Autore: <span>Luigi Accattoli</span>

A questo ci esorta il Giovedì Santo: non lasciare che il rancore verso l’altro diventi nel profondo un avvelenamento dell’anima. Ci esorta a purificare continuamente la nostra memoria, perdonandoci a vicenda di cuore, lavando i piedi gli uni degli altri, per poterci così recare insieme al convito di Dio“: scelgo queste parole rigeneranti di papa Benedetto – dette l’altro ieri nell’omelia in Coena Domini – per accompagnare gli auguri di Pasqua ai miei cari naviganti. Quel grande principio cristiano di non avvelenamento delle relazioni umane vale anche nelle cose minime, come la partecipazione a un blog: ogni commento, ogni scambio di pareri come un’occasione per vedere l’uomo oltre le parole.

A Rio Bo sono restate otto persone e il prete – amante dei riti – invita alla lavanda dei piedi anche le due badanti ucraine e il sacrestano musulmano: così i discepoli sono undici. Per fare dodici il prete si toglie le scarpe e invita i discepoli a lavare i piedi al maestro.

“Olio sale pepe e rosmarino, bonissimo, fìdate!” dice la pescivendola romanesca col tono di sempre. Ma intorno prevalgono le facce indiane e sulle ceste le nomenclature esotiche. Manioca Equador, Pakinda Pakistan, Cavolo cinese, Eddos (patate cinesi), Yuka (che mi paiono banane), Sayote Costa Rica, Kalabosa (sembra una zucca), Laim Brazil (sono limoncini), manghi, Ginger, Cuore di platano che è una magnifica pannocchia. In mano ai venditori pakistani anche le denominazioni nostrane inclinano all’esotico: ho visto un Milanzane e un Pontarella, un Cilimentini, Bietha Italia e Patata Italia. I “Tomate de arbol” li avrei comprati solo per la bellezza del nome. Un passo più in là c’è “Ernesto er pommidoraro”, proprio di fronte a “L’orto di Filippo” con una scritta degna di Catalano (quello di Arbore che diceva “è meglio vivere bene con due pensioni che male con una pensione sola”): “Se verdura fresca devi compra’ da l’ortolano devi anna’”. Dietro al bancone delle mele lei grida a lui che le attraversa il passo: “Chè, sei scappato da ‘a gabbia?” La venditrice di agrumi che trasporta cassette a due mani motteggia con un cliente: “No quelli non ti ‘i do’! So’ ‘a femmina cattiva io”. Mi incanto a vedere gli infiniti sacchetti con le farine e i semi colorati che un giorno avevo scoperto a Damasco. E’ il “Nuovo mercato Esquilino” che ha preso il posto del mitico mercato all’aperto di piazza Vittorio, la “gran fiera magnara” descritta da Carlo Emilio Gadda in quattordici capoversi di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, che scorre qui vicino: “L’indomani alle dieci esatte il Biondone era in loco”. Uno rilegge la meraviglia di Gadda e passa belle ore di spesa familiare in questa ingtrecciata meraviglia venuta da ogni mondo. Tutto il mondo che qui pare composto in pace. Ascoltando cinesi egiziani e peruviani berciare tra loro in romanesco ti convinci che la famosa integrazione sta arrivando per vie inaspettate.

C’è chi corre con il cane, un disabile sul triciclo elettrico, chi con le racchette da neve, con i pattini o con lo skate. Due anziani con il bastone quotidiano. Genitori col passeggino o con il bimbo in groppa. Si vedono parrucconi da clown e cappelli da giullare, padri che tirano i figli e figli che spingono le madri. Bimbi col palloncino legato al polso. La mamma eroica con ragazzo disabile in carrozzella, due altri che spingono e bimbino in spalla. C’è chi corre in bicicletta, altamente irregolare! A lei manca il fiato ma arrivata in capo alla salita si volta, mette giù la figlia che portava a cavacecio e fa la foto. E’ una grande idea e ora tutti scattano correndo. Da quassù il fiume di cappellini rossi e magliette bianche fa un effetto da campo con papaveri. Dopo l’invenzione della foto viene quella del cinema: uno si ferma a girare il film e ora tutti filmano. Più la marea si fa lenta più film si girano. Quasi tutti in tuta ma ogni tanto due belle gambe nude. Una famigliola accaldata si disabbiglia: i tre maschietti si ingegnano a strecciare i jeans dalle scarpe, lui incoraggia con una busta in mano, lei filma la scena. Chi si diverte a essere primo e chi ultimo. Io mi delizio dell’umanità caciarona della Stracittadina di Roma che scorre sotto la mia finestra.

Ha mostrato che cosa possa fare una donna in questo nostro mondo e come sarà bello il volto della Chiesa quando la femminilità sarà in essa pienamente riconosciuta. La ricordo sul palco del Palaeur, mano nella mano con papa Wojtyla che aveva la sua età. Da lui ottenne una modifica dello statuto dell’Opera dei Focolari perchè fosse garantita la possibilità che “il presidente dell’Opera fosse sempre donna”. Da lei venne il primo impulso al grido “santo subito” il giorno stesso della morte del papa polacco. La ammiro nella capacità di parlare al cuore di ogni cristiano ma anche degli ebrei, dei musulmani e dei buddisti. Mi ha aiutato a intuire che possa essere e che possa fare oggi un amore cristiano consapevole del proprio primato e della propria libertà.

