“Non si vuole rispettare la ragione profonda per la quale io mi sono convertito. Nel momento in cui affermo che l’islam è fisiologicamente violento, fornisco la ragione profonda per la quale mi sono convertito. Se io fossi stato convinto dell’esistenza di un islam moderato, non lo avrei fatto, non ci sarebbe stata ragione“: così parla Magdi Cristiano Allam in un’intervista del 3 aprile al settimanale “Tempi”. Più avanti, nella stessa intervista, riafferma il concetto in forma di domanda retorica: “Ma mi sarei convertito se avessi avuto un solo dubbio serio sul fatto che tra islam e valori che ritengo inviolabili (la vita, la libertà, la verità) non ci sia qualcosa di fisiologicamente incompatibile?” Sono sorpreso di queste parole e scrivo una lettera aperta a Magdi Cristiano per chiedergli un chiarimento. Credo di aver letto tutto quanto il collega ha detto e scritto sulla conversione e ho difeso le sue affermazioni, esprimendo esultanza per l’evento: vedi post del 23 e del 28 marzo. Ma le parole che ho riportato sopra non le condivido, o forse non le capisco. Allora, mio caro Magdi Cristiano, la “ragione profonda” della tua conversione al cristianesimo sarebbe il tuo giudizio sull’islam? Pare che tu dica questo e infatti aggiungi con procedimento rovesciato che se avessi potuto convincerti dell’esistenza di un islam moderato non ti saresti fatto cristiano: “non ci sarebbe stata ragione”. Se dunque interpreto bene non ti sei convertito per l’attrazione della figura di Cristo e per la promessa della resurrezione che la caratterizza ma per insoddisfazione dell’islam. E’ così? Debbo concludere che hanno ragione quelli che ti accusano di aver compiuto un passaggio al cristianesimo non per motivazioni di fede ma per rafforzare con un nuovo argomento la tua battaglia politica? Non voglio questa conclusione, preferisco pensare che ti sia espresso male o che male ti abbia interpretato l’intervistatore. La vera conversione al cristianesimo dovrebbe dipendere dalla scommessa sulla figura di Gesù, non dal giudizio su altre religioni. Dimmi che così è stato anche per te. In attesa della risposta rinnovo l’abbraccio che ti avevo mandato alla notizia del battesimo. Luigi Accattoli
Autore: <span>Luigi Accattoli</span>
Al market osservo due ragazze che amoreggiano in fila alla cassa, una piena di ferri alle labbra e alle orecchie che fa all’altra: “Quando prendo il primo stipendio voglio farmi una mangiata di pesce”. Persona che è con me dice: “Ma dove siamo arrivati?” Io invece trovo le due graziose, anche quella con i ferri e sono stupito dal conformismo degli umani avendo anch’io festeggiato il primo stipendio – il secolo scorso – con una mangiata di pesce. La continuità mi sorprende più delle trasgressioni. Osservo molto i comportamenti di una barbona tedesca, pulitissima, che siede da anni sui suoi cartoni a lato della facciata di Santa Maria Maggiore e parla da sola ma non ho mai conosciuto qualcuno che rifiuti di vestire panni, o di usare la parola per comunicare. Nella vertigine dell’umano nulla è scontato.
“Un uomo morto non stupra”: leggo questa scritta su un muro di via Cavour a Roma. Penso che sia uno slogan dei soliti sostenitori della pena di morte anche perché è scritto con spray nero ma poi ne trovo un altro tracciato con spray verde, indago e mi dicono che era un motto dei collettivi femministi all’ultima manifestazione contro la violenza alle donne. Mi ostino a capire ogni segno ma qualche volta mi dispiace d’aver capito.
“Ci siamo conosciuti da giovani e grazie a Dio ci conosciamo ancora da vecchi” dice un uomo affacciato al finestrino del treno, rivolto alla coetanea che l’ha accompagnato alla stazione di Pescara centrale. Lei tiene d’occhio il semaforo che è ancora rosso e risponde con noncuranza: “Salutami Torre de’ Passeri quando sarai da quelle parti”. Lui completa il rendimento di grazie: “Sono quarantue anni! Tutta un’estate avanti e indietro da Tocco di Casauria a Sulmona con la tua Cinquecento”.
