“La vita dell’uomo oscilla come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi“: quando Michele Cargiolli – vent’anni, inchiodato a una carrozzella da una malattia irrimediabile, con la passione per la filosofia – ha letto questo famoso aforisma di Schopenhauer si è molto arrabbiato e ha sentenziato che l’autore de IL MONDO COME VOLONTA’ E RAPPRESENTAZIONE “è un vecchio stronzo, che non ha capito niente: la vita è bella comunque”. Chi volesse conoscere l’intero dibattito legga la storia di Michele nel capitolo quarto LA REAZIONE ALL’HANDICAP della pagina CERCO FATTI DI VANGELO elencata sotto la mia foto.
Autore: <span>Luigi Accattoli</span>
Susanna si fa i ricci. Susanna e i vecchioni. Susanna salta la transenna e prende il papa per il pallio. Infine – e finalmente – don Georg va a fare visita a Susanna. “A seguito di alcune notizie apparse sulla stampa, il Direttore della Sala Stampa conferma che, nei giorni scorsi, il Segretario personale del Santo Padre, mons. Georg Gaenswein, ha compiuto in forma riservata una visita alla Signorina Maiolo, manifestandole l’interessamento del Santo Padre per la sua situazione. Quanto all’iter avviato dalla magistratura dello Stato della Città del Vaticano, esso seguirà il suo corso fino al suo espletamento“: così un comunicato poco fa. Il fatto è buono, la prosa è pessima: “signorina Maiolo”, “fino al suo espletamento”. E’ la finzione dello Stato Vaticano a produrre quella prosa. Prima finisce e meglio è: la finzione per completo dello Stato – intendo dire – non la sua esistenza sostanziale. Se non c’era la mania di quella finzione, il papa avrebbe potuto benissimo salutare Susanna alla fine della messa, in sacrestia. O il giorno dopo, lasciando alla polizia e alla magistratura italiane ogni altra faccenza. Lei voleva parlare al papa. E’ forse malata, ma di certo sono i malati che hanno bisogno del medico. E meno male che almeno abbia potuto parlare all’ottimo don Georg. I malati, i piccoli, i semplici devono trovare spazio nella Chiesa: dove se no? E spesso lo Spirito parla attraverso di loro.
Fin da piccoli, è importante essere educati al rispetto dell’altro, anche quando è differente da noi. Ormai è sempre più comune l’esperienza di classi scolastiche composte da bambini di varie nazionalità, ma anche quando ciò non avviene, i loro volti sono una profezia dell’umanità che siamo chiamati a formare: una famiglia di famiglie e di popoli. Più sono piccoli questi bambini, e più suscitano in noi la tenerezza e la gioia per un’innocenza e una fratellanza che ci appaiono evidenti: malgrado le loro differenze, piangono e ridono nello stesso modo, hanno gli stessi bisogni, comunicano spontaneamente, giocano insieme… I volti dei bambini sono come un riflesso della visione di Dio sul mondo. Perché allora spegnere i loro sorrisi? Perché avvelenare i loro cuori? Così ha parlato ieri il papa nell’omelia per la Giornata della pace. Dedico le sue parole a mia moglie che è madre e maestra e alla laboriosa festa di accoglienza che organizza per ogni bimbo straniero che la dirigente di istituto destina alla sua classe: e va dai fruttivendoli del Bangladesh o dalla colf peruviana per farsi leggere la pagella della scuola di provenienza e sapere che cosa può piacere a tavola o nei libri ai nuovi alunni.
“Per noi: perché, durante l’anno che oggi ha inizio, ci sforziamo di rendere felici coloro ai quali auguriamo un buon anno“: è la quinta invocazione della PREGHIERA DEI FEDELI della liturgia di oggi. Sono stato a messa nella Basilica di San Paolo fuori le mura, che ho trovato più bella dopo le novità arrivate con l’Anno paolino. Quell’intenzione mi sembra appropriata per gli auguri ai visitatori. Bacio.
