L’albero degli Accattoli

Vi racconto un raduno record di cugini
Gli Accattoli sono tanti nelle campagne tra Recanati, Montefano e Osimo. Nonno Luigi e nonna Rosa avevano otto figli, tre maschi (Giuseppe, Giulio, Enrico) e cinque femmine (Laura, Filomena, Palmina, Giulia, Virginia) – sette si sposarono ed ebbero figli e figlie e ci siamo ritrovati domenica 25 novembre in un ristorante di Campocavallo. Eravamo venticinque tra cugini e cognati.
Alcuni più frettolosi nel frattempo se ne sono andati, altri sono malandati. Di qualcuno avevamo già festeggiato gli 80 anni. Io in quella tavolata ero uno dei più giovani: il quinto, cominciando a contare da chi ha meno anni.

Vi so dire che vengo da una stirpe gagliarda
A vederci tutti in quella tavolata come mai ci era capitato si aveva l’impressione di una stirpe gagliarda. Se nessuno avesse fatto la cretinata di morire o di star male, saremmo stati – a quel raduno – 31 i soli cugini, senza contare i cognati e le cognate. I nepoti (cioè i figli di noi 31) abbiamo calcolato che sono oggi una settantina e i pronipoti ormai impossibili a contare.
L’iniziativa è venuta da una tra noi che si chiama Marina ed è un bello spirito, anzi uno spiritaccio e l’ha messa così: “Prima di morire voglio rivedere tutti i cugini”. Mi sono subito detto d’accordo, perché questi raduni vengono meglio se si fanno “prima” di quell’altra faccenda. Battutacce a parte, è stata una simpatica occasione, utile a fare memoria e a volerci bene.
Il ceppo era contadino ma ognuno – con la crisi dell’agricoltura – si è inventato una nuova professione e oggi quasi tutti, noi cugini e i nostri figli, abbiamo lasciato i campi: chi lavora nelle costruzioni a Passatempo, chi ha aperto un supermercato a Montefano, chi un bar-pasticceria a Osimo, chi una country house ad Appignano, chi costruisce strumenti musicali a Castelfidardo, chi commercia in vini o ha un’edicola a Montefiore, chi lavora nel “movimento terra” a Loreto.
Uno è emigrato in Argentina dove faceva il falegname e ora è rientrato. Qualcuno ha fatto il venditore ambulante di formaggi nelle fiere, altri per due generazioni hanno costruito botti in cemento e pali per vigne. C’è chi ha un’impresa di trasporti. Un intero ceppo familiare ha impiantato un’azienda per il riciclaggio della plastica. La mia cugina preferita – andavamo a scuola tenendoci per mano e correndo quando passavamo sotto i fili dell’alta tensione che sfrigolavano nella nebbia – costruisce macchine per il ricambio dell’aria nei capannoni industriali. C’è chi coltiva ortaggi e fiori e li porta al mercato e li commercia sia freschi sia secchi. Un nipote impianta serre per gli ortaggi e le vende anche all’estero.
La maggior parte di noi cugini si è fermata alla terza o alla quinta elementare. In tre abbiamo fatto le superiori e solo due l’università. Io sono l’unico che lavora con le parole e vive lontano.
Che cari questi miei parenti burloni e laboriosi. Per fortuna nessuno legge il Corriere della Sera e perciò non ho dispute con loro. Ma tra i figli e i nipoti abbondano i laureati, c’è chi naviga in internet e conosce il mio blog. Qualche volta a qualcuno regalo una copia del Regno, se c’è un mio articolo che parla della vita di un tempo.
Tutti si lamentano di vedermi poco in televisione, io mi scuso dicendo che non mi piace andarci. Ma qualche volta da Vespa mi hanno visto tutti. Mi conoscono per quello che ero quando facevamo la lotta nei fienili e dicono che ero bravo. Ci capiamo abbracciandoci.
Tre erano le prove di valore mascolino negli anni senza energia elettrica, prima dell’arrivo della televisione: la lotta nei fienili, l’arrampicarsi sugli alberi, il prendere pesci con le mani nel fiume Musone o nel Fiumicino.

Nonno Luigi e nonna Rosa tra leggenda e realtà
Una rimpatriata di cugini può incoraggiare a resistere alla crisi della famiglia ed è l’occasione giusta per parlare di nonno Luigi e nonna Rosa, mitici personaggi che i più tra noi non hanno conosciuto, specie il patriarca Luigi che morì a 62 anni nel 1935, mentre nonna Rosa l’ho conosciuta anch’io essendo arrivata al 1949.
Di lei si racconta che tesseva e filava e commerciava con grande bravura. Se ne parla con ammirazione come della “donna perfetta” del capitolo 31 del Libro dei Proverbi che “non teme la neve per la sua famiglia perché tutti i suoi di casa hanno doppia veste”.
Si tramanda che nonno Luigi fosse alto e grosso, rosso, la faccia rotonda. Mieteva per due e beveva per due. Quando arrivava il brocchetto del vino nei campi si attaccava a esso e ne beveva metà da solo. I figli dicevano “beviamo prima noi”. Sapeva ridere e sapeva comandare.
Non era andato a scuola ma aveva imparato a leggere da soldato. Leggeva ma non sapeva scrivere. Aveva sempre sulla bocca le storie dell’Antico Testamento, che aveva trovato in un libro intitolato La storia sacra che davano in chiesa: l’ho visto quel libro da piccolo, non era una Bibbia ma un sunto dei suoi racconti.
Il grande nonno discorreva e rideva sempre. Diceva tante belle battute e correggeva tutti. Lo chiamavano “il profeta” non si sa perché. Forse perché qualche volta nominava i profeti.
Di Rosa si dice che fosse una donna forte e di carattere indipendente. Da sposata non si era trovata bene nella famiglia del marito e gli aveva detto: “Luigi vai dal padrone e chiedigli un pezzo di terra per noi due, ché qui non mi trovo”.

