Piazza Barberini. Il dissociato colorato che da vent’anni fa teatro intorno alla fontana del Tritone gracchia ai passanti e fa “cippirimerlo” agli automobilisti, esuberante come sempre. Salta per entrare nelle foto dei turisti. Ma un cagnetto al guinzaglio non si turba ai suoi scatti e neanche lo guarda. Ora è lui a stupirsi. Lo segue per tutta la piazza deciso a strappargli almeno un “bau”. Allarga le braccia e le slancia gridando, che è il suo segreto per spaventarsi in due. Scuote infine la testa come a dire che non ci sono più i cani di una volta.
Autore: <span>Luigi Accattoli</span>
Narra il primo Libro dei Re al capitolo 19 che Elia, uscito dalla caverna dell’Oreb per mettersi alla presenza del Signore, udì un vento impetuoso, un terremoto e un fuoco avvampante “ma il Signore non era” in essi. Per quarto udì “il mormorio di un vento leggero” (traduzione Cei 1974) e questo fu il segno del “passaggio” di colui che attendeva. Al posto del vento la nuova traduzione Cei ha “il sussurro di una brezza leggera”. Ravasi propone “una voce di sottile silenzio”. Domenica durante la diretta di Rai 1 dalla Basilica di San Paolo per la celebrazione di apertura del Sinodo, il vescovo Carlo Ghidelli, biblista, ha citato quel brano secondo la traduzione di Ravasi e ha commentato che se il Signore ci parla con “voce di silenzio” ben si capisce la “fatica tremenda” che dobbiamo fare “per udirlo”. Grazie don Carlo per averlo detto, mentre tanti assicurano che è solo a motivo della nostra distrazione che non lo sentiamo. Già ho segnalato in tre occasioni (21 novembre 2006, 18 aprile e 3 settembre 2007) parole di papa Ratzinger sui “deboli segnali” che ci vengono da Dio e sul suo “silenzioso parlarci”. Chiedo ai cristiani che spronano se stessi a parlare “alto e forte” in nome di Dio a cospetto del mondo: se il Signore ci parla con voce di silenzio, come possiamo rilanciarla alta e forte? Non ne uscirà deformata? O non succederà che la loro voce coprirà la sua?
Ragazzo fotografa ragazza davanti al Pantheon. Hanno trovato l’angolo giusto verso Sant’Eustachio, ma lei grida “un momento” e corre a raccogliere un bicchiere di plastica e un foglio di giornale abbandonati a terra: che almeno la foto sia senza cartacce.
“Possiamo chiederci: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale?”: così ha parlato ieri il papa per il 40° dell’Humanae vitae e gli sono grato di aver ricordato quelli che “trovano difficoltà”, perché io sono tra loro. Avevo 24 anni quando fu pubblicata l’enciclica e oggi ne ho 64 e nel frattempo ho avuto cinque figli e tante occasioni per meditare quel messaggio e sempre ho concluso che non ne ero all’altezza: apertura alla vita certo, nell’insieme di un’avventura sponsale ma non ancora in ogni singolo abbraccio. Mai però l’ho contestato, quell’insegnamento, interpretandolo come un ideale che mi veniva proposto, non come un precetto che mi veniva imposto. Sono felice che ieri Benedetto abbia risposto alla domanda sulla “difficoltà” trattando del “cammino di maturazione” che è necessario “quando è in gioco l’amore”, cammino arduo a guidare il quale “neppure la ragione basta: bisogna che sia il cuore a vedere”. Credo che un passo si possa compiere oggi verso il superamento della disputa sull’enciclica sessantottina: che il magistero proponga la radicale apertura alla vita esplicitamente come ideale per il quale la ragione non basta e non come una precettistica tassativa – e che coloro che hanno difficoltà intendano la dimensione ideale di quell’insegnamento e provino, per quanto possono, a conformarvi l’esistenza.
“Non siete degni, no, di essere chiamati uomini e donne ma maschi e femmine! Sì maschi e femmine, ecco che cosa siete, vergogna!”: la pazzerella del bus 84 guarda dal finestrino quelli di fuori e così li vitupera, ad alta voce e con gran movimento della testa come se fossero duri a convincersi. Ho con me la Bibbia e controllo al primo capitolo della Genesi: “Maschio e femmina li creò”. Non so come dirle che anche la nuova traduzione la mette così.
“L’amore per i poveri è liturgia”: l’ha appena detto Benedetto all’udienza generale, aggiungendo questa frase improvvisata al testo che stava leggendo e con il quale commentava quanto scrive Paolo ai Corinti a proposito della colletta per i poveri di Gerusalemme realizzata dalle comunità “paoline”: che cioè essa costituiva “un servizio sacro” nei confronti dei “fratelli” che si trovavano nel bisogno (2 Corinti 9, 12). Bravo papa!
