Da Camaldoli e La Verna al vasto mondo

Quinta edizione del “Premio Europa – Camaldoli,
La Verna terre aretine di spiritualità europea”
promosso dal Circolo “Verso l’Europa”,
assegnato a Bronislaw Geremek (1932-2008)
e consegnato in sua memoria al figlio Marcin

Sala dei Grandi – Palazzo della Provincia – Arezzo
Sabato 18 ottobre 2008 – ore 10,30

La mia ultima visita a Camaldoli è del novembre scorso, per un convegno nella Foresteria del Monastero e in quella data ho rivisto La Verna, per accompagnarvi una persona che non vi era mai stata: perchè alla Verna bisogna andare una volta nella vita. Due sono le immagini che conservo, di queste visite ultime e da esse parto per la mia conversazione sull’importanza di questi luoghi dello Spirito nella storia e nel domani dell’Europa. Sì, nel domani: perché noi gente d’Europa nel guardare al nostro grande passato mossi dalle più varie ragioni – di studio certamente, ma anche estetiche, o turistiche, o localistiche, o di divertimento – dovremmo pur sempre avere l’avvertenza di cogliervi il giusto stimolo per andare avanti.
Sono stato a Camaldoli un anno addietro per l’ennesima volta e per la prima volta ho partecipato alla Liturgia dei defunti nella chiesa dell’Eremo, che termina con la processione al cimitero dove sono le tombe dei monaci, quella dell’indimenticato don Benedetto Calati sopra a tutte: 1914-2000. Faceva freddo, la foresta esibiva i primi rossori come un alchermes spruzzato a caso. C’era neve dove non arrivava il sole. La processione passava tra le celle degli eremiti, tutte uguali e pur diverse come le case coloniche della Toscana non ancora ristrutturate. Contavo i comignoli dai quali saliva il fumo: dieci su venti. L’immagine di quel fumo tra gli abeti credo mi accompagnerà a lungo. Ve la propongo con l’idea forte che mi trasmette e che formulo come domanda: è possibile oggi fare l’eremita nello spirito di Romualdo, a mille anni da quando il santo monaco condusse i compagni nella foresta di Camaldoli?
L’altra immagine è di una preghiera tenace e mi viene dalla Cappella delle Stimmate della Verna. Visitandola mi è tornata agli occhi la scena che avevo vissuto in presa diretta il 17 settembre 1993 in quella cappella: il papa Wojtyla inginocchiato e assorto, tutto in sé compatto, capace di una preghiera duratura che uno immaginerebbe estranea al nostro tempo veloce. Il cerimoniere Marini che fa un passo avanti come a dare il segnale, ma il papa non lo vede e non si muove. Il “maestro delle celebrazioni” fa un altro passo e il papa è sempre con Dio. Allora si avvicina don Stanislaw e lo tocca al braccio come per dire: “Abbiamo un’ora di ritardo”. Ma il papa niente. E tutti si rassegnano e riprendono, come possono, a pregare. Sono restati lì un quarto d’ora. Anche questa immagine ci trasmette una domanda: se sia possibile nel terzo millennio la preghiera che ha fondato Camaldoli e La Verna.
Perché mille anni addietro si costruivano celle, eremi e monasteri? Per cercare Dio: “Quaerere Deum”. Cercare Dio – stare davanti a Dio – vacare Deo: essere liberi di dedicarsi a Dio – mettersi in Dio – porsi in orazione – raccogliersi in Dio. Fa difficoltà la nostra lingua moderna su questo sentiero.
Cosi si legge nel sito internet di Camaldoli: “Diventare monaco significa anzitutto percorrere un cammino di ricerca del Signore e di conversione che conduce alla riunificazione interiore seguendo e imitando Gesù”.
Ecco le parole chiave: “un cammino di ricerca del Signore”. E’ il quaerere Deum degli antichi padri, reso nel linguaggio di oggi e che ci arriva attraverso la Rete!
Come la vita monastica si fa lievito nel mondo? Attraverso l’amore indiviso a Dio e ai fratelli: “Ognuno è chiamato dal Signore a rispondere in prima persona con l’obbedienza della fede in una libertà crescente che ha nell’amore indiviso a Dio e ai fratelli la sua ragione d’essere e la sua misura”, dice ancora il sito. Lo schema classico della tradizione benedettina incanala questo amore nei due rivi dell’azione e della contemplazione: “Ora et labora”. Non è un ascetismo che fugge il mondo e la storia, ma è un’ascesi che si libera dallo spirito del possesso nei confronti del mondo e lo lavora. Il lavoro lega la comunità monastica alla comune condizione umana.
