“Ora et colora”: l’ho letto stamane – tornando da Genova a Roma – nella parte alta di un murale che ho scorto sulla destra della ferrovia, tra le stazioni di Pisa San Rossore e di Pisa Centrale. “Prega e colora”: forse a imitazione scherzosa del motto dei benedettini “Ora et labora”, cioè “prega e lavora”. O l’autore del murale voleva richiamare l’uso dei monaci ortodossi di dipingere le icone in ginocchio?
Autore: <span>Luigi Accattoli</span>
Oggi pomeriggio ero a Genova come relatore a un convegno del “Serra Club Genova 184” nel Cinquantesimo della fondazione (vedi nella pagina “Conferenze e dibattiti” elencata sotto la mia foto). Tante parole, le mie comprese. Ma anche il saluto di un prete di 94 anni, Luigi Noli, che fu il primo consulente ecclesiastico del “Serra Club Genova 184” e che è ancora sveglio e mordace. Ha detto tra l’altro questo che vi regalo: “Sono le donne che fanno l’uomo”. Non l’ha spiegata e neanche io la spiego.
“Mistero della donna” è un’espressione creativa di Benedetto nell’omelia della messa celebrata ieri in uno stadio di Yaoundè, in Camerun: “San Giuseppe è stato lo sposo di Maria. Anche ogni padre di famiglia si vede confidare il mistero della donna attraverso la sua propria sposa”. Per cogliere il senso biblico di quelle parole occorre aver letto il discorso ai “primi vespri” del giorno precedente, nella Basilica di Maria Regina degli apostoli di Yaoundè, dove – sempre con riferimento alla festa di San Giuseppe – Benedetto aveva svolto questa riflessione incentrata sulle parole “mistero” e “donna”: “Quando Maria riceve la visita dell’angelo all’Annunciazione è già promessa sposa di Giuseppe. Indirizzandosi personalmente a Maria, il Signore unisce quindi già intimamente Giuseppe al mistero dell’Incarnazione. Questi ha accettato di legarsi a questa storia che Dio aveva iniziato a scrivere nel seno della sua sposa. Egli ha quindi accolto in casa sua Maria. Ha accolto il mistero che era in lei e il mistero che era lei stessa”. E più avanti: “Giuseppe ha infatti vissuto alla luce del mistero dell’Incarnazione. Non solo con una prossimità fisica, ma anche con l’attenzione del cuore. Giuseppe ci svela il segreto di una umanità che vive alla presenza del mistero, aperta a esso attraverso i dettagli più concreti dell’esistenza”. Dedico alle sorelle del blog queste parole di Benedetto sul “mistero della donna”. Per considerazioni più generali sul viaggio papale ecco un mio articolo apparso oggi su Liberal, che è richiamato in prima pagina con il titolo “Il rumore sui preservativi, il silenzio sull’Africa”: http://www.liberal.it/primapagina/accattoli_2009-03-20.aspx
La Chiesa non propone l’uso del profilattico per la prevenzione dell’aids – la sua via è quella della formazione alla responsabilità sessuale – ma non si oppone ai programmi che lo prevedono e che da lei non dipendono: ritengo che l’istruttoria in materia – dentro e fuori il Vaticano – sia matura perchè si arrivi a formulare questa posizione e immagino che ciò sia possibile nel corso del viaggio africano del papa. Già più volte Benedetto ha trovato le parole giuste nel momento della massima esposizione alla canea mediatica: ciò è avvenuto con la Shoah, con i preti pedofili e con l’Islam. Nel primo commento riporto la dichiarazione del portavoce vaticano che a mio parere prelude alla posizione che mi auguro possa essere formulata. Nel secondo, le parole dette dal papa in aereo che non hanno il tono asseverativo e “pericoloso” che gli è stato attribuito dai malintenzionati e che ovviamente sono alla base della precisazione del portavoce. Nel terzo dico la mia riluttanza a trattare il tema: sono un uomo all’antica e non immaginavo di arrivare a mettere il profilattico nel titolo di un mio post.
“Devo dire che mi viene un po’ da ridere su questo mito della mia solitudine: in nessun modo mi sento solo. Ogni giorno ricevo nelle visite di tabella i collaboratori più stretti, incominciando dal Segretario di Stato fino alla Congregazione di Propaganda Fide, eccetera; vedo poi tutti i Capi Dicastero regolarmente, ogni giorno ricevo Vescovi in visita ad Limina – ultimamente tutti i Vescovi, uno dopo l’altro, della Nigeria, poi i Vescovi dell’Argentina … Abbiamo avuto due Plenarie in questi giorni, una della Congregazione per il Culto Divino e l’altra della Congregazione per il Clero, e poi colloqui amichevoli; una rete di amicizia, anche i miei compagni di Messa dalla Germania sono venuti recentemente per un giorno, per chiacchierare con me… Allora, dunque, la solitudine non è un problema, sono realmente circondato da amici in una splendida collaborazione con Vescovi, con collaboratori, con laici e sono grato per questo”: così il papa ieri in aereo, volando verso il Camerun. Per quello che mi riguarda, ricordo di averlo chiamato “solista” e non “solo” o “solitario”. Vedi post del 3 marzo: “L’audacia di un papa solista”.
Una scritta grossa e con grafia sicura: “La vita è bella”. E sotto un controcanto con caratteri più piccoli e grafia incerta: “Ma doveva esserlo per tutti e non solo per voi”. La disputa è su un muro di via Marcantonio Colonna, a Roma, nei pressi della stazione Lepanto della metropolitana, poco oltre un’edicola che è sulla sinistra per chi vada verso piazza Cavour.