Singolarità di una successione pontificale: al posto del missionario del mondo viene chiamato il cardinale teologo che per 23 anni l’aveva aiutato a cercare le parole per la missione. Forse in quella ricerca l’aveva anche trattenuto da qualche eccesso di zelo e ora quel dialogo su ogni questione si prolunga a parti rovesciate: dove una volta il cardinale teologo invitava alla prudenza, oggi il papa teologo avverte la spinta del papa apostolo. Che quel dialogo si prolunghi per molti anni in modo che la grande anima di papa Wojtyla possa restituire con misura traboccante quanto aveva ricevuto dall’amico fidato, come ebbe a chiamarlo.
Vado a Termoli per una conferenza a 25 anni dalla visita di Giovanni Paolo alla quale pure ero presente. C’è un trenino nuovo fiammante che mi porta in tre ore da Roma a Campobasso e arriva puntuale. Un altro trenino vecchio tipo mi porta con altre due ore a Termoli. Dopo Isernia i luoghi sono nuovi per me e mi incanto al suono dei nomi: Carpione, Vinchiaturo, Bonefro, Casacalenda, Guardialfiera, Ururi. Alberelli fioriti e neve tra l’uno e l’altro di questi nomi. C’è chi lamenta la lunghezza del viaggio che io vorrei non finisse.
Per la prima volta sono salito sul terrazzo e sull’altana del Palazzo Bonaparte dov’è ora la radazione romana del Corsera (vedi post del 25 marzo) e mi sono preso un’ora di felicità: prometto ai visitatori di accompagnarli sul tetto, se un giorno vengono a trovarmi. Mi giravo intorno e avevo tutta Roma negli occhi. Il Colosseo e la Basilica di Massenzio caldi e corposi nella luce di metà pomeriggio e Santa Francesca Romana serena tra le rovine dei Fori. La cupola dei Santi Giovanni e Paolo e dietro il campanile della Navicella. L’invadente Vittoriano con la folla dei visitatori sull’ultima tribuna e sulla destra una quinta del Campidoglio. Le merlature e i tetti di Palazzo Venezia con il campaniletto di San Marco, sullo sfondo la Sinagoga e più in là il Gianicolo come una tribuna sul mondo. Qui accanto il cupolotto del Gesù che così bene non avevo mai visto, solido come la Controriforma di cui è logo primario. Le cupole di Sant’Andrea della Valle, San Giovanni dei Fiorentini e San Pietro, ohibò! Il lanternino di Sant’Ivo alla Sapienza, Castel Sant’angelo possente, lo zuccotto del Panteon, il Collegio Romano con le muraglie compatte come quelle del Gesù. La veranda del palazzo con su scritto in bella grafia “Bonaparte”: che nessuno se ne scordi. Trinità dei Monti con a sinistra la Casina Valadier e a destra il Quirinale. La basilica dei Santi Apostoli come una chioccia in mezzo a palazzi che le arrivano a mezza spalla. La faccia alta dei Santi Domenico e Sisto abbagliata dal sole, la brunita Torre delle milizie. Lontane le statue della fronte di San Giovanni in Laterano viste di profilo e i torricini del transetto di destra. Qui davanti le lanterne delle chiese gemelle di Santa Maria di Loreto e del Nome di Maria. Appollaiati sui comignoli del palazzo, tutto intorno al terrazzo, i miei amici gabbiani (vedi post del 19 giugno e del 5 luglio 2007) si godono il beccheggio dei tetti come i loro fratelli a Ostia quello delle barche.