Rientra nel lavoro monastico anche quello della cultura, il lavoro sui libri, che tanto ha dato e continua a dare alla storia dell’Occidente. Dice il sito che la comunità camaldolese svolge la sua ricerca teologica e spirituale – che è un aspetto del quaerere Deum – “in dialogo con l’antica tradizione dei Padri e con la cultura moderna”. Chiarisce infine che nello spirito camaldolese “non sarebbe nemmeno concepibile un’esperienza di Dio separata dalla storia”.
Camaldoli ha sempre svolto un ruolo di ponte tra la vita contemplativa e quella attiva, anche come richiamo all’intellettualità cattolica nazionale: lassù salivano Siri e Montini per le settimane estive della “FUCI” e dei “Laureati cattolici”, Dossetti e Fanfani, Moro e Andreotti, fino ad Andreatta, fino a Prodi che tuttora vi tiene convegni.
Con il Concilio Vaticano II la comunità monastica di Camaldoli è tornata a essere luogo di incontro ecumenico e interreligioso. Dialogo con l’ebraismo e con l’islam, con l’induismo e il buddismo, con uomini e donne in ricerca. Visitando il Sacro Eremo il 17 settembre 1993 – lo stesso giorno della visita alla Verna – Giovanni Paolo incoraggiava i monaci a sviluppare la dimensione dialogica del monachesimo presente in quasi tutte le esperienze religiose.
Camaldoli è stata ed è un’esperienza cosmopolita, tradizionalmente europea e oggi mondiale. Tra comunità maschili e femminili la sua irradiazione – come Congregazione Camaldolese dell’Ordine di San Benedetto – ha toccato nella storia Polonia, Francia, Ungheria, Austria, Tanzania, USA, India, Brasile.
Oggi qui onoriamo un figlio della Polonia che ha sempre pensato se stesso come cittadino d’Europa. Ebbene Camaldoli ha ancora oggi un legame con la Polonia. Papa Wojtyla il 19 agosto 2002, alla fine del suo ultimo viaggio in Polonia – ultima di nove visite – prima di ripartire per Roma volle andare a vedere il monastero camaldolese di Bielany, nei pressi di Cracovia, che era stata meta delle sue esercitazioni e dei suoi ritiri spirituali. In occasione di uno dei viaggi wojtyliani, trovandomi una mezza giornata libera, ero stato sulla collina di Bielany con dei colleghi e lì avevamo conosciuto un giovane monaco che parlava italiano perché era stato a studiare in Italia e conosceva Camaldoli e San Gregorio al Celio.
Quando mi fu chiesto di parlare a questa consegna del Premio Europa che veniva dato a Bronislaw Geremek – che era ancora tra noi – ascoltando la richiesta per me inaspettata rividi la barba rossiccia, lo sguardo mite e volitivo, riascoltai la parola pacata e ferma con cui l’ottimo professore mi rispondeva una volta che l’intervistai per il “Corriere della Sera” a Castel Gandolfo, dov’era per uno dei simposi estivi di papa Wojtyla: era un ospite abituale di quei “colloqui”. Allora – l’intervista apparve il 12 agosto 1989 – egli era capogruppo dei 161 deputati di Solidarnosc eletti al Parlamento polacco e uno dei massimi protagonisti della “Tavola rotonda” che preludeva alla costituzione del primo governo post comunista.
Quand’ebbi la notizia della sua morte – ero in Australia con il papa per la Giornata mondiale della gioventù – pensai che Geremek era stato per il mondo laico quello che il cardinale Lustiger è stato per la Chiesa cattolica: due ragazzi ebrei che scampano alla Shoah e vengono affidati a famiglie cristiane. Ambedue chiedono il battesimo a chi li ha accolti. Geremek in gioventù fu anche lui – come Lustiger – attivo nella Chiesa e pensò di farsi prete, ma poi la sua partecipazione si affievolì e visse il rapporto con la comunità cattolica con un sobrio distacco, recuperando una viva attenzione culturale verso di essa con l’elezione di Wojtyla a papa, ma senza tornare alla pratica religiosa.
Il funerale di Geremek si è svolto nella cattedrale di Varsavia e alla fine l’arcivescovo potè leggere un telegramma del papa che riconosceva “il suo contributo al processo dei cambiamenti socio-politici iniziato in Polonia con Solidarnosc, come pure all’integrazione europea e alla ratifica del Concordato del 1998 tra la Repubblica di Polonia e la Santa Sede”.
