Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

C’è un seme di coraggio nascosto (a volte molto profondamente, bisogna dire) nel cuore dell’Hobbit più timido e ciccione, un seme che qualche pericolo fatale farà germogliare” (p. 190 del primo volume dell’edizione citata). Non tutto negli Hobbit è infatti visibile, proprio come negli uomini. “Vi è in te più di quanto non colpisca la vista” dice Gandalf a Frodo nelle gallerie di Moria, dopo che l’ha visto pugnalare con la spada Pungolo “un immenso e piatto piede senza dita” che era “penetrato di forza strisciando per terra” nella grande sala sotterranea dove la Compagnia si trovava assediata da mostri e orchetti. (pp. 404 e 408). Gandalf sostiene che “questi deliziosi e assurdi Hobbit indifesi” dispongono di una capacità di resistenza al male più grande di quella di cui sono dotate altre “stirpi dotate di parola”, compresi gli uomini. Ecco un brano chiave per la conoscenza di questa sua teoria: “C’è una sola Potenza al mondo che sa tutto sugli Anelli e sui loro effetti; e, a quanto mi consta, nessuna Potenza al mondo sa tutto sugli Hobbit. Tra i Saggi sono l’unico a interessarmi della tradizione Hobbit: un campo estremamente oscuro, ma pieno di sorprese. Sono esseri dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari. Credo che alcuni di loro saprebbero resistere agli Anelli molto più a lungo di quanto non pensino i Saggi” (p. 81).

Rienzo Colla, fondatore nel 1954 della Casa Editrice LA LOCUSTA, è morto sabato all’ospedale San Bortolo di Vicenza: aveva 88 anni ed era solo come solo era sempre vissuto, orso e gentile, timido e trasparente. Bambino ogni giorno della vita. Ci conoscevamo poco e ci amavamo molto. Lo incrociai per sua iniziativa: mi scrisse un giorno per chiedermi di fargli un libretto “come pare a te per La Locusta”. Glielo feci e fummo subito fratelli. Lo feci conoscere a miei amici vicentini che non l’avevano mai incontrato: non incontrava quasi nessuno. Venne a sentirmi in occasione di una mia conferenza vicentina e ci vedemmo a casa di conoscenti suoi e miei. Egli ha molto meritato senza che mai nulla gli venisse riconosciuto. Anche per questo gli voglio bene.

Il primo volume del SIGNORE DEGLI ANELLI si apre con UNA FESTA A LUNGO ATTESA per il centoundicesimo compleanno del signor Bilbo Baggins di Casa Baggins. Gran preparativi, fuochi d’artificio che “illuminavano a giorno il cielo” e doni “straordinariamente belli” per tutti, tanto che “i bambini Hobbit a causa dell’eccitazione per un po’ dimenticarono persino di mangiare”. Ma ovviamente il mangiare era il culmine e la fonte della festa: “Tre erano i pasti ufficiali: colazione, merenda e cena. La colazione e la merenda erano caratterizzate dal fatto che gli invitati sedevano a tavola e mangiavano assieme. Durante il resto del tempo, si vedeva invece solo una quantità di gente che mangiava e beveva senza interruzione e ciò dalle undici alle sei e mezzo, ora in cui cominciò lo spettacolo pirotecnico”. Avevo promesso un raffronto con quanto da me osservato durante la “crociera paolina” a bordo della “Navigator of the seas” (vedi post dal 28 giugno al 5 luglio). Ebbene sulla Navigator avveniva la stessa cosa, con la differenza che lo spettacolo della gente che “mangiava e beveva senza interruzione” non andava dalle “undici alle sei e mezzo” ma copriva l’intera giornata. In dettaglio le cose andavano così: i 3.500 ospiti della nave crociera sedevano a tavola e mangiavano assieme ai ristoranti dei piani 3 e 5 alle ore canoniche del pranzo e della cena mentre nel gigantesco open space culinario dell’11° piano si mangiava e si beveva per l’intera giornata. E non per un giorno di festa ma per tutta la settimana. Ne concludo che Hobbit non si nasce ma si diventa e che la Navigator porta a perfezione l’dea mangereccia della Contea: che sarebbe la regione della Terra di Mezzo abitata dagli Hobbit.

Quando affermo l’dea che vi siano ancora molti Hobbit [popolo primordiale della Terra di Mezzo, detto anche dei “mezzi uomini” con riferimento alla loro statura media] in giro mi riferisco innanzitutto alla più appariscente delle loro attitudini: “Più che belli, i loro visi erano generalmente gioviali, illuminati da occhi vivacissimi e guance colorite, con una bocca fatta per ridere, bere e mangiare. Ed era proprio ciò che facevano: mangiavano, bevevano e ridevano con tutto il cuore, amavano fare a tutte le ore scherzi infantili, e pranzavano sei volte al giorno, quando ne avevano la possibilità” (p. 26). Tipi ridanciani dunque e gran ghiottoni. Quasi tutti obesi. Accaniti fumatori dell’”erba-pipa” e tracannatori di birra: della “loro” birra. Diffidenti verso ogni forestiero. Cultori degli orti e sempre pronti a intrecciare – da siepe a siepe – impegnative conversazioni sulla crescita delle verdure. Incapaci di immaginare che possa esservi, nel mondo, un piatto migliore del coniglio in salmì. Ebbene io dico che questo tipo umano alligna ancora tra noi. Nel prossimo post dirò come lo si incontri anche nelle crociere “paoline”.

