Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

Un’amica che insegna religione e lo fa con garbo e decisione mi ha chiesto come mai non avessi trattato qui della sua materia, della quale la settimana scorsa si è baruffato sui media. Le ho detto che non amo le questioni troppo disputate ma la risposta non mi ha soddisfatto e ne ho scritto infine in un articolo per LIBERAL che riporto nel primo commento. Esso rievoca – in chiusa – un paradosso caro a Giovanni XXIII riguardante l’atteggiamento insieme accondiscendente e combattivo che oggi è forse l’unico possibile per un cristiano su questo come su quasiasi fronte: “Non c’è altra via, io credo, per la quale i credenti in Gesù possano incoraggiare l’umanità contemporanea ad amare il cristianesimo superando le ferite del passato“.

Questa notte è lunga come anni interi. Quanto potrà tardare ancora il giorno?” chiede Aragorn a Gamling nel momento più difficile della battaglia al Trombatorrione (capitolo IL FOSSO DI HELM, libro primo del secondo volume de ILl SIGNORE DEGLI ANELLI.

L’alba non è lontana. Ma non sarà l’alba ad aiutarci purtroppo” è la risposta del forte alleato.

Eppure è sempre l’alba la speranza degli uomini“, replica Aragorn. E quattro pagine dopo: “Nessuno sa che cosa gli porterà il nuovo giorno“.

Leggevo queste pagine in una casa di vacanza dalla quale potevo osservare il sole che si levava dalle colline, ogni giorno dietro a un nuovo albero. Non avevo mai avuto quella fortuna in tanti anni che prendiamo in affitto un appartamento nella stessa località per il mese di luglio.

Incredibile dove possa arrivare l’ignoranza: ho già detto che ignoro il significato della parola SUPERENALOTTO (vedi post del 13 agosto), ma debbo aggiungere che fino all’altro ieri immaginavo che la crescente agitazione delle genti intorno a questo gioco fosse provocata dal fatto che non usciva il numero 6. “Il 6 non è uscito” titolavano i giornali e io – meschinello – che cosa mai potevo intendere? Che ci sono “determinate ruote del lotto” che danno i numeri e che li stavano dando tutti senza favoritismi, ma non davano da gran tempo il numero sei. “L’ultima volta è uscito il 31 gennaio” mi ha spiegato l’addetto alla ricevitoria di via dei Serpenti mettendo una mano accanto alla bocca come si fa a Roma per accompagnare un’iperbole. Mi sono accorto dell’equivoco quando mi ha chiamato un figlio che è in vacanza in Austria per chiedermi di giocargli i fatali sei numeri e tra essi non c’era il 6. Questo figlio è un matematico e io immaginavo l’avesse fatto apposta per burlarsi della massa che insiste – mi credevo – a giocare con grande convinzione proprio quel 6 che non vuole uscire. E se non esce vale di più: questo mi pareva consequenziale. L’ho chiamato e gli ho detto “ma guarda che non hai messo il 6”. Essendo un mio figlio non si scompose ed essendo un matematico mi spiegò in ordine la faccenda e io l’intesi: capisco sempre quando uno mi spiega le cose in ordine, un po’ come succedeva a Forrest Gump.

“Vedo un grande fumo”, disse Legolas. “Che cosa può mai essere?” – “Guerre e battaglie”, disse Gandalf. “Avanti!” – Questo dialogo si legge a conclusione del capitolo IL CAVALIERE BIANCO che si trova a metà del libro primo del secondo volume del Signore degli Anelli, che narra il ritorno di Gandalf dopo che ha “attraversato il fuoco e gli abissi”: cioè il suo ritorno tra i vivi dopo che era morto. Sentendosi chiamare da chi lo riconosce, ora che è “bianco” da “grigio” che fu, esclama: “Sì, era questo il nome. Io ero Gandalf“. Della sua decisione di andare in battaglia contro l’Oscuro Signore, pur essendo l’impresa superiore a ogni forza, egli così argomenta con Legolas: “Vai dove devi andare, e spera“. E’ per citare queste parole che ho scritto il post: le  puoi leggere alla pagina 108 del secondo volume che si diceva.

L’estate è la mia stagione ma quest’anno gira male: non so il significato della parola SUPERENALOTTO. Non esce il sei – immagino perché fa caldo. Non esce neppure il cinque più uno. Forse indica una situazione fortemente sprovveduta come quando si dice: neppure un sottosegretario. Ho una fiducia smodata nel dizionario Battaglia che per una volta mi delude: “Concorso nazionale a premi, che consiste nel pronosticare una serie di numeri corrispondenti ai primi estratti da sei determinate ruote del lotto”. Così il SUPPLEMENTO 2004. Però suona bene “determinate ruote del lotto”. Già avevo apprezzato l’espressione “determinate mamme trentenni” che avevo trovato in una cronaca sulle proteste per le iscrizioni agli asili nido. Anche “ruota di Napoli” – debbo dire – non era male le prime volte che la sentivo alla radio. Mi figuravo il Golfo come una carriola  con le stanghe verso Pozzuoli e il Vesuvio a far da ruota.

