Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

Per molto tempo ho taciuto, / ho fatto silenzio, mi sono contenuto; / ora griderò come una partoriente, / mi affannerò e sbufferò insieme“: così nel Cantico da Isaia 42 che si leggeva stamane nelle lodi del Rito Romano, lunedì della quarta settimana. Toccava al “coro secondo” – quelli “alla mia destra”, aveva detto il prete – leggere quella strofe, e io ero tra loro, alla Giornata degli insegnanti di religione di Bologna, con i quali mi trovo per una conferenza. Ho pronunciato con trasporto quelle parole e gli ho detto: non vedo l’ora di sentirti gridare.

“Durante il passaggio del piccolo corteo alcuni ignari soldati tedeschi scattarono sull’attenti”: belli questi disciplinatissimi guerrieri ariani che salutano l’accompagnamento al cimitero di una donna ebrea morta ad Assisi nel monastero delle clarisse di San Quirico – dov’era rifugiata come finta monaca – durante l’occupazione tedesca. Più bello ancora il fascistissimo podestà di Assisi che per rassicurare gli ebrei che si sono messi sotto la sua protezione telefona in loro presenza al Comando tedesco, chiede se in zona ci siano dei “porci ebrei” e tira “un grosso respiro di sollievo” alla “risposta negativa”. Anche il lettore respira leggendo il racconto autobiografico di Mirjam Viterbi Ben Horin, che allora era bambina, salvata con la famiglia ad Assisi da un’organizzazione clandestina che faceva capo al vescovo Placido Nicolini. [Segue nel primo commento]

“Lo Spirito nei suoi doni è multiforme… Egli soffia dove vuole. Lo fa in modo inaspettato, in luoghi inaspettati e in forme prima non immaginate”: l’afferma Benedetto XVI nella Lettera ai presbiteri pubblicata ieri. Si tratta di un brano incoraggiante e da me molto amato di un’omelia che ebbe a tenere alla vigilia della Pentecoste del 2006, incontrando in piazza San Pietro i movimenti ecclesiali. Nella lettera esso è così introdotto: “Mi è caro rivolgere ai sacerdoti, in quest’anno a loro dedicato, un particolare invito a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità”. Dunque il papa parla di una “nuova primavera” che si manifesta in modi, luoghi e forme inaspetatti. Non si muove niente dentro di noi ascoltando queste parole?

Le mamme l’avrebbero voluto fare sempre. I papà sono stupiti di farlo. E’ il gesto di prendere in braccio, sulle ginocchia, stringendo viso a viso i figli diventati grandi. Lo raccontano nove scatti di Marco Martinelli (http://www.light-opinion.com/), giovane e bravissimo fotografo di strada e altro, che ho visto ieri sera in mostra alla Galleria de’ Serpenti a Roma (via dei Serpenti 32, aperta fino al 24 giugno). E’ intitolata LA DERIVA DEI CONTINENTI. Autore e regista delle scene fotografate da Martinelli è Paoloreste Gelfo. Immagini forti, così presentate al visitatore: “La riscoperta di sé nel grembo e come grembo. La restituzione di uno spazio emotivo sublimato, mai dimenticato davvero, sempre cercato altrove. Un’occasione di ricongiunzione con l’Origine del Tutto”. Ho pensato a Sant’Anna con in braccio la Madonna che ho visto una volta alla National Gallery di Londra, nonché alla tela con lo stesso soggetto che è al Louvre. Ho ripensato ai figli che crescono e che un giorno, per strada, non ti danno più la mano e tu capisci che è ora di lasciarli andare. [Continua nel primo commento]

Non avevo mai visto Brindisi e ne torno ammaliato. Dico della città antica, perché ero stato più volte nel porto per i figli che tornavano dalla Grecia, o all’aeroporto per trasferte verso il Salento. In occasione di una conferenza a Latiano mi avevano portato a vedere Santa Maria del Casale, che è meraviglia grande ma fuori città. Stavolta invece ho camminato per le vie antiche, tra la Scalinata virgiliana e il Castello svevo, ho guardato dalle Colonne romane verso il Castello alfonsino e ho fatto un inchino prima al Seno di Ponente e poi a quello di Levante. Sono entrato in San Giovanni al Sepolcro facendo una carezza ai suoi leoni consumati dai secoli, ho decifrato qualcosa della scultura che è sull’architrave della porta laterale di San Benedetto con scene di combattimento tra uomini e draghi, dove si vede il normanno che doma il mostro afferrandolo per la coda mentre a nulla riescono bizantini e saracini. Ero ospite dell’arcivescovo Rocco Talucci per un appuntamento a un anno dalla visita di papa Benedetto. Don Giuseppe Satriano, già conosciuto a Ostuni, mi ha condotto alle Colonne e a Santa Lucia. Da solo ho cercato i mosaici della Cattedrale con i loro musicali animali che ricordano quelli di Otranto. Don Massimo Alemanno mi ha mostrato San Benedetto e San Giovanni. Il professore Giacomo Carito segnalava questo e quello con la passione che tutto spiega. – Fate conferenze se volete girare con comodo l’Italia: vengono a prendervi al treno e vi fanno mangiare i piatti migliori, vi stanno ad ascoltare e battono le mani. Non c’è lavoro più fico.

