Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

Leggo L’aratro, l’ipod e le stelle. Diario di viaggio di un laico cristiano di Paolo Giuntella (vedi post del 23 maggio) appena pubblicato dalle Paoline: sono tra i presentatori del libro, domani pomeriggio alla Stampa Estera. Mi fermo felice alla descrizione del Gesù “provocatore” delle beatitudini, della “scelta” della figura del samaritano per dire la “compassione” di Dio e dell’altra “scelta” di parlare della fonte della fede con una “samaritana non certo virtuosa” e comunque appartenente a quella “gentaglia impura ed eretica” quali erano i samaritani per gli ebrei, “come oggi noi consideriamo gli zingari”. Grazie Paolo, vai avanti che ti seguo.

Sul Corsera dell’altro ieri Armando Torno colloquia con Emanuele Severino che riconduce la propria ricerca a questa sentenza di Eraclito: “Sono attesi gli uomini, quando sian morti, da cose che essi non sperano nè suppongono“. Sentenza che commenta così: “Da cose che sono infinitamente ‘di più’ di ciò che essi desiderano, suppongono, sperano di ottenere. Infinitamente ‘di più’ di ciò verso cui vuole condurre la stessa speranza cristiana, e dunque ‘di più’ di ogni immortalità e di ogni ‘resurrezione della carne’ che a speranze di questo genere sono connesse. Siamo destinati a qualcosa che è infinitamente ‘di più’ di tutto quanto il più insaziabile dei desideri può volere”. So che Severino da tempo non si riconosce nel dogma cristiano ma io cristianamente gioisco delle sue parole.

Oggi pomeriggio sono tornato alla chiesa della “Santissima Trinità dei pellegrini” per partecipare alla celebrazione feriale (vedi post del 15 giugno) secondo il vecchio messale. Venti i presenti, compresi il parroco e il chierico che l’assisteva. Tre sole le donne: anche domenica erano molto più numerosi gli uomini, che vuol dire? Perchè alle messe del nuovo rito sono di più le donne e qui avviene il contrario? A differenza di domenica non veniva offerto alcun sussidio per seguire la celebrazione e ho visto che mi risulta difficile capire a orecchio le preghiere e le letture in latino nonostante l’abitudine ad ascoltare in questa lingua alcune parti delle celebrazioni papali. Ho afferrato bene solo il Vangelo e un paio di oremus che lo echeggiavano. Al grande silenzio che va dal Sanctus al Pater stavolta ero più preparato e pur senza avere sotto il testo reputo di essermi abbastanza sintonizzato con quanto diceva e faceva il celebrante. Il confiteor è stato ripetuto prima della comunione come già domenica. Non c’è stata omelia ma la celebrazione è stata condotta con esemplare lentezza ed è durata 40 minuti. Grato di ciò. Curiosità di un gesto: dopo il sanctus il chierico ha accesso una piccola candela poggiata con il suo supporto tra i candelieri già accesi, dalla parte dell’epistola, come la mascotte ai piedi dei cavalli. E l’ha spenta dopo la comunione. Non ricordo d’ver mai visto quella candela in antico.

“Pisè, io e te contro ogni regola sempre”: scritta in nero sul muraglione di un terrapieno lungo la via Cavour a Roma, poco dopo la Salita dei Borgia per chi vada verso i Fori Imperiali.

Sono stato a messa nella chiesa della “Trinità dei pellegrini” (a due passi da piazza Farnese) che da domenica otto giugno è sede della “parrocchia personale” per quanti “desiderano la messa e tutti i sacramenti secondo la forma antica del Rito romano”. Centocinquanta persone, più uomini che donne. Una decina le donne con il velo in testa. Buono il gregoriano del Coro del Collegio americano. La comunione inginocchiati alla balaustra. Rigorosi i gesti e il silenzio tra il prefazio e il Pater, scandito dai gesti e dal campanello che segnalava la consacrazione. “Nobis quoque peccatoribus” – Anche a noi peccatori – è l’una frase del canone che si è udita. Il Pater l’ha pronunciato il sacerdote da solo. Un cultore del vecchio Rito che ho trovato in chiesa, Giuseppe Pallanch, già portavoce del Gemelli, mi ha fatto osservare che c’era dell’eccesso in quel celebrante nel dire sottovoce le parole della consacrazione e nel pronunciare da solo il Pater. Ho ammirato la lentezza e anche la modestia dei mezzi. All’omelia il “parroco” ha invitato a farsi vivo chi volesse “donare un banco”, perché non ce ne sono abbastanza con inginocchiatoio. Ho trovato ottima l’omelia, senza alcuna inflessione antimoderna. “Con questo rito l’altare prende un ruolo principale” ha spiegato, ma senza dire che nell’altro vi sia di meno. Sono contento di questa giusta misura e ci tornerò per intendere alcuni gesti che non ricordavo e per reimparare l’immersione in quel lungo silenzio di tutti che avevo dimenticato.