I due Hobbit [Pipino e Merry] si trovarono a faccia a faccia con l’essere più straordinario che avessero mai visto. Aveva il fisico di un Uomo, quasi di un Vagabondo, alto però più del doppio, molto robusto, con una lunga testa, e quasi senza collo (…). I grandi piedi avevano sette dita l’uno”: siamo nel capitolo “Barbalbaro” del secondo volume del Signore degli Anelli, a p. 65 dell’edizione che vengo citando. Di Barbalbero, Gandalf afferma che “è il più vecchio degli Ent, l’essere vivente più antico che cammini oggi sotto il sole nella nostra Terra di Mezzo” (p. 106). A me piace perché è curioso e lento e forse – in questo – gli assomiglio: “Mi piacciono le storie. Ma per favore, non troppo in fretta”.  Barbalbero rimpiange il tempo antico quando “ogni cosa era più ampia e spaziosa” ed egli “impiegava una settimana soltanto per respirare” (p. 71). Tra le mitiche creature della Terra di Mezzo mi appare come la più simile agli uomini. Direi: simile ai fanciulli. O meglio: somigliante alla memoria che un uomo ha della propria fanciullezza, quando appunto per ognuno di noi “ogni cosa era più ampia e spaziosa”.

Come può un uomo in tempi come questi decidere quel che deve fare?” chiede Eomer, cavaliere di Rohan, nel secondo capitolo de LE DUE TORRI, come è intitolato il secondo volume del SIGNORE DEGLI ANELLI. Questa è la risposta di Aragorn: “Come ha sempre fatto. Il bene e il male sono restati immutati da sempre, e il loro significato è il medesimo per gli Elfi, per i Nani e per gli Uomini. Tocca a ognuno di noi discernerli, tanto nel Bosco d’Oro quanto nella propria dimora”. Leggendo Tolkien io leggo sempre di me: Eomer potrebbe essere il mio figlio più grande e Aragorn – in mancanza di qualcuno più adatto – potrei interpretarlo io.

Quando sarò chiamato forse saprò chi sono.

Nell’ultimo capitolo del primo volume del Signore degli Anelli c’è la visione apocalittica del mondo in guerra che si offre allo sguardo di Frodo quando infila l’anello per sfuggire agli occhi infuocati di Boromir e – correndo ciecamente – sale sulla vetta dell’Amon Hen, il Colle dell’Occhio, dove respirando affannosamente si siede sul Seggio della Vista: “Ovunque guardasse vedeva i segni della guerra. Le Montagne Nebbiose parevano formicai; gli Orchetti pullulavano da migliaia di buchi. Sotto le fronde del Bosco Atro influiva il conflitto tra Elfi e Uomini e bestie feroci. La terra dei Beorniani era in fiamme; una nube sovrastava Moria; nubi di fumo s’innalzavano ai confini di Lòrien., Uomini a cavallo galoppavano sjull’erba di Rohan; lupi uscivano a frotte da Isengard. Dai porti dello Harad salpavano navi da guerra; da est, infine, gli Uomini si spostavano incessantemente: spadaccini, lancieri, arcieri montati, i cocchi dei capi militari, i carri carichi di merci. L’Oscuro Signore spiegava tutte le sue schiere”. Segnalo questa pagina – e quella che la precede e quella che la segue – come la migliore veduta a me nota della seconda guerra mondiale, negli anni della quale Tolkien scrive la trilogia dell’Anello.

“Mens sana in corpore Benedetto” è il titolo goliardico che il quotidiano Liberal ha dato ieri a un mio articolo sull’agilità fisica e mentale del papa. Il principale argomento da me addotto è questo scambio di battute con il cardinale Ruini una sera che si giocava la partita Italia-Olanda ai campionati europei e il Papa doveva aprire il convegno della diocesi di Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano:

– C’è gente? – chiede Benedcetto scendendo dall’automobile nel cortile del Vicariato.

– La Basilica è piena – risponde il cardinale.

– Ma non c’è la prima partita della nazionale italiana per il campionato europeo?

– Sono venuti lo stesso, Santità…

– Si perderanno almeno il primo tempo – replica il papa guardando l’orologio.

Per chi voglia leggere l’intero articolo: http://www.liberal.it/media/194022/05_08_liberal_24.pdf