Per una veduta serena e piena del battesimo di Magdi Cristiano Allam (vedi post del 23 aprile) è importante leggere per intero la sua “lettera” che il Corriere della Sera ha pubblicato con un ampio taglio – di un brano riguardante la matrice propriamente religiosa della sua conversione – ed è indispensabile tener conto della dichiarazione del portavoce vaticano che riconduce l’evento alla sua vera portata: il papa ha accolto nella Chiesa un nuovo cristiano ma non ne ha “abbracciato” le idee. Sulla necessità di leggere per intero il testo del collega (http://paparatzinger-blograffaella.blogspot.com/2008/03/la-versione-integrale-della-lettera-che.html) ha attirato l’attenzione Antonio Socci ieri su Libero. Riporto il brano più vivo della parte omessa dal Corsera: “Già da allora (quando studiava dai salesiani, ndr) leggevo la Bibbia e i Vangeli ed ero particolarmente affascinato dalla figura umana e divina di Gesù. Ho avuto modo di assistere alla santa messa ed è anche capitato che, una sola volta, mi avvicinai all’altare e ricevetti la comunione. Fu un gesto che evidentemente segnalava la mia attrazione per il cristianesimo e la mia voglia di sentirmi parte della comunità religiosa cattolica”. Alla luce di queste parole riaffermo la mia esultanza per la conversione dell’amico e collega. Un’esultanza che certo non mi fa dimenticare la diversità di atteggiamento verso l’islam che ci caratterizza e che avevo richiamato l’ultima volta in questo blog appena tre settimane addietro (vedi post del 7 marzo: Dico no al film di Wilders e a Magdi Allam). Ma il fatto del battesimo supera per me ogni altra considerazione.
Da ieri lavoro in una stanza al primo piano di Palazzo Bonaparte: dalla finestra vedo l’Altare della patria e l’imbocco di via dei Forti imperiali. Se mi sposto di quattro passi e raggiungendo la scrivania del collega Aldo Cazzullo, inquadro il balcone di Mussolini sulla facciata di Palazzo Venezia. Sono felice di queste vedute straordinarie, superiori a ogni mia aspettativa! Mai avevo immaginato che un giorno avrei passato gran parte del mio tempo in un palazzo di pregio storico (fu costruito a metà del Seicento da Giovanni Antonio De Rossi) e che nelle pause del lavoro avrei potuto fare due passi nel terrazzo ad angolo che si affaccia su piazza Venezia e su via del Corso. Si legge nelle guide erudite di Roma che donna Letizia Ramorino Bonaparte – la mamma di Napoleone – dalle gelosie di quel balcone, detto anche “mignano”, amava spiare la vita della città che scorreva sotto l’aquila imperiale che ancora si artiglia alla facciata. La finestra della mia stanza è proprio quella centrale, sovrastata dall’aquila. Anch’io amo spiare la vita e se mi riesce di cogliere qualcosa da quelle gelosie ve lo racconterò, miei amati bloggers. Intanto per ambientarmi in quest’angolo della grande storia, quando entro nell’androne col mio giaccone liso leggo ogni volta la lapide con le parole “Letizia / madre di Napoleone I / morì in questo palazzo / il 2 febbraio MDCCCXXXVI”. E mi ripeto i versi del Carducci: “Letizia, bel nome italico / che omai sventura suona ne i secoli”. Non ho alcuna idea di come la RCS abbia potuto prendere in affitto dalle Generali un edificio di tanto pregio, ma ne deduco che la mia azienda gode di buona salute.
“Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima ed Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: «Cristiano». Da ieri dunque mi chiamo «Magdi Cristiano Allam». Per me è il giorno più bello della vita”: così scrive Magdi in una forte lettera al Corriere della Sera di oggi. Ne sono felice: qualche volta ho consentito e altre ho polemizzato con quanto sostenuto dal valoroso collega nella sua lunga battaglia e alcune risonanze se ne sono avute anche nei giorni di questo blog (vedi per esempio una consonanza alla data 10 giugno 2006 e una dissonanza al 7 marzo 2008), ma oggi ciò non conta. Oggi mando a Magdi Cristiano un caloroso abbraccio e un esultante bacio pasquale.
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