A Cantù in acceso dibattito con il profeta Geremia

“Scoprire e comunicare fatti di Vangelo nella vita di oggi” è il tema che mi hanno dato a Cantù per la Quaresima. Stamane Francesco Pavesi vicesindaco e cultore d’arte mi ha mostrato la mitica calda Basilica di Galliano con il suo battistero a quadrifoglio. Siamo saliti sul matroneo del Battistero e siamo discesi nella cripta della Basilica e lì ho visto tre vasi di fiori freschi davanti alla campagnola Madonna del Latte alla quale ancora vanno le mamme. Quante ne ha soccorse in mille anni? Da uomo a uomo io mi sono intrattenuto con il profeta Geremia incurvato ad annunciare il Messia nell’affresco del catino absidale che è del 1007. Agitato manco fosse un giornalista. Gli chiedevo di tornare a farsi sentire nel mondo assordato e lui mi guardava accigliato.

5 Comments

  1. discepolo

    “lui mi guaradava accigliato”.
    sicuramente i profeti, tutti i profeti , sono state persone che hanno molto sofferto
    per la loro profezia. Sofferenza , persecuzione, opposizione da parte dei contemporanei , a volte disprezzo e derisione, sono sempre andate di pari passa col dono della Profezia, fino all’ultimo e più grande Profeta , Gesù Cristo stesso che fu preso in giro beffardamente mentre moriva sulla croce : se sei davvero figlio di Dio, scendi dalla Croce, chiedi a Dio di salvarti!.
    E non solo i profeti dell’Antico Testamento hanno a che fare col misterioso binomio profezia- sofferenza , ma anche i profeti nostri contemporanei.
    Basta pensare alle parole profetiche di Giovanni Paolo II nel famoso Angelus in cui offrì le proprie personali e FISICHE sofferenze per la famiglia che oggi è minacciata.
    Potete trovarlo qui :
    http://www.fidesetforma.com/2014/04/01/famiglia-i-farisei-accidiosi/

    e il testo qui
    http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/angelus/1994/documents/hf_jp-ii_ang_19940529_it.html

    Profezia e successo mondano, profezia e consenso , profezia e popolarità non sono mai andate a braccetto. Non c’è bisogno di essere “accigliati” come il profeta Geremia, ma certo chi vuole piacere al mondo non può fare il Profeta.
    C’è una bellissima frase della grande scrittrice cattolica Flannery O’ Connor che dice :
    “Molti pensano che la religione cattolica sia come una grande coperta calda
    elettrica sotto cui rifugiarsi, invece è la Croce.”

    6 Aprile, 2014 - 12:29
  2. discepolo

    “mi rimane questo argomento della sofferenza”
    Secondo me questa è una delle frasi profetiche pronunciate dal papa Giovanni Paolo II , una di quelle frasi che hanno contribuito io credo a proporre la sua canonizzazione.
    l’argomento della sofferenza è più grande di ogni argomento della “misericordia” alla Kasper. Non solo perchè la sofferenza, anche fisica, è dal punto di vita realistico molto più concreta della “misericordia” che resta sempre una cosa un po’ come dire teorica o new-age stile la compassione buddista, ma anche perchè l’argomento della sofferenza è quello proposto da Dio e da Gesù.
    se Dio ha fatto soffrire suo figlio , Gesù, fino alla tortura e alla sofferenza tremenda della Croce, allora l’argomento della sofferenza è un argomento che viene dal Dio cristiano. E nessun cristiano può rinnegarlo.
    e neppure il card. Kasper o i teoligi modernisti possono far finta che non esista.
    Io spero che la sofferenza anche fisica , offerta dal Santo Giovanni Paolo II per la famiglia, non sia vanificata! non sia sprecata! Non sia dimenticata! Non sia venduta per una facile popolarità…per avere il consenso e la simpatia del mondo!