Il vescovo Luigi Maverna (1920-1998) è acceso dentro dalla chiamata evangelica, sempre raccomanda che “nulla venga anteposto a Cristo” e vorrebbe passare le sue giornate gridando “o Dio, Dio mio, Dio del mio cuore”. Questo grido domina la prima parte del Testamento, scritta 26 anni prima della morte. E invece deve fare il vescovo ausiliare a La Spezia (1965), poi il vescovo a Chiavari (1971), subito dopo l’assistente nazionale dell’Azione Cattolica (1972) e a seguire il segretario generale della Cei (1976), infine l’arcivescovo a Ferrara (1982). Deve decidere nomine, trattare affari, far quadrare bilanci, occuparsi del Concordato, fare dichiarazioni ai media, incontrare il papa: e non è quello che vorrebbe. Un giorno riprende in mano il Testamento che aveva già abbozzato e nel Testamento lo scrive, lui sempre obbediente e timorato, quel pensiero ribelle in nome del Vangelo: che le strutture ecclesiastiche sono sì necessarie, ma non bisogna ingannarsi “quasi che la Chiesa sia lì”, perché lei non è nelle grandi cose, ma in quella piccolissima e immensa di cercare Cristo e di stare con i fratelli “riuniti” nel nome di Cristo. Ed è così che dal vescovo più timido tra quanti sono arrivati al vertice della Chiesa italiana nel secolo scorso ci è venuto – dopo la morte – il messaggio più radicale: esso fino a oggi non è stato colto se non dai suoi pochi amici e forse non poteva essere colto. Ma chi l’ha colto lo deve riproporre. Chiudo l’annata del blog con la sua riproposta: vedi l’intero testo al capitolo 8 CELEBRAZIONE ECCLESIALE DELLA PROPRIA MORTE della pagina CERCO FATTI DI VANGELO elencata sotto la mia foto.
“Vedo che questo Dio è cercato da molti alla mensa della Caritas” mi dice ancora la giovane amica volontaria che abbiamo ascoltato nel post del 27 dicembre: “C’è un egiziano che dice che Dio lui lo conosce e ci assicura di potersi mettere tra Dio e noi per evitare che ci prendiamo paura quando ci si avvicina, come facilmente capita a chi non lo conosce. C’è anche una romena che fa le pulizie nelle case e viene a mangiare alla mensa. Un giorno mi ha chiesto se credo in Dio: gli ho risposto che sono stata educata al rispetto di ogni religione ma non ho un mio credo. Mi ha chiesto ancora se ero stata battezzata e le ho risposto che i miei genitori hanno scelto di non farlo per lasciarmi libera di deciderlo da grande. Allora mi ha detto che era un segno di Dio se io ero davanti a lei con un mestolo e con quel mestolo mi avrebbe battezzata. Per fortuna sono arrivate in quel momento altre persone, la mia amica romena si è distratta – lei si distrae facilmente – e io non sono stata battezzata con il mestolo delle minestre“.
L’agile Susanna che salta la transenna e fa cadere papa e cardinale mi ha suggerito alcune considerazioni che LIBERAL pubblica oggi a pagina 19 con il titolo “San Pietro, tutti i rischi di un luogo-simbolo. Ma la Chiesa non può più evitare di incontrare la folla“: http://www.liberal.it/media/295318/29_12_liberal_19.pdf
“Impegnatevi perché nessuno sia solo, nessuno sia emarginato, nessuno sia abbandonato. C’è una lingua, che al di là delle differenti lingue, tutto unisce: quella dell’amore (…). Questa lingua renderà migliore la nostra città e il mondo“: l’ha detto domenica Benedetto dopo il pranzo con i poveri alla mensa della Comunità di Sant’Egidio. Io sono felice che il papa parli così’. Inserisco queste parole nell’antologia della sua predicazione sul primato della carità che vengo raccogliendo: vedi post del 5 ottobre, 3 e 8 dicembre.
Una giovane amica che fa la volontaria a una mensa della Caritas mi racconta deliziata le conversazioni con i barboni. “Uno si chiama Mario e si crede Dio. Anzi a essere sincera ti dirò che non si capisce se si crede Dio o se dice che in lui abita Dio. Racconta che è nato prematuro nel 1944 e Dio l’ha aiutato a sopravvivere nell’incubatrice. Poi a otto anni è morto per tre giorni ed è rivissuto perché Dio è entrato in lui o è diventato lui. Insomma ha preso il suo posto. Non è chiaro quello che afferma. Dice anche che è stato preso da Dio e domanda a tutti se credono in Dio. Noi ci passiamo la voce per dirgli di sì e farlo contento. Ma un giorno è venuto un ragazzo che non lo sapeva e quando Mario gli ha chiesto ‘tu credi in Dio’ lui ha detto ‘non ci credo’. Mario si è molto meravigliato e gli ha detto ‘ma guarda che ci devi credere: io ci credo e so tutte le capitali e anche la matematica’. Hanno fatto una specie di gara ma il ragazzo ne sapeva quanto Mario e sono rimasti alla pari”.
“Solo il mondo ebraico riesce a far correre il Vaticano, uso di suo alla più grande flemma“: è una considerazione irriverente contenuta in un articolo sulle “precisazioni” venute il 23 dicembre dal padre Lombardi a riguardo della causa di canonizzazione di Pio XII. Nel primo commento puoi leggere l’intero articolo pubblicato il 24 dicembre da LIBERAL con il titolo L’omaggio della Chiesa agli ebrei.
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