L’incontro del papa con i preti di Roma (vedi post precedente) è aperto da un diacono – Giuseppe Corona – che chiede al “vescovo” l’indicazione di “una iniziativa pastorale che possa diventare segno di una più incisiva presenza del diaconato permanente” nella città. Benedetto non la indica e passa la parola al cardinale Vicario Camillo Ruini perchè la indichi lui. Il cardinale riassume quello che i diaconi già fanno ma non azzarda un segno nuovo. Ci provo io qui, in qualità di cristiano comune che vive a Roma e come suggerimento al futuro Vicario: i diaconi – che a Roma sono 108 – potrebbero occuparsi come “attività condivisa” del servizio delle mense e dei dormitori, del soccorso ai senzatetto e agli anziani soli, sollevando da questi ruoli i sacerdoti, aiutando i religiosi non sacerdoti che già se ne occupano, animando i gruppi laicali nati per essi. Si libererebbe così il diaconato dalla strettoia paraclericale in cui è oggi confinato, si recupererebbe la forza che ebbe in epoca apostolica e si creerebbero le condizioni per una sua apertura a figure di più libera e varia attitudine sociale. Ritrovata la funzione originaria – quando i diaconi furono istituiti per il servizio alle mense e il soccorso alle vedove – l’area vocazione verrebbe straordinariamente ampliata: si pensi alle mense Caritas, agli ostelli, ai dispensari e ai dormitori che già sono gestiti da gruppi di cristiani e a che cosa potrebbe venirne. Potrebbero essere chiamati al diaconato quanti già operano in questi settori e sono – come dice il libro degli Atti degli apostoli al capitolo 6 – “uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza”. Io solo ne conosco tantissimi! I diaconi di Roma invece che cento potrebbero essere domani alcune migliaia e la via della carità potrebbe avvolgere l’intera città.
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