Le cronache narrano che fuori della cattedrale vi era un gruppo di Radio Maria con uno striscione che diceva “Grazie Dio di avercelo tolto”. Come si vede c’è ancora strada da fare. Noi – dicevo – guardiamo indietro anche per il giusto stimolo ad andare avanti.
Come e più di Camaldoli, anche La Verna con i suoi corsi e convegni, raduni di giovani e settimane bibliche, con la marcia La Verna-Assisi e cento altre iniziative, oltre che con l’affluenza ininterrotta di pellegrini e visitatori, è luogo di irradiazione europea e mondiale. Uno dei fuochi di questa terra che guardano al mondo.
Ma che cos’è che attira ancora oggi gli occhi di tanti sulla figura di Francesco? Forse il suo essere stato “uomo nuovo donato dal Cielo al mondo”, come lo chiama Bonaventura nella Legenda Maior (XII, 8).
In Francesco c’è questo messaggio dall’alto, ma c’è anche un messaggio da uomo a uomo, un contributo all’umanizzazione che in particolare qui vogliamo ricordare interrogandoci sull’apporto di queste terre alla civiltà europea. Il tema è troppo alto e vasto, segnalo semplicemente un’altra frase di Bonaventura, che fu anche grande scrittore: “In tutti i poveri egli, a sua volta povero e cristianissimo, vedeva l’immagine di Cristo” (Legenda Maior VIII, 5).
La percezione di quell’immagine è seme di umanesimo. Vedere il fratello nell’uomo e una sorella nella natura è alla base di quell’avvicinamento dell’uomo all’uomo e dell’uomo al creato che caratterizza l’umanesimo toscano e italiano che anche da Francesco trae linfa. Ce ne accorgiamo quando Giotto e Arnolfo e Giovanni Pisano e Dante si avviano a una più piena considerazione dell’umano partendo proprio – in più di un caso – da Francesco, dal suo presepe, dalla sua predica agli uccelli, dal suo Cantico delle Creature, dal dono delle stimmate.
La compagnia degli uomini amata dai monaci camaldolesi e la fraterna umanità insegnata da Francesco hanno certamente contribuito a determinare la fisionomia spirituale di questa terra, che è toccata da una grazia non comune, ognuno lo riconosce. La terra e la pianta uomo che vi è cresciuta. Uno viene qui ad Arezzo, entra in San Francesco e si bea dell’umanità così splendente e insieme ravvicinata che ci parla dalle storie dipinte su quelle pareti francescane da Piero della Francesca. Quello splendore dell’umano, quella vicinanza dell’uomo all’uomo è una cifra di questa terra e della sua storia. Qui – anche qui – deve venire chi cerca l’uomo, chi ha sete di una nuova umanizzazione dell’uomo planetario e globale.
Che cosa l’uomo abbia aggiunto a questa terra è facile vederlo e dunque saperlo, ma è difficile dirlo. Proviamo a dirlo – un’ultima volta – con parole legate a Romualdo e a Francesco. Quando il Conte di Chiusi in Casentino, Orlando Catani, incontra Francesco a San Leo e gli propone di stabilirsi a La Verna, parla così del luogo di cui vuol fargli dono: “Io ho in Toscana uno monte divotissimo il quale si chiama monte della Vernia, lo quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza, in luogo rimosso dalle gente, o a chi desidera fare vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri Io ti donerei a te e a’ tuoi compagni per salute dell’anima mia” (Considerazioni sulle stimmate 1).
Bello l’aggettivo “divotissimo”. Il Battaglia registra 19 accezioni dell’aggettivo “devoto”; l’esposizione dell’ottava cita proprio il passo delle “Considerazioni” e l’interpreta così: “che ispira devozione, che invita al raccoglimento”. Dunque una terra che facilita la ricerca di Dio. Ed ecco forse perché due “cercatori” che non erano toscani – l’umbro Francesco e il ravennate Romualdo – vennero qua per la fase finale della loro indagine.
Quanto a Romualdo, iniziatore e riformatore di eremi e mona­steri, sappiamo che scelse la foresta di Camaldoli per una delle sue ul­time fondazioni: e fu nella fase finale della sua vita av­venturosa, tra il 1023 e il 1027. Narra Pier Damiano, nella Vita di San Ro­mualdo, che il vegliardo perlustrava “con ansiosa brama” montagne e selve in cerca dei luoghi dove collo­care i disce­poli, mosso dall’idea di “trovare una terra adatta a produrre frutti di anime”.
