“Se l’Occidente ha una colpa, ebbene è che è stato finora fin troppo accondiscendente e remissivo con gli estremisti e i terroristi islamici. Ecco perché dico «sì» al film di Wilders. Diffondiamolo in Internet in tutte le lingue in modo che possa essere visto e compreso da tutti ovunque nel mondo”: così il collega Magdi Allam oggi sul “Corriere della Sera”. Non sono d’accordo e lo dico con il ricordo di un’uscita campestre con i compagni di scuola quando facevo la terza media. Trovammo un nido di vespe e i professori e quelli che venivamo dai campi avvertimmo i compagni di città che non bisognava avvicinarsi troppo o fare rumore, perchè poteva essere pericoloso. Uno dei cittadini, che era anche un mattacchione, prese da terra un bastone e andò diritto al nido gridando “avete paura delle vespe?” Io sapevo di persone che erano morte per l’assalto di uno sciame e mi buttai a tuffo sul compagno impedendogli quella pazzia. Il compagno matto è Wilders, il suo film è quel bastone. Che cosa si debba e si possa fare in Olanda e in Europa, nel rispetto delle nostre leggi che garantiscono la libertà di espressione, io non lo so: lo vedano i giuristi e i politici. Ma per quello che mi riguarda, nella responsabilità che ognuno ha delle sue parole, qui nel mondo delle libere opinioni, io dico “no” alle provocazioni che possono risultare irreparabili. Viviamo una stagione nuova del mondo, nella quale il rimescolamento dei popoli e la potenza della comunicazione globale creano nuovi doveri. Occorre incoraggiare le persone responsabili che in campo diplomatico e politico si sforzano di creare la consapevolezza dei rischi che stiamo correndo. Sto dunque con il premier olandese Jan Peter Balkenende e con il segretario generale della Nato, l’olandese Jaap de Hoop Scheffer, che hanno segnalato quei pericoli e non con l’amico Magdi Allam che li ha criticati per quella segnalazione.
Autore: <span>Luigi Accattoli</span>
“Penso ai miei figli, ai miei tre figli, a Sebastiàn, a Méla e Loli.Ogni secondo della mia assenza, quando non posso essere lì per loro, per curare le loro ferite, per consigliarli, per dar loro la forza, la pazienza e l’umiltà per affrontare la vita, tutte queste occasioni perdute per essere madre avvelenano i momenti della mia infinita solitudine“: dedico queste parole di Ingrid Betancourt (vedi post del 21 febbraio, 1 e 3 marzo) alle visitatrici che sono mamme e anche ai papà e al loro indivisibile compito di “dare” ai figli tanti doni e il più alto che è forse “l’umiltà per affrontare la vita”. In esso è il riflesso vivo di Ingrid come madre cristiana.
Avrei lasciato in pace Padre Pio nella sua veneratissima tomba: credo sia giunto il tempo di lasciarci alle spalle la passione barocca per l’ostensione sotto vetro dei corpi santi, non vi pare? Importante è la memoria del cristiano esemplare che fu il frate di Pietrelcina che ci è trasmessa – nella sostanza – dai cinque volumi di lettere ed è arricchita dalle tante risorse documentali della nostra epoca: le foto, i filmati, la registrazione della voce. Che le sue ossa siano nella loro povera realtà in una tomba di pietra o in un’urna di vetro, coperte di cera, non fa differenza per la coltivazione di quella memoria. La commozione che circonda la figura di papa Roncalli non si è giovata – io credo – dall’averne riproposto l’immagine in quella forma che forse più non incontra il sentimento dell’umanità contemporanea. Ma chi sono io per dirlo? E se anche fosse vero quanto qui abbozzo, chi può sapere come sarà domani il sentimento dei corpi e dunque anche quello dei corpi santi? E’ vero. Ma è pur vero che anch’io sono un contemporaneo e dunque dovrò dire quello che sento perché la percezione del sentimento collettivo non sia falsata dalla voce preponderante di chi magari ha un interesse concreto a volgere gli eventi nella direzione sperimentata. Un giorno forse si dirà che si usò esporre i corpi santi nelle urne di vetro – rimodellati con cera o sotto maschera – dal XVII al XXI secolo: ma fino a quale anno del ventunesimo?
