Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

Chiedo ai visitatori veronesi – o passanti per Verona – di raccontare qualcosa sulle “ronde” già sperimentate nella loro città: leggo che sarebbero duecento volontari, organizzati in turni che coprono per intero il giorno e la notte, coordinati da un “alto funzionario” di polizia che oggi è responsabile dei vigili urbani. I giornali scrivono che l’esperienza è buona, ma io vorrei sentire che ne pensa il cittadino. Mi pare la via giusta per farmi un’idea sulla praticabilità del progetto nazionale, per il quale sabato il ministro Maroni presenterà il regolamento. Io sono pieno di sospetti stante la matrice leghista del progetto, ma non tutto ciò che è venuto dalla Lega Nord è stato negativo in questi anni e sono contrario al pregiudizio ideologico. Se fosse vero che le ronde a Verona funzionano, potrebbero magari funzionare anche altrove, perlomeno in luoghi somiglianti alle terre veronesi. Io sostengo ogni forma di interessamento dei giovani alla città e non c’è dubbio che questo interessamento la Lega l’ha saputo coltivare. Mi piacerebbe tanto se a Roma nascesse un’associazione per aiutare a tenerla pulita.

Questa [di attraversare le terre di Mordor e di gettare l’Anello dominante nel cratere del Monte Fato per liberare il mondo dalla sua minaccia] è un’impresa disperata tanto per uno solo come per otto, tre o due”: parole di Aragorn, nel capitolo LA COMPAGNIA SI SCIOGLIE, pagina 497 dell’edizione che sappiamo. Nel combattimento con il Male e con la morte – che assomma ogni male – abbiamo già udito che i deboli hanno la stessa “speranza” dei forti e ora apprendiamo che in esso non conta il numero. Perché a tale prova si va in definitiva da soli. E non c’è nessuno – per modesto che sia – a cui quella opportunità venga negata.

Un ber gusto romano

Tutta la nostra gran soddisfazzione
de noantri quann’èrimo regazzi
era a le case nove e a li palazzi
de sporcajje li muri cor carbone.

Qua disegnàmio o zìffere o pupazzi,
o er nodo de Cordiano e Salamone;
là nummeri e giucate d’astrazzione,
o parolacce, o fiche uperte e cazzi.

Oppure co un bastone, o un sasso, o un chiodo
fàmio a l’arricciatura quarche segno
fonno, in magnera ch’arivassi ar sodo.

Quelle so’ bell’età, per dio de legno!
Sibbè ch’adesso puro me la godo,
e si c’è un muro bianco je lo sfregno.

Giuseppe Gioachino Belli

Sonetto del 22 giugno 1834

Il desiderio del potere è la legge del Nemico. La combatte efficacemente solo chi ha la forza di rinunciare al potere, che in definitiva è il potere sulle coscienze e le volontà. In questa impresa suprema della rinuncia al potere di fare il male – cioè della rinuncia all’Anello che tutto comanda – i deboli hanno le stesse possibilità dei forti: perché magari dispongono di risorse più limitate, ma sono esposti a minori tentazioni e sono meno distratti da grandi scommesse. La questione è nodale ed è trattata nel capitolo IL CONSIGLIO DI ELROND della COMPAGNIA DELL’ANELLO, che è il primo volume della trilogia di Tolkien della quale mi sto occupando. Ecco due passi che si trovano alle pp. 339 e 340 dell’edizione già citata: “Egli [il Nemico] è molto saggio e soppesa ogni cosa con estrema accuratezza sulla bilancia della sua malvagità. Ma l’unica misura che conosce è il desiderio di potere, ed egli giudica tutti i cuori alla stessa stregua. La sua mente non accetterebbe mai il pensiero che qualcuno possa rifiutare il tanto bramato potere, o che, possedendo l’Anello, voglia distruggerlo”. Dunque il Nemico pur tanto potente può essere ingannato e battuto da chi sappia rinunciare alla tentazione del potere: “Né la forza né la saggezza ci condurrebbero lontano. Questo è un cammino che i deboli possono intraprendere con la medesima speranza dei forti. Tale è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo, che sono spesso le piccole mani ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi sono rivolti altrove”.

