PER UN PAESE SOLIDALE. CHIESA ITALIANA E MEZZOGIORNO è il titolo di un documento dei vescovi italiani che si pubblica oggi. Il capitolo 9, Una piaga profonda: la criminalità organizzata, contiene l’affermazione che “le mafie sono la configurazione più drammatica del male” e ammette che i cristiani quel “peccato” non l’hanno ancora inteso: “Si deve riconoscere che le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia. Tanti sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile. La testimonianza di quanti hanno sacrificato la vita nella lotta o nella resistenza alla malavita organizzata rischia così di rimanere un esempio isolato. Solo l’annuncio evangelico di pentimento e di conversione, in riferimento al peccato-mafia, è veramente la buona notizia di Cristo (cfr Mc 1,15), che non può limitarsi alla denuncia, perché è costitutivamente destinato a incarnarsi nella vita del credente”. [Segue nei primi due commenti]
Autore: <span>Luigi Accattoli</span>
“Nessuno mi ha querelato. Contro di me non sono stati chiesti risarcimenti“: così si difende Feltri – sul Corsera di oggi – dall’accusa di aver danneggiato Dino Boffo, direttore di Avvenire, costringendolo a dimettersi sulla base di una falsa “informativa”. Le dimissioni sono del 3 settembre. Il 30 agosto, sulla 37ma pagina di Avvenire, Boffo aveva annunciato l’azione giudiziaria: “Quanto di fondamentale non farà spontaneamente capolino davanti all’opinione pubblica, emergerà civilmente e pacatamente in un Tribunale della Repubblica, cui i miei avvocati già lunedì [che sarebbe stato il 31 agosto] si presenteranno per la querela“. Dino, perchè non hai querelato? Te lo chiede uno che ti ha difeso per intero – in questo blog, con una lunga serie di post, tra agosto e dicembre – sulla base di quell’annuncio della querela. E’ una domanda per sapere e non per polemizzare. La faccio ora perchè ora c’è il pubblico riscontro – da parte di Feltri – che tu non hai querelato. Fino a oggi speravo che l’avessi fatto.
Ho preso due volte le Ceneri: mercoledì 17 secondo il calendario romano in San Marco a Firenze e ieri nella chiesa del Centro Fatebenefratelli di Cernusco sul Naviglio che è terra ambrosiana. “Quelle di ieri sono per me” ha detto mia moglie che è milanese e che quest’anno non le ha avute.
Passando da un impegno a Cernusco sul Naviglio (Milano) a un altro a Marcon (Venezia) mi trovo a far la fila nella biglietteria della Stazione Centrale di Milano, quella nuova al piano basso, tra le sventaglianti scale mobili che ti portano per ogni dove. Un arabo che sta dieci persone avanti mi si rivolge in modo imperativo, indicandomi col braccio: “Venga avanti lei che è vecchio”. “Io? E perché?” è stata la mia reazione sul tipo don Abbondio. “Perché bisogna avere rispetto per i vecchi”. “Ma non ho fretta – faccio io che mi sento quasi giovane – posso aspettare il mio turno”. “Non è la fretta ma il rispetto” dice lui che parla un ottimo italiano. “Venga venga” fa un altro simile a lui nella pelle olivastra e nell’accento, che sta anche più in là. “Se passo avanti – faccio io – danneggio chi è tra me e voi e magari ha più fretta di me”. “Le dico di venire – insiste il primo con il fare spiccio di un caporale di Rosarno – e vedrà che tutti saranno d’accordo”. Io non ne sono convinto e chiedo a ognuno se ha fretta. Tutti dicono che “no ma quando mai” e io passo avanti vergognandomi di qua e di là. Fingendomi socievole chiedo al mio promotore da dove venga, mi dice dall’Egitto e conclude ad alta voce: “I tempi cambiano ma il rispetto resta”. Vado allo sportello dicendo: “Malannaggia ‘sti saracini! Ci mettono in imbarazzo sia quando trasgrediscono sia quando ci danno un mezzo insegnamento”.
