Presentazione del volume di Paola Olzer e Diego Andreatta “Il mio pezzettino di cielo” – Ancora Editrice

IL VANGELO DEI PICCOLI

Intervento di Luigi Accattoli

a Trento il 22 settembre 2011

in occasione presentazione libro “Il mio pezzettino di cielo” (Ed. Ancora) da parte degli autori Paola Olzer e Diego Andreatta.

Moderatrice. Antonella Carlin

 

 

Abbiamo ascoltato le parole di Paola Olzer, prima direttamente dalla sua voce, poi dalla lettura musicata. Mi hanno fatto venire in mente un’altra persona che ha scritto cose  molto belle, pur non potendo parlare, ma servendosi del computer che azionava tramite una levetta tenuta fra i denti: Maria Pia Pavani.

Lei che è stata pittrice e poetessa – è morta da poco – un giorno spiegò perché si fosse messa a scrivere in versi: “Scrivo poesie – disse – perché la poesia per me deve dire molto con poche parole”.

Questa risposta mi sembra straordinariamente interessante e la applico a Paola: lei scrive con fatica e quindi cerca di andare all’essenziale. Dispone di poche parole. Questa è una condizione molto fortunata, nella sfortuna, perché è vicina alla condizione del poeta. O anche quella di colui che grida per la giustizia, avendone poco fiato. E’ vicina alla verità.

Noi purtroppo tendiamo a perderci nelle parole perché è molto facile moltiplicarle. Invece, quando le parole sono poche – pensate all’importanza delle poche frasi che dicono i morenti a chi tiene loro la mano – sentiamo in loro una concentrazione, una ricchezza.

Così è per le parole di Paola: “Buonanotte anche a Dio”, dice ad un certo punto. Oppure quando dice: “A volte non capisco né gli uomini, né Dio”. Questa frase potrebbe essere l’inizio di un trattato,  sono parole dense. Da dove viene a Paola – come a tante altre persone che si trovano in questa difficoltà e hanno poco fiato –  questa forza?.

Io penso che gli venga dall’accettazione della piccolezza. E’ un’espressione che lei ripete spesso: “la mia piccola vita”.

Lei è nata piccola, è restata piccola e con l’età questa piccolezza tende ad accentuarsi. E’ molto compresa di questo, ne soffre e quindi non c’è nulla di esibizionistico, ad effetto, in quello che lei dice sulla piccolezza.

C’è però la consapevolezza che occorre accettarla. E questo è un punto importante, che mi porta alla seconda riflessione sull’accettazione del disabile nella nostra società e nella nostra Chiesa.

Qual è il problema nell’accettare il disabile, il menomato, il malato, e poterlo onorare? E’ che si comprenda il dono della piccolezza, l’importanza per gli altri, per l’umanità.

Onorando il piccolo, si onora tutti.  Facendo spazio agli ultimi si fa spazio a tutti nell’accoglienza.

“Siamo tutti ultimi – scrive ancora Paola Olzer in una delle frasi dei suoi diari raccolti in questo libro –  ma ci è difficile capirlo”. Se noi lo capissimo, capiremmo la condizione dell’umanità.

Ecco l’accettazione della piccolezza. O ancora, quando Paola dice: “Grazie Signore per la mia piccolissima vita. Spero che come un seme gettato nella terra un piccolo dolore come il mio possa diventare un grande albero”.

L’accettazione della piccolezza è l’accettazione di essere creature, creature che si affidano al Padre: noi tendiamo a fare i superuomini, e stoltamente, perché da un giorno all’altro non ci siamo più. Spendiamo soldi per fare assicurazioni sulla vita, ma tutto è molto vano, molto provvisorio, inadeguato.

L’accettazione della sofferenza, della vecchiaia,  della morte – che è l’ultima fra tutte le accettazioni – vuol dire santità. Santo è colui che accetta questa condizione.

Tutto questo però parte dall’accettazione della piccolezza. Se noi leggiamo le Beatitudini, non troviamo scritto espressamente “Beati i piccoli…” eppure tutte possono essere interpretate così: poveri, affamati, assetati di giustizia… Tutto il Vangelo può essere interpretato come “beatitudine dei piccoli”.

E l’accettare la propria condizione di creature porta anche ad una professione di umiltà, ad una scelta per la mia vita.

Tutti i guai, tutti i mali, tutti i peccati hanno in radice la superbia, il conquistare l’altro, il prendere distacco dall’altro.

