Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

Caro Domenico hai appena tenuto alla Radio Vaticana una conferenza stampa per il ritorno a Palestrina – dopo il restauro – della tela del Caravaggio “Decapitazione di Sant’ Agapito” e per la presentazione del convegno dall’ottimo titolo “Luce su Palestrina”. Ti scrivo per una bagatella: il modo in cui vieni presentato nell’elenco dei partecipanti alla conferenza stampa. Siete sei e di ognuno si dice il nome e l’ufficio, tipo “Rodolfo Lena, sindaco del Comune di Palestrina” mentre solo per te – che vieni ultimo – si leva il grido “Sua Eccellenza Reverendissima” come se tu stessi entrando in una sala e ognuno ti abbia a “reverire”, poniamo con un profondo inchino e ti si noma “Monsignore”, vale a dire “Mio Signore” che sarebbe come un secondo inchino. Tu sei una persona moderna, abituato a stare con i giovani e ridi vedendomi scrivere “ti si noma”, che si usava quando il mondo era pieno di “loro eccellenze”. Questa lettera è per darti un minimo consiglio: di segnalare al tuo ufficio stampa che come tu non esci di casa in portantina, con i servitori che gridano “Arriva Sua Eccellenza inchinatevi”, così loro dovrebbero evitare – se ci riescono – di simulare per iscritto quei salamelecchi. “Ma perché te la prendi con me se questo è l’uso” mi dirai. E io ti rispondo che dovreste iniziare voi vescovi di campagna a scendere dal pero e forse un giorno anche gli altri vi seguiranno. A voi dovrebbe risultare più facile dal momento che vi dovete arrampicare di persona sul tetto della cattedrale quando ci piove dentro.

Tirava un brutto vento e il primo a essere imprigionato fu un cristiano. Portarono poi dentro un ateo dichiarato e poi un ebreo e infine un musulmano. Discutevano per passare il tempo ma facilmente litigavano e l’ateo disse: “Avessimo almeno qualcosa da leggere”. “Io ho una Bibbia” buttò là timidamente il cristiano. “Leggiamola” fece l’ebreo: “Ma io mi fermerò alla prima parte della tua Bibbia, quella che è anche mia”. “Nelle vostre Bibbie ci sono i santi nomi di Abramo e di Ismaele”, disse conciliante il musulmano, “perciò potrò leggere anch’io”. “Per me – disse l’ateo – non è il libro più adatto ma molte mie parole e alcuni  sentimenti vengono da quelle pagine e dunque sarò della partita”. Fu così che lessero l’uno dopo l’altro e leggendo trovarono nuove occasioni per discussioni anche violente, ma almeno ora sapevano per che cosa litigavano.

Papa che vai rabbino che trovi: Riccardo di Segni sta a Benedetto XVI come Elio Toaff stava a Giovanni Paolo II.

Esco di casa e vado in via Cavour per prendere il bus 84 e vedo un’oca tutta bianca a tre passi dal marciapiede, ferma, che gira la testa a scatto di qua e di là ma dopo una sosta in ciascuna delle due direzioni. Le automobili rallentano e si scostano. Tutti la guardano e lei guarda tutti, un momento quelli di destra e un momento quelli di sinistra. Come restituisse la guardata. Ho un appuntamento e me ne vado con il mio autobus. Non saprò che cosa ci faceva quell’oca alle otto di mattina all’incrocio tra la via di Santa Maria Maggiore e la via Cavour.

Tornando dalla Francia (vedi post precedente) i 70 colleghi del “volo papale” mi hanno festeggiato perché era il mio 95° e ultimo viaggio con il papa: a dicembre compio 65 anni che al Corriere della Sera è un termine fisso per il pensionamento. Sono contento di andare in pensione: ho cinque figli e già due nipoti, ho questo blog e ho vari impegni con gli editori che già hanno pubblicato miei volumi. Ho sempre detto che uno dovrebbe uscire dal lavoro dipendente con la stessa proiezione in avanti con cui vi entra e spero di mantenere la parola. Terminato l’ottimo dejeuner froid servito dall’Air France, si alza il collega statunitense John Michael Thavis (Cns), batte le mani e dice: “Questo è l’ultimo viaggio di Accattoli, io non ci credo che non l’avremo più con noi, comunque lo vedremo a Roma perché continuerà a occuparsi in qualche modo di informazione vaticana”. Ha detto che io sono una persona simpatica e ha passato la parola a Marco Politi (Repubblica) che mi ha rivolto altre simpatie e infine al padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, che ha detto di conoscermi da 35 anni e che è contento di ciò e dunque alzava il bicchiere per un brindisi. Ho ringraziato felice delle parole ascoltate ma le vere sorprese sono arrivate dopo: le firme di tutti i 70 sui menu del dejeuner, accompagnate da motti fraterni e il saluto del papa. Lo puoi leggere nel primo commento a questo post.