    6 Aprile, 2014 - 18:35
  3. Un sorriso? No eh!

    6 Aprile, 2014 - 19:23
  4. lorenzo

    L’argomento della sofferenza , se mi è permesso, non viene affatto dal Dio cristiano. Non è Dio che ha inventato la sofferenza, e la sofferenza non viene da Dio. La sofferenza c’è, punto. Come sa benissimo ogni uomo,che se la prende addosso tutta: dall’origine dei tempi e fino alla loro fine, indipendentemente dalle epoche, dalle religioni e dal fatto che si creda in Dio o no.
    Certo, Dio la sofferenza non l’ha tolta, neppure quando è venuto fra di noi.
    Ma non c’è nulla di bello, proprio nulla, nella sofferenza: nulla di positivo, o nobile o santo. Non c’è nulla di bello, per intenderci, nemmeno nella croce in sé: nulla di bello, di nobile, men che meno di santo. La croce fa schifo, come fa schifo la sofferenza. E’ il modo di vivere la sofferenza, il modo di addossarsela, il modo di farne – da una gabbia di dolore e disperazione quale è- una bomba di libertà personale e di salvezza, è questo che viene dal Dio cristiano.
    Non è, mi sembra, Dio che ha fatto soffrire Suo figlio: è il Figlio che ( pur potendolo evitare con un battito di ciglia) non ha voluto sottrarsi per niente alla sua croce, alle tante che si è caricato addosso. E- cosa che ci riguarda e ci coinvolge irrimediabilmente tutti- ha proposto questa, durissima ma rivoluzionaria strada a tutti quanti ( proprio tutti, nessuno escluso) quelli che volessero mai mettersi in cammino per seguirlo.
    Non ce ne sono altre, di scorciatoie.
    Questa della sofferenza, peraltro, è l’altra faccia della misericordia: una da senso all’altra, e una non avrebbe senso senza l’altra, nella vita di Gesù. La misericordia . che rischia veramente di essere aria fritta e parola alata quanto vuota se resta all’enunciazione di principio, acquista sostanza e peso proprio se concretizzata nella sofferenza. La “prova” che Dio ci ama per davvero, ha misericordia di noi, e prega per noi in modo eversivo ( perdonali, non sanno quello che fanno) viene dal fatto che Gesù, che è Dio, ce lo dimostra lasciandosi massacrare su un patibolo per ognuno di noi, indistintamente. D’altro lato, che valore avrebbe avuto questa sua mostruosa sofferenza, se non fosse stata vissuta, “impiegata” e offerta per la nostra salvezza, il nostro perdono, la nostra liberazione dalla morte?
    La misericordia , nel linguaggio dei cristiani, è quanto di piu’ lontano dalla new age o da fumosi concetti tipo volemose bene: è roba che costa, e un casino, fatica e dolore e lotta e libertà. Così come la ” compassione” di Cristo è radicalmente diversa dalla analoga “categoria buddista” che ricorda discepolo, perché prevede che Dio la metta in pratica per davvero, diventando non solo un uomo, ma l’uomo dei dolori, che ben conosce il patire.
    E noi? NOI PURE. O così, o niente seguire Cristo. Punto.
    Per cui, come dice la scrittrice Flannery O’Connor citata da discepolo, la religione cristiana certo non è una grande coperta calda sotto cui rifugiarsi
    ( coccolati nelle proprie illusioni di certezza, nei propri valori, nelle proprie idee di Dio e di Cristo)…ma, con sua buona pace, non è affatto “la croce”: manco per niente. E’ il prendersi liberamente sulle spalle le croci in cui sbatto la faccia tutti i giorni, e , sentendone tutto il peso e magari tutto l’orrore, andare dietro Chi sappiamo e seguirlo giorno per giorno.
    Fosse ” la croce “, il cristianesimo, sarebbe molto piu’ semplice fare gli splendidi.
    Niente splendore, invece, in questa strada.

    6 Aprile, 2014 - 19:35
  5. Marilisa

    “Io spero che la sofferenza anche fisica , offerta dal Santo Giovanni Paolo II per la famiglia, non sia vanificata! non sia sprecata! Non sia dimenticata! Non sia venduta per una facile popolarità…per avere il consenso e la simpatia del mondo!”(discepolo)

    Ma che discorso è? Come può la sofferenza di chiunque ( non solo di G.P.II) essere “venduta per una facile popolarità…per avere il consenso e la simpatia del mondo!”?
    Proprio non capisco.
    A me pare invece che molti cristiani, fra cui discepolo, siano troppo affezionati all’idea che il dolore e la sofferenza sarebbero l’unica via di accesso alla salvezza e alla vita eterna. Come dire: più sofferenze hai, più ti avvicini a Dio. Per cui un disgraziato che soffre l’immenso, dovrebbe quasi gioire perché in questo modo è sicurissimo che è destinato al Regno dei cieli.
    Non accetto questa visione doloristica della nostra religione. La trovo sbagliata.
    Ricordo che una volta un vescovo ( ormai scomparso) della mia città andò a far visita ad un malato grave, in preda a grandi sofferenze, e per confortarlo gli disse che i suoi patimenti erano simili a quelli del Cristo sulla Croce, per cui doveva quasi ritenersi beato. Il risultato fu che quel malato lo cacciò in malo modo dalla stanza.
    La sofferenza è una tragedia, e come tale va combattuta con ogni mezzo.
    Ognuno ha reazioni diverse di fronte ad essa, e tutte vanno rispettate.
    Accettare la croce è molto difficile, inutile giraci intorno. Nel rapporto fra una persona e la sua sofferenza c’è Dio stesso–anche se non espressamente invocato– il Quale conosce, Lui solo, il modo di volgere il male in bene, affinché quella sofferenza non sia sprecata.
    Io voglio credere che nessuna sofferenza umana è “vanificata”. Sarebbe una enorme ingiustizia, posto che ogni essere umano è stato chiamato alla vita, fatta di tanti dolori e sacrifici più che di gioie, senza che lui lo chiedesse e lo volesse. E infatti molti, quando gli vai a parlare del “dono della vita”, storcono il naso e dicono che avrebbero fatto volentieri a meno di questo “dono”. Certi preti , se si tocca questo tasto, cambiano subito discorso.

    7 Aprile, 2014 - 0:51

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