Ho avuto occasione recentemente di intervistare il priore dei certosini di Serra San Bruno, in Calabria, dove il Papa sarà in visita. Loro hanno un loro rito che prevede un “confiteor” diverso dal nostro, e dice: “Confesso di aver molto peccato per superbia in parole, opere ed omissioni. Cioè,  tutti sono peccati di superbia, secondo la spiritualità dei certosini. Tutto il male dell’umanità viene dalla sopraffazione dell’uno sull’altro, dalla non accettazione della nostra condizione di creature. Tutti siamo piccoli, ma non lo sappiamo riconoscere.

Ed ora l’applicazione alla vita, secondo momento della mia riflessione.

Sono un cercatore di segni, quelli che io chiamo “fatti di Vangelo”, cioè i comportamenti dei cristiani in obbedienza alle parole del Vangelo. E allora se il Vangelo dice: “Beati i poveri…”, i fatti del Vangelo saranno quelli che mettono in onore i poveri… e così via.

Naturalmente alcune nostre beatitudini di oggi non erano esplicitate nel Vangelo. Perché allora ad esempio non c’era la possibilità di fare i trapianti e quindi oggi si potrebbe dire… “Ero in un attesa di un midolllo osseo e mi avete donato un midollo osseo” oppure “Ero un tossicodipendente e mi avete soccorso”. “Ero un immigrato clandestino…”

Fra le specificità di oggi, la reazione all’handicap è, secondo me, una delle più importanti e anche diffuse. La Buona Novella dice: “Gli storpi cammineranno, i sordi ascolteranno, i ciechi vedranno.,..” E’ conquista della nostra epoca che alcune di queste cose si possano realizzare: penso alla comunicazione digitale, che permette di parlare almeno al computer … oppure, altro esempio, chi ha perso l’uso della vista, che forse un giorno riuscirà a rivedere grazie alla stimolazione e riattivazione del nervo ottico.

Ma a noi non importa ciò che riesce a fare la tecnica. E’ importante vedere ciò che riesce a fare l’umanità, ovvero l’accoglienza dei disabili, il loro inserimento nella scuola e nelle associazioni. E quindi l’accettazione del bambino neonato nella vita della coppia e della famiglia, l’adozione di questi bambini,  l’inserimento nel mondo del lavoro e anche nella Chiesa. Questo non avveniva sino a ieri. Direi che è un dono dello Spirito alla nostra epoca, è una cosa straordinariamente bella. Certo, siamo a livelli insufficienti, ci dobbiamo vergognare della scarsa sensibilità verso i disabili, ma siamo molto più sensibili di lacune generazioni addietro. Penso all’eliminazione delle barriere architettoniche, alla possibilità di entrare negli edifici, al diritto di vivere nelle comunità del mondo.

Questo superamento delle barriere non c’era. Faccio due esempi positivi di oggi: ci sono gruppi scout che portano i disabili in montagna oggi, un tempo non lo si faceva.

Secondo esempio: mella Chiesa il disabile non poteva essere ordinato sacerdote, se era portatore di una menomazione fisica evidente, ma non poteva neanche consacrarsi alla vita religiosa. Ora è invece è sorta a Milano per iniziativa del card. Martini una congregazione religiosa che porta ai voti perpetui. E finalmente vediamo che vengono ordinati sacerdoti anche alcuni disabili.

Non dovremo quindi dire frasi pessimiste come “Non c’è più religione… come si fa a credere nel mondo di oggi…”.

Questi esempi ci dicono che solo oggi stiamo applicando alcuni elementi che il Vangelo ha sempre sostenuto e che sono dirompenti. Se un tempo la Chiesa non metteva una persona disabile sull’altare, possiamo dire che risultava contraria alla preferenza evangelica accordata agli ultimi e ai sofferenti. Oggi abbiamo iniziato a comprendere quest’errore.

 

 

Certo, so bene che comporta fatica, che prevede la prova. Io non vado in cerca della grande testimonianza cristiana nella sofferenza (anche!,) ma semplicemente del riscatto morale. Mi accontento quando la persona disabile riesce a reagire alla propria disabilità e a porsi come protagonista nel consorzio umano. E la comunità è capace di percepire questo. Ogni volta che avviene, è un fatto di Vangelo.

Indipendentemente dal fatto che la persona lo faccia con esplicita motivazione di fede, come nel caso di Paola. Se c’è, ancora meglio, ma direi che è già Vangelo quando è semplicemente riscatto. Credo che un domani in questa direzione si potrà realizzare molto.

Ne esistono altri, fatti di Vangelo, naturalmente. Per esempio il martirio inerme in terra di Islam, o il perdono agli uccisori dei parenti, o l’accettazione serena della nostra morte.