Sono a Brindisi per accompagnare in una conferenza il fotografo Pier Paolo Cito che è di qua. Ho visto l’oro dei campi sotto il sole e ho mangiato i fichi fioroni.

Per i cattolici c’è anche una ragione affettiva di attaccamento alla Costituzione italiana a motivo delle grandi figure cristiane che lavorarono alla sua preparazione: Alcide De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Igino Giordani, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Enrico Medi, Aldo Moro, Costantino Mortati. Un giorno questi otto potrebbero essere venerati come santi e Moro persino come martire. Ma tra i “padri” c’erano anche molti “giusti”, o uomini di buona volontà, che pure ricordiamo con gratitudine: Piero Calamandrei, Giuseppe Di Vittorio, Luigi Einaudi, Amintore Fanfani, Vittorio Foa, Giovanni Gronchi, Nilde Jotti, Ugo La Malfa, Giovanni Leone, Pietro Nenni, Vittorio Emanuele Orlando, Ferruccio Parri, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Oscar Luigi Scalfaro, Ignazio Silone, Palmiro Togliatti. – E’ un passaggio della conferenza sull’attualità della Costituzione che ho tenuto giovedì 11 a Ladispoli: la puoi leggere nella pagina CONFERENZE E DIBATTITI elencata sotto la mia foto.

Tre giovani neri scolano due lattine di birra a testa seduti sulle fioriere che sono al centro di piazza dell’Esquilino, dietro la Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. Io – seduto sul bordo di un’altra fioriera – osservo le lattine abbandonate a terra che versano l’ultima schiuma sul selciato: “Ora le lasceranno lì”. Ma terminata la chiassosa bevuta i tre si alzano dinoccolati – li immagino senegalesi – e raccolgono diligentemente le lattine. I primi due fanno cenno al terzo che ne sta dimenticando una e quello torna indietro e la prende tra l’anulare e il mignolo della mano con cui tiene il telefonino al quale sta parlando. Se ne vanno decisi. Io prendo carta e penna per un post buonista, ma ecco che i tre si dirigono come atto dovuto all’aiuola centrale e infilano con grazia le sei lattine tra i cespugli di felci che l’ornano. Due lattine per ogni felce.

Io esulto per le parole dette domenica dal papa “Dio è tutto e solo amore” e le penso ogni momento da quando le ho sentite: vedi post di ieri. Mi si legano nella testa a quelle altrettanto audaci che aveva pronunciato a Lourdes il 13 settembre 2008: “In realtà, basta amare”. Ero là e feci un salto sul prato che è davanti alla grotta. In tali espressioni scorgo in nuce la via per una nuova presentazione della fede cristiana all’umanità di oggi ed è l’aspetto che più mi attira della predicazione di papa Benedetto. Ma so che non tutti condividono quelle parole. Ecco un passaggio di un testo intitolato “Perché siamo tradizionalisti” pubblicato nel settembre del 2007 dall’associazione “Inter multiplices una vox” (si può leggere nel sito on line della stessa): “Ci si dimentica, con troppa facilità, che Dio non è solo Amore e Misericordia, ma è anche Rigore e Giustizia: la Misericordia di Dio è tutt’uno con la Sua Giustizia: ad ognuno verrà dato secondo i suoi meriti. L’Amore di Dio è tutt’uno col Suo Rigore: alla sua destra verranno posti i giusti, alla sua sinistra i peccatori”. Chiedo ai visitatori addottrinati di segnalarmi se altri prima di Benedetto abbia affermato che “Dio è tutto e solo amore” e chi altro contrasti questa affermazione, oltre all’associazione tradizionalista da me citata.

“Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica”: è un brano dell’angelus pronunciato a mezzogiorno dal papa, nel giorno Trinità. E ancora: “In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il ‘nome’ della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere-in-relazione e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore Creatore (…) La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione e viviamo per amare ed essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio ‘genoma’ la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore”. In trenta righe di testo ha usato 13 volte la parola “amore” e due volte il verbo “amare”. Ha qualificato l’amore come “principio trascendente” dell’uomo e del creato: e qui c’era un rimando – per gli addottrinati – all’amore come “principio trascendentale” del cristianesimo di cui il teologo Ratzinger tratta in “Introduzione al cristianesimo” (1968). Dottrina ardua, che oggi ha reso comprensibile a tutti con l’audace espressione riguardante l’amore come “traccia” della Trinità inscritta nel “genoma” umano. Altre volte aveva fatto ricorso alle immagini della fissione nucleare e del “big bang”, oggi ci ha donato questa del “genoma”. Ma anche l’espressione “Dio è tutto e solo amore” è coraggiosa, assimilabile a un’altra su cui feci un post il 13 settembre 2008: “In realtà, basta amare”.