Rispondo a Politi su “Ratzinger crisi di un Papato”

Pubblicato da Liberal il 9 novembre 2011 con il titolo “Processare Ratzinger. Un polemico saggio di Marco Politi”

 

Il Pontificato di Papa Benedetto è “in crisi”. Anzi: “E’ caratterizzato da un succedersi impressionante di crisi come non era avvenuto con nessuno dei Papi degli ultimi cento anni”. E’ la tesi accusatoria del volume appena pubblicato da Marco Politi per Laterza intitolato “Joseph Ratzinger crisi di un Papato” (pagine 328, euro 18). Quell’accusa merita una risposta sia perché è bene argomentata, sia perché corrisponde al sentimento di “crisi” – la parola tematica è stata scelta bene – vissuto da una vasta componente del mondo ecclesiale in Italia e fuori.

La mia prima risposta è che c’è sì una crisi – o quantomeno l’avvertenza, il sentimento di una crisi – ma essa riguarda la Chiesa e non il Pontificato di Papa Benedetto: ovvero, non solo il Pontificato. La seconda risposta è che la reazione “impolitica” alla crisi che Papa Ratzinger viene svolgendo – concentrazione sulla figura di Cristo e sulla teologia dell’amore, opzione per la purificazione penitenziale della Chiesa – è forse l’unica possibile e non ha dato fino a oggi cattiva prova di sé.

Il collega Politi elenca buone ragioni nello svolgimento della sua accusa.

“La Chiesa cattolica, sotto la superficie di scintillanti manifestazioni di massa, vive una crisi profonda. La mancanza di vocazioni crea dei vuoti in decine di migliaia di parrocchie”: è verissimo. Le stesse manifestazioni tendono a essere gonfiate ad arte: “Nel caso del megaraduno giovanile di Madrid la cifra di due milioni è mitologica”: anche questo è vero. Erano tanti ma non due milioni.

“Il ‘peccato’ più grande di questo pontificato è che in Vaticano si discute poco sulle scelte strategiche da fare”: non saprei dire meglio.

“Milioni di fedeli non si riconoscono nelle norme relative ai rapporti interpersonali, al divorzio, all’interruzione di gravidanza. Non comprendono perché un sincero legame omosessuale debba venire costantemente demonizzato. Non comprendono perché alle donne nella Chiesa debbano venire riservate soltanto funzioni di servizio, senza nessuna possibilità di partecipare alle decisioni”: tutto vero, ma era vero anche con Giovanni Paolo II e già con Paolo VI. E probabilmente lo sarà con il prossimo Papa.

“Anche in tema di fecondazione le coppie si muovono secondo scelte di coscienza lontane dai diktat vaticani”: verissimo, ma già avveniva da gran tempo, come tutti sanno. L’Humanae Vitae è del 1968 e anche la sua contestazione è di quell’annata doc. Semmai potremmo dire che l’indicazione del magistero non è un diktat e Papa Benedetto ha fatto di più dei predecessori perché sia intesa come un consiglio e non come un’imposizione.

Persino sulla reazione alla pedofilia del clero – dove generalmente Benedetto incontra buoni riconoscimenti – Politi è drastico: “Ha pronunciato dure parole contro i colpevoli e la mancata vigilanza delle autorità ecclesiastiche, ma non ha aperto gli archivi vaticani per fare luce su decenni di insabbiamenti. In Italia, poi, la conferenza episcopale non ha creato nessuna commissione d’inchiesta come accade in altri paesi e si è finora persino rifiutata di nominare un vescovo responsabile del dossier pedofilia a livello nazionale”. La Cei poteva fare di più: sono tra quelli che hanno chiesto che facesse di più ma non ne attribuisco la responsabilità a Benedetto. E’ giusto sollecitare una glasnost anche retrospettiva. Ma per questo comparto andrebbe riconosciuto che le direttive e l’esempio venuti da Benedetto costituiscono un fondamento per ogni sollecitazione ad andare oltre.

L’argomentazione dunque è buona e manda a bersaglio varie frecce. Ma dove sono in disaccordo con Politi è nella discussione di problemi epocali (valgano gli esempi già richiamati della sessualità, delle vocazioni e delle donne) condotta sul presupposto che un Papa possa risolverli purchè lo voglia; e che Benedetto non abbia proposto una sua “rotta” per la soluzione; e che dove anzi ha compiuto delle scelte non ha fatto che “dividere ulteriormente” il corpo dei fedeli.