Eppure considero come uno dei segni molto particolari dello Spirito alla nostra epoca, forse quello socialmente più frequente, proprio la reazione alla disabilità di cui abbiamo parlato oggi. E, insieme, la possibilità di svolgere un ruolo dentro la Chiesa e la comunità per coloro che erano detti ultimi e che invece diventano icona, immagine di Dio, per il riscatto di tutti.

Grazie!

——-A seguire pensieri aggiunti da Accattoli nel dibattito:

La condizione del disabile è sempre la condizione di Giobbe: lui vuole interrogare Dio, vuole discutere con lui. Quest’atteggiamento è ovvio, naturale. Ed è importante che anche l’umanità circostante sappia mettersi dalla parte di Giobbe, mentre solitamente non ne vuol proprio sapere. E’ bene che queste domande siano formulate da parte di chi testimonia la faticosa accettazione della propria condizione. La loro interrogazione diventa più convincente, più profonda.

——–

Io non ho mai cercato storie di persone che sono guarite. Non perché sia contrario al riconoscimento dei miracoli, ma non è il lavoro a cui mi applico, non mi sembra neanche  più rispondente all’uomo di oggi. Ritengo invece che sia più significativo che il disabile abbia un ruolo attivo nella Chiesa e possa essere ascoltato.

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Noi ci siamo riuniti stasera per ascoltare una persona piccola, convinti che nella sua piccolezza si esprime un segno. Un segno che ci può arricchire ed aiutare. E dalla testimonianza di  questa piccolezza accettata si può trarre vantaggio. Questa è una manifestazione dello Spirito nella nostra epoca; non la guarigione eccezionale, che quando c’è naturalmente è un grande dono. Ma l’esperienza del riscatto dell’ultimo attraverso vie consentite dalla fraternità umana.

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Io sostengo in “Cerco i fatti di Vangelo” che la via testimoniale, la pedagogia testimoniale, passa attraverso testimonianze vissute più che attraverso documenti o prediche. Dobbiamo privilegiare queste vie, secondo me,  rispetto al dibattito. Siamo una Chiesa che discute in congressi e convegni, che pubblica libri e inchieste, ma che forse bada ancora molto meno alla vita.
E questo – osservo per inciso – in contrasto alla tradizione in cui si dava importanza alle vite dei santi, ad exempla e fioretti.

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Troveremmo che opere di Vangelo sono realizzate sia dai cristiani di destra che dai cristiani di sinistra; così si riconcilierebbero le varie anime del cattolicesimo italiano. Potremmo vedere esempi di conversione intorno a Dossetti o alla comunità di Bose – questa sarebbe la sinistra ecclesiale – e potremmo vederne altre in neocatecumenali o Comunione e Liberazione, e questa sarebbe la destra. Invece di passare il tempo a insultarsi reciprocamente e cavarci gli occhi sull’esegesi dei versetti biblici, si potrebbe gareggiare nell’edificarsi a vicenda. Le storie di conversione ci sono in tutti e due questi ambienti: io li ho trovati, come nel caso di due sindaci cattolici – uno nel centrodestra, l’altro nel centrosinistra – che fanno accoglienza nella loro famiglia.

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Penso anche alla testimonianza che ha dato Giovani Paolo II nella disabilità. Era un parlante nella mancanza di parola. Lui ha fatto molto per avvicinare la Chiesa all’umanità di oggi, ma quand’era gravemente ammalato è riuscito in modo inequivocabile a raggiungere anche i non credenti con la sua testimonianza. Quando si fa onore all’ultimo si fa onore a tutti.

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Qualcuno obietta: “Ma il Vangelo dice:  non sappia la destra cosa fa la sinistra… Non c’è qualche controindicazione nel dare visibilità a queste realtà spesso umili e nascoste”?.

Rispondo che c’è anche un passo del Vangelo che dice “perché vedano le opere buone e glorifichino il Padre nostro che è nei cieli”. Se ho cercato e raccolto quasi 1200 storie in questi anni, non è stato per fare una promozione del mio partito, della mia azienda o dei diritti d’autore del mio libro. Sarei contro il Vangelo.

Se invece racconto quel fatto per aiutare a comprendere meglio il Vangelo, per dimostrare come può essere lievito nella pasta di oggi, devo farlo. La motivazione con cui lo faccio è decisiva.

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L’accoglienza dei colleghi per questa mia ricerca? Pessima, ma lo immaginavo. Se scrivo queste storie nei miei libri è perché non riuscivo a pubblicarle prima sui giornali per cui ho lavorato. Mi sono riempito i cassetti di questi “fatti di Vangelo” e posso continuare a raccoglierli. Ad ottobre consegnerò il terzo volume.

Trento, 15 ottobre 2011

(trascrizione a cura di Diego Andreatta
non rivista dall’autore)

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