Sentì un giorno che poteva operare miracoli ma non guarì nessuno perché era medico e non seppe a chi fare del bene tra i tanti che aveva in cura.

Hanno tolto la sigaretta dalla foto di Alain Delon: che ne direste di togliere il capitolo sull’erba-pipa dal Signore degli Anelli?

“La Chiesa incerta tra Papi e il Premier” è il titolo che quelli di Liberal hanno fatto in prima pagina a un mio articolo sulla risposta del direttore di Avvenire ai lettori in agitazione per il motto “non sono un santo”. Direi che è un buon titolo. Come anche avevo trovato buona quella risposta. I visitatori del blog sanno che non amo parlare di Berlusconi che non ho votato ma che rispetto come capo del Governo della Repubblica. Chi avesse curiosità di come vedo il nervoso e riguardoso atteggiamento degli uomini di Chiesa in merito al gossip berlusconiano può leggere qui: http://www.liberal.it/primapagina/accattoli_2009-07-28.aspx

Da dove spunta fuori il vecchio Grassotto Bozzolo?” chiede Frodo figlio di Drogo a Tom Bombadill nel capitolo della “Nebbia sui Tumulilande”. Il “vecchio Grassotto Bozzolo” è il pony di Tom Bombadill, la primordiale figura silvestre – egli è “il più anziano” dal momento che “era qui prima del fiume e degli alberi” – che salva i quattro giovani Hobbit prima dalla corteccia artigliante del Grigio Uomo Salice nella Vecchia Foresta e poi dall’incantesimo dello Spettro dei Tumuli. E’ Tom stesso a presentare il suo pony come “il vecchio Grassotto Bozzolo” e gli Hobbit, che lo vedono per la prima volta subito lo chiamano il “vecchio”. Alla loro domanda Tom dà questa risposta: “E’ mio, il mio amico quadrupede, che però non monto spesso e che va errando a volte molto lontano”. “Ma ora – dice ancora – mio festoso Bozzolo, il vecchio Tom ti salterà in groppa”. La mia figlia più giovane, 16 anni, che sta rileggendo con me IL SIGNORE DEGLI ANELLI ama molto la battuta “da dove spunta fuori il vecchio Grassotto Bozzolo?” e io l’amo perché piace a lei e la propongo un poco per scherzo e un poco sul serio ai miei visitatori. Leggere Tolkien non è solo mitologia e fiera di simboli e parole ma anche motteggio e gioco e invenzione per l’invenzione. Dove anche il nome di un pony può avere importanza come insegnano i bambini. [Segue nel primo commento]

Simone e Flavia, giovani amici, si sposano domani a Lagonegro e mi chiedono di proporre un’intenzione al momento della PREGHIERA DEI FEDELI che parli della speranza. Questa è la mia intenzione.
Un matrimonio è un segno di speranza, un impegno di due a unire le loro esistenze in una relazione portatrice di nuova vita. Il Signore della vita e della speranza aiuti Flavia e Simone a restare fedeli a questo impegno e a darne una viva attestazione intorno a loro a quanti credono di essere senza speranza, o temono di non esserne degni, o sono tentati di abbandonarsi all’una o all’altra forma di disperazione. Che possiate sperare sempre e per tutti. Noi ti preghiamo.

Tra i “giusti delle nazioni” entrerà presto il padre Somasco Giovanni Ferro, che fu arcivescovo di Reggio Calabria dal 1950 al 1977 e per il quale è avviata da un anno la causa di canonizzazione: egli accolse al collegio Gallio di Como, di cui era rettore, un ragazzo ebreo per tutto il tempo della persecuzione nazista. Subito dopo mise in salvo e ospitò per sei mesi tre giovani Mussolini. Ho conosciuto l’arcivescovo Ferro – uomo mite e inerme se mai ve ne furono – e sono amico del Gallio dove fui chiamato tre anni addietro per una conferenza. E’ dunque con esultanza che racconto questa storia, lasciando innanzitutto la parola all’ebreo che fu messo in salvo, Roberto Furcht, che oggi ha ottant’anni e che ha narrato la sua vicenda il 10 maggio scorso al collegio Gallio. – Leggi l’intera storia nel capitolo GIUSTI DELLE NAZIONI della pagina CERCO FATTI DI VANGELO elencata sotto la mia foto.