Come immaginavano l’elefante i pittori del Medioevo che non l’avevano mai visto? Un elefante di fantasia – somigliante a un cavallo con una gran tromba per proboscide – l’avevo trovato all’inizio di agosto nel chiostro della cattedrale di Bressanone e ne ho visto oggi un altro nella cripta della Basilica di San Colombano a Bobbio, che ha meno proboscide e pare piuttosto un formichiere gigante: perché sono passato dalla Romea alla Francigena (vedi post del 14 agosto) con un lungo trasferimento autostradale e l’abbazia di Bobbio, nella valle della Trebbia, è la prima tappa di questo secondo tempo della mia vacanza. Il mosaico illustra la storia dei Maccabei e mette in scena anche l’episodio di Eleazar che affronta il re nemico: “Egli s’introdusse sotto l’elefante, lo infilò con la spada e lo uccise; quello cadde sopra di lui ed Eleazar morì” (1 Maccabei 6, 43-46). Il mosaicista fa del suo meglio ma non dà all’elefante le giuste orecchie e le zanne e la quattro zampe che riempiono lo spazio sotto la groppa. Eppure per questa valle mille anni prima era passato Annibale con i suoi elefanti da combattimento: ma di questo parleremo domani. Al momento mi perdo a sognare che cosa immaginasse il cantore della Canzone d’Orlando quando metteva in bocca al paladino l’Olifante e mi seduce la fantasia di Tolkien che nel Signore degli Anelli descrive un mostro che chiama Olifante, simile ma non uguale all’elefante, segnalandolo con le emozioni che provoca in stirpi che il vero elefante mai l’avevano conosciuto. C’è questo fatto da accettare: l’umanità da sempre sogna l’elefante come sogna il drago. Il sogno dell’elefante era ed è alimentato da periodiche apparizioni di veri elefanti, mentre quello del drago si alimentava da solo.
Autore: <span>Luigi Accattoli</span>
Seguendo i consigli di Baltassar e Roberto 55 abbiamo vagato in libertà per i sestieri di Castello e Cannaregio, Santa Croce e San Polo. Ci siamo goduti Venezia senza romperci la testa nei musei, restando per un giorno intero all’aria aperta. Chiedevamo ai veneziani che significassero le parole “fondamenta” e “salizada”. Abbiamo così scoperto che San Stae sta per Sant’Eustachio e che a Venezia si venerano più che altrove i santi dell’Antico Testamento: ci sono chiese intitolate a San Geremia, San Giobe, San Moisè, San Samuele, San Simeon Profeta, San Zaccaria. Abbiamo visto che la chiesa di San Simeon Piccolo è più vasta di San Simeon Grande. Siamo passati per il sottoportego della siora Bettina e per la Calle del Cristo, ma anche per quella dei Cristi. Attraverso le fondamenta della Stua siamo sboccati nella calle delle Carampane e abbiamo attraversato il ponte delle Tette. Abbiamo preso un gelato e fatto foto nel Campo dei santi Zanipolo (Giovanni e Paolo) e poi dalle Fondamenta Nuove con il vaporetto 51 siamo andati al Lido, ma non c’è piaciuto: “Qui ci sono le automobili e non ci sono i canali” ha detto la figlia sollecitandoci a tornare indietro. Siamo passati almeno quattro volte sotto l’avveniristico ponte di vetro dell’architetto Santiago Calatrava, il quarto sul Canal Grande, che sarà inaugurato a metà settembre. Col DM – Diretto Murano – abbiamo raggiunto Murano, l’abbiamo goduta quanto Venezia, abbiamo abbracciato stretta la Vergine orante dell’abside della chiesa dei Santi Maria e Donato, dritta e sola e a mani aperte nel catino d’oro. Da Murano siamo tornati con il vaporetto 41 che ha rallentato ma non si è fermato davanti all’isola di San Michele, che è quella del cimitero: nessuno doveva scendere e nessuno doveva salire.
Divieto di fare bivacco per calli e campielli, divieto di questuare e del commercio ambulante: sono tre provvedimenti del Comune di Venezia che conosco a orecchio, più per il dibattito da cui sono stati accompagnati che per il loro contenuto. Arrivando mi chiedevo che ne fosse in realtà della povera Venezia, dietro la propaganda e le polemiche: ripartendo la mia impressione è che un qualche miglioramento vi sia stato. Non coi bivacchi: ho visto famigliole e comitive magiare dappertutto, come sempre in passato. Mi è parso invece che ci fossero meno mani tese per la strada e meno venditori di ogni cosa. Ho chiesto al ristorante, in albergo e a un amico veneziano che vive a Venezia – Giovanni Benzoni, che fu presidente della Fuci quand’io ero fucino – e la conclusione è stata convergente: le ordinanze del sindaco Cacciari non hanno fatto miracoli, ma un miglioramento minimo e momentaneo vi è stato. Un poco più di vigilanza, un poco meno di disturbo agli abitanti e ai turisti. Meno persone inginocchiate a chiedere l’elemosina, meno venditori di borse sui ponti e i marciapiedi. Difficile immaginare che il miglioramento si stabilizzi, ma potrebbe essere. E siccome a Roma abbiamo gli stessi problemi, ingigantiti dalla dimensione, mi auguro che da Venezia ci venga un buon auspicio se non un qualche insegnamento.