Oggi sono felice perchè si sposa Agnese, la seconda dei miei figli (vedi post del 12 giugno 2007)

A mio padre che stava morendo, in un momento che mi pareva più difficile di altri, ho chiesto: che posso fare? Mi ha risposto: guarda e impara”: parla così Beatrice Toboga, una dei due malati terminali (l’altro è Gianni Grassi) intervistati da Francesca Catarci nel documentario “Intorno alle cose ultime”, che sarà trasmesso da Raitre il 12 giugno – cioè domani sera – alle 23,45.

“Accogliamo, accogliamo, ma cùccateli tu, popolo stronzo! Così vescovi, arcivescovi, prefetti, questori, onorevoli, intellettuali, alto borghesi, tutte merde al sicuro in blindati palazzi con la ‘volante’ sul portone pagata dai contribuenti. Avesani Vittorio, Verona”. E’ una lettera che mi è arrivata ieri, senza indirizzo del mittente e dunque gli rispondo qui: come vedete, miei bloggers, ci si divaga anche nella realtà, non solo on line. Avevo appena letto questa lettera sull’autobus 71 quand’è salita una che ha gridato “Autista guida bene” e a un’altra che saliva alla fermata seguente: “Non ti sedere qui, vecchia lesbica, pecorara”. Poi di nuovo all’autista: “Operaio, fammi scendere”.

L’incontro occasionale con un amico valdese ha risvegliato in me i sentimenti di una contesa che si è svolta in questo blog sul modo di rapportarci ai cristiani non cattolici (vedi molti dei 331 commenti al post del 26 maggio). Ci torno per chiarire quanto nella contesa io temo non sia risultato evidente e mi preme che lo sia. Il primo punto è che c’è molto di veramente cristiano e ci sono molti veri cristiani anche fuori della Chiesa cattolica. A quei veri cristiani noi dobbiamo ogni rispetto e anche gratitudine per il fatto che mettono alla prova la nostra fedeltà al Vangelo e in tale gara ci sono di aiuto e quasi necessari. Per il fatto che noi riteniamo realizzata (subsistit) nella Chiesa cattolica la Chiesa di Cristo non siamo in alcun modo tenuti a negare ad altri d’essere cristiani o a contestare alle loro comunità un carattere ecclesiale. Nell’attesa dell’unità – che trova fondamento nel fatto che abbiamo in comune il centro contenutistico della fede, quale si esprime nella Scrittura, nel Credo e nel battesimo – dobbiamo gareggiare nello stimarci a vicenda e in ogni possibile collaborazione, realizzando un’accettazione vicendevole sempre più piena, nella convinzione che riceviamo l’uno dall’altro, viviamo l’uno per l’altro, siamo cristiani l’uno insieme con l’altro. In questo modo renderemo feconda la separazione che abbiamo ereditato e impareremo che possiamo essere uniti anche nella divisione, esercitandoci a portare la spina dell’alterità e al tempo stesso a cambiare la divisione in una preghiera reciproca e comune. Questo è il mio ecumenismo di cristiano comune.

Tra le parole audaci che il papa ha scritto nel messaggio alla Fao per chiedere ai paesi ricchi di autotassarsi per aiutare quelli della fame (messaggio letto il 3 giugno dal cardinale Bertone ad apertura del summit sull’alimentazione), la più forte è una sentenza del “Decreto di Graziano” (378-379 dopo Cristo) che ha presentato così: “La Chiesa cattolica desidera unirsi al vostro sforzo! In spirito di collaborazione, essa trae dalla saggezza antica, inspirata al Vangelo, un appello fermo ed accorato, che rimane di grande attualità per quanti partecipano al vertice: ‘Dà da mangiare a colui che è moribondo per la fame, perché, se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso’ (Decretum Gratiani, c. 21, d. LXXXVI)”. Già in un commento a un post del 7 gennaio avevamo ascoltato un simile monito di papa Gregorio Magno, che sentendo di un morto per fame a Roma “se ne fece una colpa personale come se lo avesse ucciso con le sue mani” (Giovanni Diacono, Gregori Magni vita 2, 29). Dunque Gregorio faceva suo il monito dell’imperatore Graziano, ora ripreso dal dotto Benedetto. Che dice il creativo Tremonti di quel dovere nell’attuale congiuntura (vedi post del 30 aprile)? Che possiamo fare per smuovere – su questo – i nostri governanti?