“Ai miei tre figli, Sebastian, Méla e Loli, per prima cosa dà loro la mia benedizione, che li accompagni a ogni passo. Ogni giorno li affido a Dio, a Gesù e alla Vergine. Li raccomando a Dio, affinché la fede li accompagni sempre e non si stacchino mai da lui”: così Ingrid (vedi post precedente) scrive alla mamma Yolanda Pulecio (vedi post del 1° marzo). Del papà Gabriel, morto a causa del suo sequestro, dice: “Non ho mai saputo com’è successo, chi c’era, se mi ha lasciato un messaggio, una lettera, la sua benedizione. Ma c’è stata una cosa che ha un po’ attutito il mio tormento: pensare che se n’è andato confidando in Dio e che un giorno lo stringerò di nuovo tra le mie braccia”. E’ terribile leggere questo piccolo libro ma la dolce Ingrid io la penso comunque salva, tra la benedizione del padre e quella dei figli.
“Ho una tavoletta su cui metto le mie cose, cioè il mio zaino con i miei abiti e la Bibbia, che è il mio unico lusso“: lo leggo a pagina 21 di Lettera dall’inferno di Ingrid Betancourt che ho già segnalato (vedi post del 21 febbraio). Leggo e rileggo l’esile e solitaria Ingrid e mi convinco che si tratta del più bello tra i libri cristiani del nuovo millennio. Segnalerò nei prossimi giorni i passaggi che meriterebbero di essere proiettati con fasci di luce sulle nostre città. In prigionia con la Bibbia, come Tommaso Moro e Silvio Pellico, Aldo Moro ed Etty Hillesum e mille altri nostri fratelli maggiori. Se un giorno saremo sequestrati o in carcere non dovremmo preoccuparci d’altro che di avere una Bibbia. Io qui ho protestato (vedi post del 5 luglio 2006) quando la Bibbia l’hanno tolta al capomafia Bernardo Provenzano.
Torno sulla “sete di Dio” di cui il papa aveva parlato con gli alunni del seminario romano il 2 febbraio (vedi post del 2 febbraio) e della quale ha riparlato con i preti di Roma (vedi post del 14, 15, 19, 20 febbraio) e di nuovo all’angelus e all’omelia di domenica 24. “La sete di Dio c’è. Ho avuto poco tempo fa la vista ad limina di Vescovi di un paese dove più del cinquanta per cento si dichiara ateo o agnostico. Ma mi hanno detto: in realtà tutti hanno sete di Dio. Nascostamente esiste questa sete. Perciò prima cominciamo noi, con i giovani che possiamo trovare. Formiamo comunità nelle quali si riflette la Chiesa, impariamo l’amicizia con Gesù. E così, pieni di questa gioia e di questa esperienza, possiamo anche oggi rendere presente Dio in questo nostro mondo”: così ha parlato ai preti romani il 7 febbraio. All’angelus di domenica scorsa ha trattato di un’altra sete nascosta, quella che Dio ha di noi: “Dio ha sete della nostra fede e del nostro amore”. Poco prima all’omelia, parlando della samaritana al pozzo, aveva così rappresentato il dramma delle due seti: “In ogni persona c’è un innato bisogno di Dio e della salvezza che solo Lui può colmare. Una sete d’infinito che può essere saziata solamente dall’acqua che Gesù offre, l’acqua viva dello Spirito. Tra poco ascolteremo nel prefazio queste parole: Gesù ‘chiese alla donna di Samaria l’acqua da bere, per farle il grande dono della fede, e di questa fede ebbe sete così ardente da accendere in lei la fiamma dell’amore di Dio’ “. Non conosco argomento più coinvolgente e chiedo ai visitatori come avvertono quella sete reciproca di Dio e dell’uomo e per quale mistero il loro incrocio risulti così arduo.