“A Pietro / bambino per sempre / e per sempre con noi. Avremmo voluto vederlo crescere, gli siamo stati vicini nella malattia. I colleghi di papà abbracciano forte Roberto, la mamma Enrica, il fratello Riccardo e i familiari tutto, in questo momento di dolore” e seguono circa settecento nomi di “colleghi di papà”: da Ihab Abedrabbo ad Anita Zulli, in ordine alfabetico. E’ un addio a un bimbo che occupa oggi l’intera pagina 52 del Corriere della Sera. Non è detto il cognome del bimbo e del papà, nè l’azienda di cui sono “colleghi”, forse – mi azzardo a dire – si tratta della Microsoft Italia. Ma di una cosa sono sicuro: che hanno scritto una bella pagina.
“Monica e Tullio la coppia della sofferenza“: letto sul muro della stazione Termini della Metro A di Roma, direzione Battistini. Forse lui lo vuole dire a lei. O il rovescio. O magari l’hanno scritto insieme per dirlo a tutti.
Ho visto oggi per la prima volta “Riso amaro” di Giuseppe De Santis (1949), l’epico film delle mondine del vercellese con la Mangano, Gassman e Vallone giovanissimi. Io allora avevo cinque anni. Mi hanno sorpreso due segni dell’epoca cassati poi dal benessere e che avevo dimenticato: il sacco di juta usato come cappuccio parapioggia e il pagamento di quel lavoro stagionale con dei chili di riso. Quando le mondine escono con la pioggia, si mettono in testa un sacco ripiegato sul fondo, con un angolo rientrante nell’altro in modo da formare un rudimentale mantello parapioggia: conoscevo quel gesto ma l’avevo dimenticato. In campagna, nelle Marche, quando arrivava un temporale e dovevi correre sull’aia a tirare col rastrello il granturco sotto la tettoia, mettevi in testa e gettavi sulle spalle quel sacco già pronto appeso a un chiodo della stalla o della “capanna”. Nelle Marche non avevamo il riso, si capisce. Ma ricordo i ragazzotti che andavano “a garzone” per la mietitura e venivano “pagati” con una “sacchetta” di grano. Come potevo avervi dimenticati, sacco e sacchetta?
Il pianerottolo è terremotato in questi giorni come già altre volte nei quattro anni di vita: li festeggia in marzo. Ripropongo in forma nuova le regole alle quali mi ispiro e che ho narrato in varie occasioni, per esempio con un post dell’8 dicembre 2008 intitolato MIEI BLOGGERS STATE CALMI SE POTETE. La prima è “non offenderai”. La trovo facile a seguire. Io qui sono quello che diatriba di più e credo di non aver mai offeso nessuno con intenzione. L’aggressione verbale è un modo di esprimersi, ma ce ne sono altri. Coltivando gli altri, che sono legione, si riduce il bisogno di ricorrere a essa. Ma può capitare di offendere senza volerlo, a me è capitato e allora viene la seconda regola: “chiederai scusa”. La terza è la più importante: “non ti offenderai”. Chi non si offende migliora il mondo. Alleggerisce le responsabilità altrui e risparmia energie. La quarta è astuzia pura: “coltiva l’arte della non risposta”. Una via praticabile tutte le volte che la risposta può portare guai. Lascerai l’interlocutore aggressivo nel dubbio che tu non l’abbia letto. Nessun contrappasso è altrettanto terribile. – Io pratico tutte le quattro vie: imparate da me che sono il più vecchio.
Oggi è la festa di Giovanni da Fiesole detto l’Angelico, un santo che arriva a noi con la bellezza che contemplò. Giusto ieri ho passato in sua compagnia una mattinata nel museo di San Marco a Firenze: vedi post precedente, dove accennavo alle ali degli angeli che sempre lo travolgono. Dedico due immagini ai visitatori. La prima è dell’angelo annunciante del corridoio nord, arcobaleno e fiori a maggio e letizia che s’immilla. L’altra è dell’angelo che annuncia nella terza cella, dove l’iride sale in fiamma. Questi incontri li hai al primo piano, preparati dal colpo d’ala che ti sorprende al piano terra, quando sei davanti all’Armadio degli Argenti.
Mattinata di luce e di onne splendore a Firenze, tra la chiesa e il museo di San Marco. Nella chiesa ho preso le Ceneri e ho salutato Giorgio La Pira al secondo altare sulla sinistra. Nel museo non finivo di riandare ai detti e ai fatti di fra Girolamo nella sala del Capitolo in compagnia della campana La Piagnona che suonò affannata la notte dell’8 aprile 1498. Poi il giro delle celle del Dormitorio. L’Angelico così contenuto in ogni immagine ma che non trattiene il cuore quando avvista le ali degli angeli.
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