Benedetto XVI è partito per l’Africa e uno si chiede che cosa vada mai a cercare questo profeta disarmato nella valle di lacrime che è oggi il continente nero. Ci va perché laggiù c’è una comunità cattolica in impetuosa crescita, che sta mandando missionari verso di noi e che va esplorando – quasi a tentoni – la propria identità. Ma ci va anche in segno di vicinanza con quei popoli sofferenti per la fame, la guerra e la pandemia dell’Aids. “A peste, fame et bello libera nos Domine” potrebbe essere il motto di questo viaggio al quale probabilmente il mondo – compreso il mondo dei media – resterà indifferente. Merita invece che se ne parli, di questa missione compiuta per affermare la speranza a dispetto di ogni disperazione. Aiuterebbe a guardare al mondo e alla storia oltre gli schemi imposti dagli interessi dei popoli ricchi. Per me è stato così tutte le sedici volte che sono andato in Africa con Giovanni Paolo. Per chi è interessato alla riflessione di un veterano dei viaggi papali che stavolta seguirà da Roma l’impresa di papa Benedetto, segnalo questo articolo che ho scritto per Liberal: http://www.liberal.it/primapagina/accattoli_2009-03-17.aspx#
Sono stato a messa dai lefebvriani in segno di vicinanza, come avevo promesso nei giorni scorsi in questo blog. Ho ascoltato una buona omelia e ho fatto la comunione. E’ stata una bella esperienza, in tutto simile alle occasioni in cui ero andato alla Trinità dei Pellegrini, la parrocchia “personale” dedicata alla forma straordinaria del rito romano (vedi post del 15 e 17 giugno e del 27 luglio 2008). Una cinquantina di persone affollavano la piccola chiesa di Santa Caterina in via Urbana 85, dipendente dal Priorato di Albano, dove si tiene l’unica celebrazione domenicale in Roma della Fraternità San Pio X. Quattro suore giovani e linde cantavano leggere il gregoriano a una sola voce. Mediamente giovane l’assemblea, con molti bimbi e ragazzi, in buona maggioranza composta da non italiani. Giovane anche il celebrante, pure egli straniero, sotto i trenta, con chierichetto ricciuto quindicenne. Tutto in latino stretto tranne il Vangelo: dopo averlo letto in latino rivolto all’altare, il celebrante si è girato al popolo e l’ha riletto in italiano. Ascoltando la colletta – ad defensionem nostram dexteram tuae maiestatis extende – l’epistola di Paolo “ad Ephesios” – Estote imitatores Dei sicut filii carissimi – e Luca che al capo 11 narra di Gesù “eiciens daemonium” mi andavo dicendo che mia moglie alla stessa ora, in parrocchia, stava ascoltando altre pagine della Scrittura. Ma il salmo graduale cantato meravigliosamente dalle quattro sorelle – Exsurge Domine non praevaleat homo – mi ha allontanato ogni tristezza. Ho molto apprezzato che il giovane prete nell’omelia non abbia fatto alcun riferimento ai fatti recenti che toccano la Fraternità. Questo mi piace: che nella liturgia ci si stacchi un momento dai fatti correnti. (Segue nel primo commento)
“Il poeta sei tu che leggi”: lo trovo scritto sul parapetto del Lungotevere Vaticano, tra ponte Sant’Angelo e ponte Vittorio e lo riporto per chiedere ai visitatori se sanno di chi sia questo bel motto. Vedo in Internet che sta dappertutto, ma chi l’ha scritto per primo e dove, in quale libro o su quale muro? Detti somiglianti già ne conoscevo. A partire dall’assioma di Gregorio Magno “Scriptura crescit cun legente” (La Scrittura cresce con colui che la legge): e bisognava sentirlo dire da Benedetto Calati, con quale aspirazione di tutto il fiato. Da quell’altezza al terra terra di un foglietto da me trovato per via con su le parole “Grazie per aver letto” (vedi post del 10 giugno 2007). Ma che il poeta è colui che legge, chi l’ha detto?
Condivido parola per parola l’appello di Benedetto alla “pace nella Chiesa” e lo leggo come un evento nella vicenda del pontificato, paragonabile alla pubblicazione del volume Gesù di Nazaret o alla lectio di Regensburg con ciò che ne seguì. Tre iniziative che hanno comportato forti novità nel modo di fare il papa, tutte in direzione di un recupero di vicinanza con il popolo dei battezzati. Con il volume su Gesù Benedetto si azzardò a parlare come Joseph Ratzinger, avvertendo che ognuno poteva “contraddirlo”. Con la lectio di Regensburg parlò da professore della sua vecchia università e accettò fattivamente di portarne le conseguenze nei mesi che seguirono e che videro una decisa evoluzione del suo approccio all’Islam. Stavolta scrive in prima persona ai vescovi, spiega che cosa intendeva fare, prende atto degli sconquassi che ne sono seguiti, riconosce che ci sono stati “sbagli” nella gestione dell’iniziativa, enuncia una decisione di rilievo sulla conduzione del rapporto con la Fraternità (il ruolo guida della Congregazione per la dottrina, che comporta il coinvolgimento della Curia e degli episcopati). Ma non solo: si sfoga per l’intolleranza di chi l’ha attaccato, ringrazia gli ebrei per averlo capito meglio di una parte dei cattolici, rimprovera la “saccenteria” dei lefebvriani e quella di alcuni che si pongono a “grandi” difensori del Concilio. Il papa che scende dal trono e parla da uomo a uomo, ammette insiste e si raccomanda: tutto ciò mi piace, ci vedo un passo concreto verso quel nuovo esercizio del primato che Giovanni Paolo pose all’ordine del giorno dell’ecumene cristiana con l’enciclica Ut unum sint (1955) e che ha lasciato come compito primario ai propri successori. (Segue nel primo commento)
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