A una cara collega muore il papà. Noi tutti del Corsera partecipiamo al lutto e lei ci ringrazia con parole che mandano luce: “Ringrazio tutti voi di essermi stati vicini in questo momento. E chi ha ancora un papà si ricordi di dargli un grande abbraccio anche da parte mia. Sara Gandolfi”. Un bacio a Sara. Dedico il suo messaggio a chi ha un dolore simile al suo.
Da un visitatore che si firma Viacolvento ricevo questo messaggio pieno di buon senso al quale rispondo nel primo commento.
Ho incrociato casualmente il vostro blog. Vedo che si disquisisce animatamente, con argomenti molto profondi, e ci si divide volentieri, su cose alla fine semplici.
Comunione nella mano, comunione nella bocca (vedi post del 19 novembre: “Sotto accusa la comunione nella mano”). Abbiamo provato per decine di anni quella sulla mano (do per scontata la fede di tutti i bloggers), e, qualora ci venisse chiesto ufficialmente di tornare a quella nella bocca, che cosa ne andrebbe della nostra dignità di figli di Dio?
In queste cose la Chiesa non stabilisce dogmi, ma di volta in volta aggiusta il tiro a seconda di quelle che le sembrino eventuali derive. Adesso – e anche a noi capita di rilevarlo – c’è una certa abitudinarietà a ricevere l’Eucaristia senza fare bene attenzione al mistero: e va bene, proviamo anche a riconsiderarne il recupero riutilizzando qualche attitudine introduttiva, abbandonata per un po’. Che male c’è? Un’obbedienza di questo tipo dovrebbe forse fare i conti con l’implacabile rimorso del nostro forum interno?
Perdiamo meno tempo e stiamo all’essenziale! Un saluto a tutti.
“Assisto con deferenza alla messa ma non partecipo, per farlo bisogna saper pregare e io non sono capace”: così Giuliano Ferrara al cronista del Corsera dopo l’incontro di ieri con il papa in occasione della visita di Benedetto alla parrocchia dove si trova la sua abitazione. Ma perchè Giuliano era lì, se non “partecipa” alla messa? “Sono venuto perché mi ha invitato il mio amico don Manfredo, il parroco”. C’è la campagna elettorale e Ferrara sta preparando la sua lista: non sarà il solito baciamano in vista delle urne? Da sempre i devoti aumentano a vista d’occhio a cinquanta giorni dal voto e la cosa è facilitata se la devozione incubava da anni. Non voterò la lista Ferrara ma oggi voglio guardare con occhio sgombro alla sua presenza in quella chiesa, continuando a voler bene a un collega che da parte sua me ne ha sempre voluto (vedi post del 9 gennaio). Capisco meglio le sue parole sull’assistere alla messa senza partecipare se penso a tanti che ho conosciuto e che fanno così: in chiesa ci vanno anche tutte le domeniche, fanno l’offerta ma non prendono la comunione, non si inginocchiano, scambiano la pace solo se conoscono le persone che hanno intorno. Sono dirigenti d’imprese, mariti delle catechiste, falegnami più devoti a San Giuseppe che credenti in Gesù. Non aprono bocca né quando si prega né quando si canta. Non sanno pregare o forse non si sentono degni. Forse ci precederanno nel Regno.
Leggo in Borges che “i miracoli fanno paura” (Il libro di sabbia, Adelphi 2005, p. 18) e mi sovviene Rilke: “Ogni angelo è terribile” (Jeder Engel ist schrecklich, Seconda elegia duinese). Discuto serratamente con Borges e Rilke e faccio valere un mio timido affidamento – sempre ripagato – sia agli angeli sia ai miracoli.
43 Commenti