Io vedo che nella giusta battaglia contro l’eutanasia oggi si corre il rischio di affermare troppo dimenticando che la nostra cultura ha sempre riconosciuto il diritto di ognuno al rifiuto dell’ospedalizzazione o di una particolare cura. Quel diritto che è garantito dalla nostra Costituzione – articolo 32: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario” – è stato esercitato anche in tempi recenti da grandi figure del mondo cristiano: segnalo il patriarca Athenagoras che non vuole essere portato a Vienna per le giuste cure, il cardinale Benelli che rifiuta il ricovero in ospedale e Aurelia Origlia (terziaria domenicana torinese morta nel 1993 per la quale è in corso il processo di canonizzazione) che colpita da tumore sceglie di curarsi con la medicina omeopatica. Il cardinale Giovanni Benelli arcivescovo di Firenze muore il 26 ottobre 1982, a una settimana da un grave infarto dopo il quale impone ai collaboratori e ai medici il silenzio sulle proprie condizioni di salute, rifiuta il ricovero in ospedale e si fa promettere che lo lasceranno morire in casa. La stessa scelta era stata compiuta dieci anni prima da Athenagoras (1886-1972), patriarca di Costantinopoli: a 86 anni cade dalle scale e si rompe il femore, rifiuta di andare a curarsi lontano, chiede di essere lasciato solo nella stanzetta del piccolo ospedale dove l’hanno portato e solo muore nella notte tra il 6 e il 7 luglio del 1972. Invito i visitatori del blog che conoscono storie simili a segnalarle: conviene riflettere – in mezzo al dibattito sul fine vita (vedi post precedente) – su come in passato si affrontava la morte, con libertà di scelta sull’alimentazione, le cure e i ricoveri, quando le posizioni non erano irrigidite dalla disputa sull’eutanasia.
Caro Beppino, ti scrivo da padre a padre per darti un suggerimento e per dirti la mia solidarietà nella pena grande che ti trovi a vivere. Leggo che sabato, al Festival della salute di Viareggio, ti sei appellato a papa Wojtyla e al fatto che avrebbe rifiutato la tracheotomia, l’alimentazione e la ventilazione assistite. Da giornalista che segue il papa posso assicurarti che questi rifiuti non ci furono: Giovanni Paolo fu tracheotomizzato, ebbe inserito a più riprese e infine in permanenza il sondino nasogastrico e anche fu aiutato per la respirazione. Ma c’è un suo rifiuto che puoi far valere ed è quello di un estremo ricovero, che gli fu proposto al momento della crisi decisiva, tre giorni prima della morte, quando chiese “se mi portate al Gemelli avete modo di guarirmi?” e saggiamente scelse di morire “nella sua casa”. E’ a questa decisione che potresti fare riferimento – per quello che vale – nella ricerca di una via di uscita alla tua sofferenza. Io sono cristiano e accetto la sostanza dell’insegnamento della Chiesa cattolica in questa materia, ma sono anche convinto che la volontà del malato debba avere un ruolo centrale. Ti dico anche che io vorrei dagli uomini di Chiesa – come anche dai politici e da ogni personaggio della vita pubblica – una maggiore discrezione e un più chiaro rispetto nei confronti tuoi e di Eluana, come già l’avevo desiderato nei confronti di Piergiorgio Welby e di sua moglie Mina. Apprezzo il modo in cui discrezione e rispetto sono stati attestati dal cardinale Tettamanzi nella “lettera” pubblicata da “Avvenire” il 12 luglio e vorrei che quel modo fosse tenuto da tutti: del resto egli è il vescovo della comunità dove la vicenda è vissuta e patita. Io credo che i vescovi Fisichella e Sgreccia e i cardinali Ruini e Bagnasco esprimano la stessa posizione indicata allora da Tettamanzi, ma vorrei che lo facessero con la stessa delicatezza. Ti abbraccio. Luigi
Il cane puntava il piccione che quattro passi più in là beveva da una fontanella. Tendeva il collo, una zampa levata, pronto a scattare. Bevuto e ribevuto il piccione volò via e il cane se ne andò dondoloni alla bevuta. Ho visto la scena nella piazza di Montepulciano, davanti a Palazzo Poliziano. Mi dice che a volte fa il viso dell’armi chi ha fretta di bere.
Ho conosciuto Mariano Crociata, il nuovo segretario della Cei, quand’era vicario generale a Mazara del Vallo e lo ricordo fine nel tratto, colto, curioso della vita. Un uomo di Chiesa per nulla arroccato in difesa, desideroso di novità arricchenti – in quella situazione di oggettiva povertà – ma scrupoloso nel loro vaglio. Mi aveva chiamato a parlare su “L’ascolto di Dio attraverso la storia” a un incontro delle “organizzazioni laicali” nel maggio 2006. Conservo nel computer i messaggi con cui concordammo l’argomento e ricordo la conversazione a cena in casa di una coppia mista ebraico-cristiana, la visita al “Museo del Satiro”, la conversazione in automobile sulla “Deus Caritas est” mentre mi riaccompagnava all’aeroporto. Stava scrivendo qualcosa sull’enciclica ed era interessato ad approfondire un mio accenno alle premesse che se ne potevano rintracciare nelle opere del teologo Ratzinger, per esempio in Introduzione al cristianesimo dove l’amore è detto “unico principio trascendentale” della nostra fede. Mi chiese poi per e-mail le referenze testuali. Al museo io ero incantato dal guizzo del satiro (una scultura greca del IV secolo ripescata dal mare nel 1998) ed egli ebbe a dirmi – con allusione al tema della conversazione che avevo tenuto: “Ci sono sorprese che vengono dal futuro ma anche sorprese che ci raggiungono dal passato”. Mi piace che il cardinale Bagnasco abbia chiamato alla Cei un uomo nuovo.
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