Emozione dell’arrivo a Venezia in automobile: dal delta del Po, per la Strada Romea, abbiamo raggiunto Venezia con la nostra Croma che abbiamo parcheggiato a Piazzale Roma. Tre giorni di parcheggio, 72 euro. Abbiamo poi acquistato un biglietto Actv per tre giorni a 32 euro a testa e così potremo prendere tutti i vaporetti e le motonavi che vogliamo. Mentre uscivamo dal parcheggio abbiamo incontrato il sindaco Cacciari che entrava in esso ed eccoci nella città che tanto è cara alla nostra figlia più giovane, che già vi era stata tre volte: è una bellezza vedere come si appassiona nel guidarci da un sestier all’altro, seguendo sulla mappa le calli e i campielli. Qui racconterò di Venezia solo qualche particolare minimo, come si addice ad argomenti troppo grandi. Per esempio quel capitello del XIV secolo dedicato alla frutta, appartenente a una vecchia sistemazione del Palazzo Ducale, che abbiamo trovato esposto insieme a una cinquantina d’altri nelle prime sale dopo l’ingresso dal Bacino di San Marco. Si compone di sei cesti di frutta con sopra i nomi: fici, sereses, uva, cocumberes, melones, piri. Mi sono piaciuti soprattutto i “fici” che prediligo e non ho potuto resistere, più tardi, alla tentazione di acquistare un chilo di fichi verdi e neri a 3 euro al Campo San Leonardo. E dunque non è vero che a Venezia costa tutto troppo: devi scegliere il luogo dell’acquisto.
Finalmente ho visto il delta del Po. L’attendevo da sempre, ma passando di qua c’era sempre una qualche fretta. Stavolta ho preso il giusto tempo per potermi inoltrare tra il Po di Goro e il Po di Venezia – straordinaria la veduta del punto in cui si separano – e ho persino scavalcato un ramo denominato “Il Po di Gnocca”. Perchè il mio personalissimo elenco dei toponimi più strani oggi si è arricchito di Gnocca e Gnocchetta: due con un colpo solo! Ho un collega – Renzo Giacomelli – che ha la mia età e che è nato da queste parti: mi ha raccontato dell’inondazione del Polesine, quand’era bambino e della notte che passò sul tetto, con tutta la famiglia, in attesa che una barca li portasse in salvo quando si fece giorno. Ho compiuto i miei giri per il delta cercando di guardare l’orizzonte con i suoi occhi e la sua memoria. Con essi sono salito a tre riprese sugli argini e le dieci e venti volte mi sono domandato: ma è più alto il livello del fiume che è alla mia sinistra, o quello del suolo che è alla mia destra? Mi sono spinto fino alle bocche del Po di Goro per ripetermi la stessa domanda riferita al mare: se ci fosse una falla in quest’argine, sul quale sto passando in auto, il mare si rovescerebbe sulla terra come il Mar Rosso dopo il passaggio del popolo eletto? Incredibile avventura dell’uomo e della natura che possiamo rivivere a occhio nudo arrivando pellegrini in questo avamposto di ogni realtà: cielo luminoso, acqua dappertutto, terra verdissima, aironi e albatri, umanità che guarda dal basso in alto al fiume e al mare.
L’abbazia di Pomposa è una festa per gli occhi: le storie dell’Antico Testamento in alto, quelle del Nuovo al centro e l’Apocalisse sotto, tutto così bene squadernato, colorito, amabile e leggibile in ogni particolare. L’incanto della donna incinta appostata dal dragone dalle tante teste che abbiamo letto il giorno dell’Assunta. Il bianco vecchio della stessa Apocalisse (1, 14-16) dalla cui bocca “usciva una spada affilata a doppio taglio”. I covoni sparsi per il campo nel sogno di Giuseppe, la padella e il clistere sotto il letto della figlia del Sinagogo… e infine l’aureola scura di Giuda nell’Ultima Cena. Povero Giuda: è lì come tutti, non sta scappando come in altre raffigurazioni, anche se già morde il boccone, unico dei dodici ad averlo alla bocca come se abbia fretta. Mi colpisce che abbia l’aureola come gli altri, che l’abbia ancora, benchè meno lucente, diciamo grigio-scura.
