atletica e poi della nostra moda – raccolte dal Corsera di ieri per i suoi novant’anni. “Ogni frase la conclude con una risata allegra” annota il collega Paolo di Stefano che l’intervista. Ottavio parla bene anche dei quattro anni di prigionia in Africa, in mano agli inglesi: “Ci mancavano tante cose ma per me non era un problema perchè il mio passatempo preferito è sempre stato dormire”.
La benefattrice arriva dalla barbona che invece di farle festa, come sempre, resta a terra e piange. L’altra le fa una carezza, le prende la mano e domanda “che succede”. “Ce n’est rien, ce n’est rien” fa la barbona tra le lacrime e i capelli. [Segue nel primo commento]
– Una firma contro la droga – fa un ragazzo allampanato a una signora che tira dritto tutta infagottata, mormorando: “Crèdece!”
– Una firma contro la droga, lei è un papà – ripete quello mostrando la biro a un signore con sciarpa e sigaro che ribatte: “Sapessi dove te manderebbe io“.
Scena colta al cancello dell’Ospedale San Filippo Neri a Roma, stamattina alle 8,36. Mio pensiero sulla lotta tra il congiuntivo e il condizionale nel romanesco, oltre che sulla lotta alla droga in italiano.
E’ venerdì e un gruppo di una dozzina di ragazzi si ritrova per preparare la cena dei “barboni” che dormono alla stazione centrale di Bologna. Una parte di noi fa il “giro” dei negozi per raccogliere pane, salumi e brioches che non sarebbero vendibili all’indomani. Poi ci si raduna in parrocchia dove altri, specie i minori di 16 anni che non possono andare in stazione, tagliano il pane e imbottiscono i panini, dividendoli tra formaggio (per i musulmani) e carne. E magari pensi che qualcuno riceverà in mano ciò che stai preparando e che quello sarà tutta la sua cena, o il primo pasto decente da giorni. In un’ora si incartano fino ad una cinquantina di panini. – Un giovane amico di nome Pietro Canelli ha fatto su mia richiesta questo racconto che continua nel primo commento al post. Ringrazio Pietro e mi complimento per la sua scrittura e per quello che fa il venerdì sera, quando gli altri ragazzi si godono la prima serata libera della settimana.
Sono del parere che gli uomini di Chiesa abbiano detto abbastanza su Berlusconi e le sue feste e che – per il momento – non debbano dire di più. Almeno fino alla conclusione dell’inchiesta della magistratura. Se emergeranno responsabilità penali, sarà forse necessario che le guide della comunità cattolica tirino le somme, ma per ora è sufficiente quella specie di esorcismo collettivo nei confronti del “libertinismo” di Arcore che si è svolto lungo le ultime due settimane: da quando cioè – il 14 gennaio – abbiamo saputo dell’inchiesta a carico del premier per prostituzione minorile e concussione. – E’ il ponderato avvio di un mio articolo pubblicato oggi da LIBERAL a pagina 14 con il sibillino titolo IL DEGRADO MORALE? ORA ATTENDERE, PREGO.
Nicole Minetti mi è diventata cara a forza di vederla sui giornali e nei telegiornali. Ha l’età di una mia figlia. Della sua immagine mi piace tutto tranne il labbro imbronciato. Mi dispiace di vederla trattata come una prostituta, trattamento che non merita. Le consiglio di lasciare l’incarico alla Regione Lombardia – che non ha meritato – e di tornare alla vita che faceva in precedenza. Se lo fa prima di esservi costretta, ne avrà vantaggio.
“Vivere come minoranza fra credenti di un’altra fede aiuta anche noi oggi a purificare il nostro giudizio, imparando a vedere noi stesse e l’Islam con lo sguardo di Dio”: lo scrivono in una lettera di aggiornamento ai loro benefattori le monache trappiste di Valserena (Pisa) che hanno aperto un “monasterino” in Siria per “accogliere l’eredità” dei sette monaci martiri dell’Atlas, Algeria, trappisti anche loro, uccisi nel 1996. Ad Aleppo dal 2005, l’estate scorsa si sono trasferite nel territorio del villaggio maronita di Azeir, su un colle vicino al confine con il Libano, nella fascia centrale della Siria. Ne abbiamo parlato qui con un post del 18 gennaio del 2010. Allora erano quattro, ora sono sei. Le saluto con un bicchiere di Vino Nuovo.
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