Possiamo dunque immaginarlo – questo santo monaco – severo nei digiuni, ma «sempre lieto e ridente», come ci assicura Pier Damiano, che passa per la foresta di Camaldoli e valuta la comodità dei sentieri e dei torrenti, la vi­cinanza dei campi coltivati e la possibilità del totale isola­mento. Egli ha compiuto decine di scelte simili, per sé e per altri, in Romagna e nelle Marche, in Umbria e nel Lazio, dalle parti di Venezia e nei Pirenei orientali, in Istria e in altre parti della Toscana.
Egli ha molto viaggiato e ha molta Europa negli occhi: è stato in Francia e Spagna, oltre che in tutta Italia, è stato in Istria e in Ungheria. Conosceva anche le vicinanze di Camaldoli: aveva «fermato alquanto la sua dimora» a Bi­forco: era stato cioè a lungo presso la Badia di San Benedetto in Alpe, che si trova subito di là dal passo del Muraglione, sul ver­sante romagnolo della stessa montagna di Camaldoli. Amava dun­que i luoghi. E possiamo indovinare la cura con cui scelse l’espo­sizione al sole per le casette dell’E­remo e per la Foresteria. Mezzo secolo dopo Rodolfo, priore di Camaldoli, racconterà che Romualdo, scelto il luogo, «edificò cinque celle e vi pose cinque fra­telli e dette loro per regola di digiunare, di tacere e di rimanere in cella». Ciò fatto, «trovò un altro luogo più in basso e vi costruì una casa, vi mise un monaco con tre conversi per ricevere gli ospiti, affinché l’Eremo sov­rastante restasse sempre na­scosto e lontano dai rumori del mondo».
Abbiamo dunque spiato qualcosa della scelta della Verna da parte di Francesco e di quella di Camaldoli da parte di Romualdo. Mettendo insieme quanto qui vennero a cercare quelle anime ardenti e liete, e quanto loro e i loro discepoli apportarono a questa terra – possiamo dire che a caratterizzarla è la sua socievole abitabilità e insieme la sua prossimità a chi avverta il bisogno di stare solo. Portante a Dio e ospitale agli uomini: tale è la vostra terra, vostra e di ognuno che sia capace di capirla e di amarla.
C’è un luogo – ancora – delle Considerazioni sulle stimmate dove si afferma che Francesco amava La Verna perché rappresentava per lui “un luogo troppo bene atto a chi desiderasse vita solitaria”.
La “solitudine” cercata da Romualdo e Francesco è parola antica, a prima vista troppo lontana da noi, come la parola “penitenza”. E invece no, la possiamo capire la parola solitudine e potendola capire io credo che la dobbiamo recuperare: tanti oggi, anche da lontano, vengono in Toscana perché desiderano vivere almeno un’immagine, un simulacro, di vita solitaria. Non dico negli eremi e nei conventi, ma anche solo nelle campagne. Ed ecco che sull’onda di questo ritornante amore per luoghi lontani dal chiasso noi un poco capiamo le parole delle fonti francescane quando ci parlano della Verna come di un luogo “atto” a chi desidera “vita solitaria”.
Una vita solitaria ma nello scambio con la città degli uomini. Come a indicare, in immagine, un umanesimo che per farsi pieno non ha bisogno di negare Dio. E sopra avevamo parlato di una ricerca di Dio che non ha bisogno di negare la storia. Tenere uniti Dio e la storia è forse l’insegnamento più alto della terra che ospita La Verna e Camaldoli. Nella preghiera a Francesco composta per la visita alla Cappella delle Stimmate, Giovanni Paolo affermava che il mondo “ha bisogno del tuo cuore / aperto verso Dio e verso l’uomo”. Il sito internet di Camaldoli ci ha parlato di un “amore indiviso a Dio e ai fratelli”.
Siamo partiti chiedendoci se fosse possibile oggi cercare Dio nell’eremo e pregare con l’intensità di Francesco e Romualdo. Termino affermando che le celle tutt’ora abitate dagli eremiti camaldolesi e la capacità di mettersi in Dio mostrata da papa Wojtyla a La Verna ci inducono a rispondere che sì, è possibile e in quella possibilità abita il nostro più profondo legame con il passato da cui veniamo e la nostra più segreta risorsa per affrontare il futuro.

Luigi Accattoli

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