Lettera di amichevole polemica a tre giornalisti che si sono candidati: Andrea Sarubbi nel Pd, Alessandra Borghese nell’Udc, Renato Farina nel Pdl. Ve l’aveva ordinato il medico? E’ una vita che mi trovo a consolare bravissimi colleghi incantati, negli anni, dalla malia dei comizi elettorali. Da Piero Pratesi a Tana De Zulueta, a Franco Monaco, per nominare i più cari. Mi direte che l’avete fatto con la meglio intenzione e non ne dubito, conoscendovi. Non dico nulla sui partiti che avete scelto e infatti vi ho presi a raggera perchè fosse chiara l’intenzione di parlare della vostra candidatura e non di chi ve l’ha offerta. Dubito che siate adatti, ecco tutto e che vi faccia bene e che voi possiate far bene alla politica. Quella del comunicatore di massa è una funzione importante che voi stavate svolgendo bene ed è arduo che uno nella vita possa fare bene più di una faccenda. Il giornalismo poi richiede un qualche benefico distacco dalla politica politicante che vi risulterà impossibile recuperare dopo questo tuffo elettorale: di “revergination” che abbiano avuto successo conosco solo quella della Littizzetto. Nuoterete per sempre nel bacino della politica? Vi metterete davvero a studiare i disegni di legge e le statistiche sulla produzione vitivinicola? Vi ammiro ma so che noi giornalisti siamo fatti per nasare qua e là, aria nuova ogni giorno. Per intanto, buona caccia al voto!

Lunedì il cardinale Bagnasco apriva il Consiglio permanente della Cei invitando i futuri eletti ad affrontare con “spinta convergente” il “problema della spesa”, cioè la ritornante povertà. Perché fosse chiaro che non proponeva le “larghe intese” il fine cardinale aveva aggiunto che ciò sarebbe dovuto avvenire “nel rispetto dei ruoli che il corpo elettorale vorrà assegnare”. Ero a Termoli per una conferenza e a cena il vescovo mi chiedeva che avesse detto il suo presidente a metà pomeriggio, riassumevo precisando che non aveva “con ciò” invitato alle larghe intese, andavo a dormire. Al mattino prendevo il Corriere e la Repubblica – i miei due giornali – e in ambedue trovavo lo stesso titolo sulle larghe intese “chieste” dalla Cei. Dicevo a chi mi accompagnava al treno, già presente alla cena: sarà stato un titolo di agenzia. Rientrato al lavoro controllo e – haimè – è successo proprio così: né io né il collega Politi di Repubblica abbiamo interpretato per le larghe intese ma i due giornali hanno fatto quel titolo perché proposto dall’Ansa. Il titolo peggiore ha una marcia in più.

– E se l’universo fosse uno scherzo?

– Sarebbe uno scherzo cosmico!

Nei post del 2, 5 e 7 dicembre 2007 ci eravamo interrogati – e avevamo anche polemizzato – sul significato delle parole “autocritica del cristianesimo moderno” contenute dell’enciclica “Spe Salvi”. Una delle domande era se quella critica dell’individualismo cristiano riguardasse anche il Vaticano II o non piuttosto il cristianesimo precedente, il cui limite intimistico il Vaticano II aveva cercato di correggere. Ebbene, ecco una delle riflessioni di papa Benedetto contenute nella conversazione del 7 febbraio con i preti di Roma (vedi post precedente) che risponde alla nostra questione: “È vero che nel Novecento c’era la tendenza a una devozione individualistica, per salvare soprattutto la propria anima e creare dei meriti anche calcolabili, che si potevano in certe liste anche indicare con numeri. E certamente tutto il movimento del Vaticano II ha voluto superare questo individualismo. Io non vorrei adesso giudicare queste generazioni passate, che a modo loro hanno tuttavia cercato di servire così gli altri. Ma lì c’era il pericolo che soprattutto si volesse salvare la propria anima; a ciò seguiva un estrinsecismo della pietà che alla fine trovava la fede come un peso e non come una liberazione. E certamente è volontà fondamentale della nuova pastorale indicata dal Concilio Vaticano II di uscire da questa visione troppo ristretta del cristianesimo e scoprire che io salvo la mia anima solo donandola, come ci ha detto oggi nel Vangelo il Signore; solo liberandomi da me, uscendo da me; come Dio ha fatto nel Figlio uscito da se stesso Dio per salvare noi. E noi entriamo in questo movimento del Figlio, cerchiamo di uscire da noi stessi perché sappiamo dove arrivare. E non cadiamo nel vuoto, ma lasciamo noi stessi, abbandonandoci al Signore, uscendo, mettendoci a sua disposizione, come vuole Lui e non come pensiamo noi”. Non è straordinario? Si direbbe che il papa abbia letto la nostra disputa.

La riedificazione della terra, rispettando il grido di sofferenza di questo pianeta, si può realizzare soltanto ritrovando nell’anima Dio, con gli occhi aperti verso Dio”: lo diceva il papa nella conversazione con i preti di Roma che avevo preso a esaminare alcuni post fa (alle date 14, 15, 19, 20 e 29 febbraio). Mi avvedo di non riuscire a completare quell’esame e allora segnalo qui le parole più vive. Questa sul “grido di sofferenza” del pianeta: le doglie del parto di cui parlava Paolo!  E quest’altra sulla “toccabilità” di Dio: “Laddove c’è una vera e profonda meditazione della Parola, dove entriamo realmente nella contemplazione di questa visibilità di Dio nel mondo, di questa toccabilità di Dio nel mondo, nascono anche nuove immagini, nuove possibilità di rendere visibili gli avvenimenti della salvezza”. E infine: “La presenza della fede nel mondo è un elemento positivo, anche se non si converte nessuno; è un punto di riferimento”. Le parole improvvisate di papa Benedetto sono importanti perchè libere e pensatissime a un tempo. Di quella parlata ora mi resta da segnalare un solo passaggio, dedicato all’autocritica del cristianesimo moderno, che Benedetto aveva già sollecitato nell’enciclica sulla speranza: vedi post del 2, 5, 7 dicembre 2007. Lo farò con il prossimo post.