Il segno della Croce è in qualche modo la sintesi della nostra fede, perché ci dice quanto Dio ci ha amati; ci dice che, nel mondo, c’è un amore più forte della morte, più forte delle nostre debolezze e dei nostri peccati. La potenza dell’amore è più forte del male che ci minaccia“: parole dell’omelia letta ieri mattina dal papa durante la messa nella “Prairie” di Lourdes. Le riporto per quell’antologia che da tempo vado raccogliendo in questo blog, dedicata alla forza di parola di papa Benedetto (vedi post del 13 settembre e il rimando al ad post che in esso è contenuto). “Nel mondo c’è un amore più forte della morte” suona come il preannuncio della grande notizia cristiana, da comunicare all’umanità sgomenta. Ma prima ogni cristiano dovrà dirla a se stesso fino a che non avrà trovato il giusto tono di voce per dirla agli altri. – Con questo post chiudo i miei lanci dal viaggio in Francia: già da tre ore sono rientrato a Roma con l’aereo del papa, un A321 dell’Air France. Durante il volo sono stato festeggiato dai colleghi perchè questo era il mio ultimo “viaggio papale” fuori d’Italia – ne ho fatti 95 – essendo previsto per la fine dell’anno il mio pensionamento, compiendo io 65 anni. Racconterò domani la festa che mi hanno fatto i 70 giornalisti e il saluto che ho avuto dal papa. Lo preannuncio a mo’ di traino, come fanno i telegiornali con i programmi di prima serata: anche i blog hanno i loro riti.

Finito di scrivere per il Corsera sono tornato alle dieci di sera al santuario per la provvista d’acqua. Ho comprato in un negozio tre piccole taniche di plastica con l’immagine della Vergine su un fianco, capaci di un mezzo litro ciascuna. Le ho pagate tre euro. Con esse sono andato alle “fontane” – cioè alle cannelle che si trovano sul fianco del santuario, nella zona tra la rampa che sale alla basilica superiore e la Grotta. Sono una trentina. Sul muro che le sovrasta c’è scritto: “Lava il tuo viso, bevi quest’acqua e prega Dio che purifichi il tuo cuore”. Le persone qui si lavano, bevono e riempiono taniche e bottiglie. Ho fatto la coda e ho riempito le mie tanichette: una per la suocera che si chiama Rita, una per Anita mia sorella, una per la cognata Anna. L’acqua nel mio parentado è affare di donne. Tornando all’Hotel Gallia cammino accanto a donnette che trasportano taniche da cinque e dieci litri, curve da un lato come il giorno che l’acquedotto è in panne e vanno a rifornirsi alla fontana. Trovo un gruppo di donne africane, vestite a grandi colori, che portano le taniche sulla testa in bell’equilibrio. Le saluto, mostro le mie tanichette e ridiamo della nostra semplicità.

In questo santuario di Lourdes, verso il quale i cristiani del mondo intero rivolgono lo sguardo da quando la Vergine Maria vi ha fatto brillare la speranza e l’amore, dando ai malati, ai poveri e ai piccoli il primo posto, siamo invitati a scoprire la semplicità della nostra vocazione: in realtà, basta amare”: così ha parlato Benedetto stasera a conclusione della processione “aux flambeaux”. Altre volte (vedi post del 21 novembre 2007) avevo segnalato la forza con cui papa Ratzinger addita la sostanza del cristianesimo, anzi il cuore dell’umano. Un’altra espressione breve e magistrale ha avuto stasera: “Vivere l’amore cristiano è far entrare la luce di Dio nel mondo e, insieme, indicarne la vera sorgente”. Dedico ai visitatori queste parole forti mentre li assicuro di averli tutti con me qui a Lourdes, dando ai malati il primo posto.

«Per sua stessa natura la Chiesa cattolica si sente impegnata a rispettare l’Alleanza conclusa dal Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe. Essa pure infatti si situa nell’Allenza eterna dell’Onnipotente, i cui disegni sono senza pentimento, e rispetta i figli della Promessa, i figli dell’Alleanza, come suoi amati fratelli nella fede. Essa ripete con forza attraverso la mia voce, le parole del grande Papa Pio XI, mio venerato predecessore: Spiritualmente, noi siamo semiti. Il teologo Henri de Lubac, in un’ora ‘di tenebre’, come diceva Pio XII, comprese che essere antisemiti significava anche essere anticristiani. Una volta ancora sento il dovere di rendere un commosso omaggio a coloro che sono morti ingiustamente e a coloro che si sono adoperati perchè i nomi delle vittime restassero presenti nel ricordo. Dio non dimentica». Così ha parlato questo pomeriggio Benedetto a una delegazione della comunità ebraica di Parigi, ricevuta in Nunziatura. Dedico queste parole del papa ai miei visitatori invitandoli a non litigare su di esse, ma a fare festa a esse.

Achille, mio fratello più grande, sei partito prima che io potessi rispondere alla tua ultima lettera. Non ho fatto in tempo non perché mi fosse appena arrivata ma perché era la più severa che mi avessi mandato e non avevo ancora trovato le parole. Come sempre apprezzavi il mio modo di fare informazione ma stavolta non ti limitavi a qualche consiglio: mi dicevi che era necessario “maggiore coraggio”, che non bastava più raccontare onestamente e aiutare a capire, ma c’era da esercitare una responsabilità laicale e dovevano farlo quelli che erano dotati di parola. Ripetevi per il contesto attuale quello che vent’anni addietro avevi obiettato al modo in cui era recepito in Italia il pontificato wojtyliano: dicevi cioè che si correva – e si corre – il rischio di avere “un grande papa in un grande vuoto”. Già in altra occasione ti avevo detto che il cristiano comune può rivendicare quella responsabilità alla quale richiamavi solo in ragione dell’autorità personale acquisita. Ricordo che tu mi avevi risposto: “Hai ragione, ma viene il momento in cui bisogna buttarsi”. Essendoti tu ora allontanato con tanta decisione, non mi è possibile obiettare oltre e ti dico che è vero, bisogna buttarsi e io mi sto esercitando a farlo. Anche con questo blog.