Anche in passato gli Hobbit erano estremamente timidi; ora, poi, evitano addirittura con costernazione ‘la Gente Alta’, come ci chiamano, ed è diventato difficilissimo trovarli”: è scritto nel prologo del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien [precisamente a pagina 25 dell’edizione Tascabili Bompiani del 2000] che già mi diede un’estate felice nel 2003 e che ho scelto come lettura lunga per questi mesi di luglio e agosto. Sarà anche la miniera da cui caverò materiali per i prossimi post, numerandoli per farne una sequenza e incentrandoli sull’idea tolkieniana della risorsa che gli Hobbit rappresentano per la salvezza del mondo. Chi scoprisse in sè qualche complicità con la mia intenzione veda il testo CHE COSA CI INSEGNANO GLI HOBBIT, leggibile nella pagina COLLABORAZIONE A RIVISTE elencata sotto la mia foto. Ma attenzione: io sono del parere che la salvezza venga dagli Hobbit e da altra Gente Piccola come loro ma non condivido il convincimento di Tolkien che oggi sia diventato “difficilissimo trovarli”. Io ne ho incontrati in discreta quantità nella crociera paolina di cui ho parlato tra il 28 giugno e il 5 luglio e ne vedo ogni giorno nella spiaggia di Santa Marinella, sessanta chilometri a Nord di Roma, dove ora sono in vacanza. Nel prossimo post indicherò una prima caratteristica attraverso la quale mi ingegno a individuarli.

Una mamma no global con due bimbi in macchina incontra al semaforo una zingara che ha con sé due bimbe dell’età dei suoi. “Che bei figli che hai! Dammi qualcosa per queste creature” dice la zingara. “Non ho soldi con me” risponde la mamma no global che ama vestire alla zingaresca “ma qualcosa ti do”. Accosta al marciapiede, apre il bagagliaio e ne cava il borsone del mare da cui prende tre paia di mutandine dei suoi bambini e le dà alla zingara che ringrazia. “Mettegliele però” dice seria la no global alla zingara. “Io gliele metto ma loro se le tolgono perché vogliono sentire il fresco”, fa la zingara tornando verso il semaforo. – Battute colte domenica 12 a Roma, all’angolo tra la circonvallazione Cornelia e la via Aurelia, verso le 14.

– Papà perché nel G8 c’è l’Italia e non c’è il Brasile? Chiede a tavola uno dei figli che è appena rientrato da un viaggio di lavoro a Rio de Janeiro. E la Turchia? Dice un’altra che ha fatto una vacanza a Istanbul. Non ci sono neanche la Cina e l’India! Fa la moglie che è maestra.
– Perché il mondo ha i riflessi lenti. Noi una volta forse eravamo tra gli “otto grandi”, oggi di certo no ma quell’elenco non è stato aggiornato. Gli otto sono ancora i protagonisti della seconda guerra mondiale: quelli che l’hanno vinta (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia, Canada) e quelli che l’hanno persa (Germania, Giappone, Italia). La Cina e l’India sono venute dopo la guerra e ancora non entrano nel club di quelli che contavano di più nel 1939. L’orologio della grandezza – che si aggiorna con le guerre – è fermo da più di sessant’anni.

“La globalizzazione è fenomeno multidimensionale e polivalente, che esige di essere colto nella diversità e nell’unità di tutte le sue dimensioni, compresa quella teologica. Ciò consentirà di vivere ed orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione”: così Benedetto al paragrafo 42 della “Caritas in veritate”. C’è dunque una dimensione teologica della globalizzazione, che poi il papa svolge nel capitolo quinto dell’enciclica intitolato “La collaborazione della famiglia umana”, che ruota intorno a questo perno: “Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro” (paragrafo 53). E ancora: “Oggi l’umanità appare molto più interattiva di ieri: questa maggiore vicinanza si deve trasformare in vera comunione” (ivi). Insomma, non è un caso che il mondo si vada unificando e rimescolando. E’ come se Dio voglia che i suoi figli si conoscano e si avvicinino sempre di più per imparare ad amarsi.

“L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”: è al numero 78 della “Caritas in veritate”. Lo condivido, anche se lo direi con altre parole. Per esempio: “L’umanesimo che esclude Dio contraddice se stesso”. Per una lettura d’insieme dell’enciclica, vedi il mio articolo su Liberal di oggi, “Un’autorità politica mondiale per governare la globalizzazione”.

Mentre i poveri del mondo bussano ancora alle porte dell’opulenza, il mondo ricco rischia di non sentire più quei colpi alla sua porta, per una coscienza ormai incapace di riconoscere l’umano“: è un’affermazione dell’enciclica Caritas in Veritate che dedico ai miei visitatori per invitarli a leggere. La trovate al paragrafo 75. Domai darò altri spunti su questo testo importante la cui pubblicazione ha velocizzato imprevedutamente la mia calda giornata quasi arroventandola tra articoli, interviste e dichiarazioni.