Una casata rigogliosa nella tenuta dei Sinistrario
Ottengono la terra e “scasano”, cioè cambiano casa. Rosa tiene un grande orto e ogni animale da cortile. Parte la mattina presto con una cesta sulla testa piena di uova, verdure, polli e conigli e va al mercato fino in Osimo e con il denaro realizza la dote delle figlie e veste così bene il marito e i figli maschi che quando vanno alle feste a Montefano tutti li guardano con invidia.
I Sinistrario proprietari della terra – una tenuta di più di cento ettari, che dava lavoro a una ventina di famiglie – dicevano che era un piacere andare in visita da Luigi e Rosa perchè avevano “l’aia piena di bambini e di polli”. Riuscirono a mandare tutti i figli a scuola – a Quattrobotti, dove sarei andato anch’io, una generazione più tardi – fino alla terza elementare, tranne l’ultimo – Enrico – che era gracile e la mamma appena aveva un poco di tosse lo teneva a casa. Ma Enrico recuperò a sedici anni, andando alle scuola serale a Settefinestre.
Una gran prova l’ebbero – questi nonni valorosi – quando Virginia, una delle cinque figlie, morì a 16 anni di spagnola nel 1929. Nonno Luigi piangeva sempre e nonna Rosa lo rimproverava: “Tu non hai fede! Virginia è in paradiso”.
Quando era partito il corteo per portare la figlia al cimitero, Luigi l’aveva seguito e Rosa era restata in casa in compagnia delle vicine perchè allora le donne non portavano i figli al camposanto. Appena il corteo aveva lasciato la casa lei si era messa a stacciare la farina per fare il pane e le comari l’avevano richiamata: “Ferma, lo fai dopo”. E lei: “Virginia ora non ha bisogno di me ma io ho altri sette figli e devo infornare il pane”.
Negli ultimi tempi Luigi pesava 110 chili e portava i baffi. Quando li tagliava non lo riconoscevi.

Una volta da un vicino era entrato il diavolo
Una volta da un vicino era entrato il diavolo, faceva sparire i vestiti dei bambini e il mangiare già preparato. Quella famiglia non era cattiva ma non credeva a niente. Luigi era andato a Loreto con la cavalla a chiamare un vescovo che fece le preghiere e cacciò il diavolo.
Oltre a coltivare il campo e a governare la stalla, questo nostro nonno faceva lavori da falegname: costruiva casse da morto, telai, birocci, botti. A carnevale si divertiva a spaventare i nipoti realizzando un carro funebre coperto da un telo nero e facendosi trovare nella bara.
Fu lui a prendere l’iniziativa per costruire l’edicola della Madonna – detta “figuretta” – che ancora oggi è in capo alla salita che porta alla casa dove abitava. Raccolse i soldi tra i vicini per l’acquisto dei mattoni e del cemento e fece il grosso della fatica. Era il più forte ed era lui la sera a guidare “il mese di maggio” davanti alla “figuretta”. Per fare festa sparava i mortaretti di ferro, quelli pesanti.
Unica cosa che pare ci fosse da ridire sul “profeta” era che “beveva”. Non che gli facesse male, reggeva bene il vino ma sia lui sia gli altri di quel tempo bevevano volentieri e la domenica pomeriggio facevano la visita alle cantine.
Da giovane andava a Montefiore a ballare per la festa di San Biagio e si portava un salame per aiutarsi a bere. Ci andava a piedi nudi con le scarpe sulle spalle, appese per i lacci. Se le metteva quando arrivava alle prime case.
Morì di tetano a seguito di una ferita che si fece da solo sulla gamba sinistra con la falcetta lunga mentre mieteva a strame, che è un modo di tagliare il grano a metà del gambo. Aveva il diabete e gli è venuta la febbre. Lo portarono all’ospedale di Recanati ma poi morì a casa e fu sepolto nel cimitero di Bagnola, in una delle tombe a terra, in fondo a destra.

Enrico torna dalla guerra “Il Signore l’ha riportato”
Restata sola Rosa prese il comando della casa col suo carattere forte e diceva ai figli e alle figlie: “Il Signore non ci dimentica”. Al figlio Enrico morì un bimbo appena nato e lui – come già il nonno – non smetteva di piangere. La capofamiglia lo sgridava: “Non piangere è in Cielo”. Tanto che una volta il figlio le disse: “Lasciami in pace”.
Questo zio Enrico fece poi quattro anni di guerra e per due fu prigioniero in Albania e nulla più se ne sapeva. La moglie Elena, restata a casa con due bambini, aveva perso la voglia di vivere e la nonna a dirle: “Devi avere fede”. Enrico infine tornò di notte con la barba lunga e fu uno spaventò perchè non lo riconoscevano e la nonna diceva: “Il Signore l’ha riportato”.

Luigi Accattoli

Da Il Regno 20/2007

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