Da Ravenna a Pomposa passando per le Valli di Comacchio e per la cittadina di Comacchio, che mi attirava con il caratteristico edificio detto Trepponti, adattissimo per le foto dei gitanti. Qui ho avuto la sorpresa della “nave romana” che non c’era al tempo del mio primo passaggio, nel 1977: fu infatti scoperta nel 1980 in un canale interrato dov’era naufragata nel primo secolo avanti Cristo ed è oggi offerta alla conoscenza dei visitatori in un esemplare museo didattico. Che tenerezza le infradito di cuoio per donna o per ragazzo del tutto simili a quelle che calzavano stamane mia moglie e mia figlia e quasi incredibili quelle borse di pelle, con nastrino e tracolla: la tracolla allargata nel punto in cui poggia sulla spalla esattamente come quella del mio portatile. Una nave di mercanti che trasportava in stiva piombo proveniente dalla Spagna, vino greco e olio della Puglia. Forse veniva da Ravenna, forse andava verso Aquileia: l’Unione europea avanti lettera!
Vado da Riccione a Ravenna senza passare per Rimini che in questa stagione è troppo chiassosa: e pensare che anche Rimini è tra le “città del silenzio” di D’Annunzio che vi andava ad “ascoltare / sol l’antico Pensier rombar nell’arche / come il Mar nelle conche del tuo mare”. Nelle arche del Tempio Malatestiano, ovviamente. Mi sarebbe piaciuto mostrare alla figlia più giovane – che al ginnasio sta facendo la storia romana – l’Arco di Augusto dove termina la via Flaminia e il ponte di Tiberio sul Marecchia da dove parte la via Emilia, con in mezzo il decumano che attraversa la città quadrata, come oggi i caselli autostradali di Rimini Sud e Rimini Nord raccordano la città al resto del mondo. Lasciando ad altra stagione l’impatto con la Rimini romana siamo passati subito a Ravenna e alla sua “glauca notte rutilante d’oro” (sempre D’Annunzio). Neanche Ravenna oggi è silenziosa – e non lo è da tempo, almeno dal tumultuoso sviluppo degli anni 1955-1970. Ma in essa è meglio recuperabile una qualche memoria dell’antica pace, almeno per chi sia disposto ad abitare per un poco nelle sue chiese che sono le più belle al mondo e perfettamente fruibili oggi come ieri per mettersi in Dio. Segnalo due immagini con le quali mi hanno aiutato a ciò per un momento: il Buon Pastore che è nella lunetta della controfacciata del Mausoleo di Galla Placidia, che sfiora con la mano il muso di una pecora che sta alla sua sinistra e un altro pastore in San Vitale, nella parete di sinistra del presbiterio, che compie lo stesso gesto verso una pecora che è alla sua destra. Ecco tutta Ravenna in due carezze. E io in quelle pecore.
Quattro buone ore di vedute e scoperte godute questo pomeriggio a Oltremare, il parco giochi di Riccione di nuova concezione che ti aiuta a gettare un’occhiata nel fondo dei mari, a intuire qualcosa sull’origine del pianeta Terra e a conoscere il comportamento di animali vicini e lontani. Un filmato tridimensionale sugli abissi oceanici – “Into the deep 3d” – ti incanta con lo spettacolo dei Maccarelli reali maculati, dei Pesci sarcastici dalla frangetta che strillano a squarciagola, del Pesce Garibaldi maschio che scaccia la femmina ghiotta delle uova che ha deposto, dell’aragosta che muta guscio e cresce di un centimetro e mezzo all’anno. Un altro spettacolo intitolato “Pianeta Terra” – anch’esso a tre dimensioni – ti spaventa e ti diverte con una simulazione coloratissima del Big bang e dei vulcani e dei terremoti da cui viene l’aiuola che ci fa tanto feroci, ma tutto considerato non ti fa sobbalzare più di un telegiornale. Puro divertimento sono invece lo “Spettacolo della fattoria” e quello del “Volo dei rapaci”. Il falco pellegrino che sale altissimo e scende a folgore in picchiata, il falco sacro che è maestro del volo radente, l’aquila delle steppe che proietta un’ombra larga tra la gente. E ragazze e ragazzi che li fanno volare e una incinta che corre qua e là con il guanto e il pancione, rossa in faccia e quanto lieta. Bravi tutti a Oltremare, tutti giovanissimi anche ai gelati e alla biglietteria, ai delfini e ai cavallucci marini – Hippocampus – e dove ti mostrano piante e animali del delta del Po.
Chissà quanti ci avranno già riso o pianto ma io l’ho scoperto ieri: andando da Urbino a Pesaro, per la statale 423 che scende nella valle del Foglia, si passa prima per Gallo e poi per Cappone. Che sono due graziose borgate.
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