Politi – che non è cattolico – non nutre una sua avversione personale verso il Papa tedesco: “Joseph Ratzinger è una personalità interessante. Un pensatore, un predicatore. Nel privato non è affatto così rigido come affermano certi stereotipi. Per esempio sostiene che se un prete è sinceramente innamorato di una donna ed è convinto di formare con lei una coppia solida, allora è giusto che segua la sua strada”.  Questo credito alla persona va tenuto in conto.

Ma ecco il risolto negativo che secondo il nostro analista si lega alla personalità del Papa: “Benedetto XVI è anche un temperamento solitario, monacale, che non sembra avere il piglio del governante. Di sicuro non aveva l’ambizione di fare il Pontefice. Sono stati i cardinali più conservatori e gruppi come l’Opus Dei a spingerlo. Manca nel suo Pontificato una visione geopolitica. C’è il desiderio profondo di far rivivere la fede, ma senza le riforme di cui la Chiesa ha bisogno”.

E’ vero che Benedetto non ha una visione geopolitica: Giovanni Paolo sentiva di più le frontiere e i sistemi politici e il Nord e il Sud. Papa Ratzinger ha una visione evangelica della sua missione. Dirò da cattolico che la cosa non mi dispiace.

E’ vero che non aveva l’ambizione di fare il Papa: voleva tornare alla sua Baviera e si era comprato la casa della pensione, a metà con il fratello don Georg. Ma non è vero che sia stato eletto per una manovra. Politi dedica i primi due capitoli del volume al “segreto del conclave” che ha eletto un cardinale che “non doveva diventare Papa: non poteva”. Perché figura “polarizzante”, cioè dividente. E ci è diventato per la combinazione del nuovo sistema elettorale adottato da Papa Wojtyla (l’abbassamento del quorum dai due terzi alla maggioranza assoluta dopo il 34° scrutinio infruttuoso) e la situazione di “paura” in cui si sono venuti a trovare i cardinali dopo la morte di Papa Wojtyla.

In effetti la situazione era fortemente emotiva, ma non ci fu panico. E la maggioranza assoluta c’era di suo, manifestata con chiarezza dai primi tre scrutini. Essa salì ai due terzi con il quarto scrutinio per il fatto che il candidato più votato dopo il “decano”, l’argentino Bergoglio, ebbe paura del Pontificato e nella pausa del pranzo di quel 19 aprile di sei anni addietro scongiurò i sostenitori di votare Ratzinger. Essendo lo svolgimento del Conclave protetto dal segreto, la mia ricostruzione è indiziaria come quella di Politi. Ai lettori il compito di valutare la verosimiglianza dell’una e dell’altra.

“Il gruppo di cardinali che ha premuto per l’elezione di Ratzinger – sostiene Politi – non aveva nessuna visione del rapporto tra Chiesa e società moderna. Voleva soltanto una difesa della tradizione e di una ‘identità’ in contrapposizione al mondo contemporaneo”: è una tesi partigiana. Quel gruppo, divenuto in breve maggioranza di due terzi e oltre, voleva una continuità sostanziale con il Pontificato di Giovanni Paolo, tale da disciplinarne e metterne in sicurezza dottrinale l’eredità creativa che molte resistenze di opposto segno aveva suscitato nel corpo della Chiesa.

A riprova della tesi di un Papa dividente, Politi sostiene che “rispetto al Vaticano II Benedetto XVI sta facendo di tutto per negarne la svolta rappresentata dai documenti conciliari: in primo luogo il primato della libertà di coscienza, il rapporto con le altre religioni, l’ecumenismo”. Nego, nego, nego. Benedetto parla di “riforma nella continuità” che non è una formula limitante: non per me. Contesta che con il concilio vi sia stata rottura, non che vi sia stata novità.

Il primato della libertà di coscienza è nettissimo nel magistero di Papa Benedetto. Riconosce come “comprensibile” la scelta di chi abbandona la Chiesa a motivo dello scandalo della pedofilia. Dello stesso segno è il suo rispetto della scelta del prete che lascia il sacerdozio per sposarsi.

Il rapporto con le religioni: la quarta Giornata di Assisi celebrata il 27 ottobre scorso, nel 25° della prima, sta a dire che quella cancellazione della novità conciliare non c’è stata. Politi insiste sulla “catastrofe di Regensburg” e qualche ragione certo ce l’ha, ma dopo Regensburg c’è stato il viaggio in Turchia della fine di quell’anno 2006 e il viaggio in Terra Santa del 2009 e infine Assisi che ci permettono di dire che quell’incidente fu superato e messo a frutto. Anche le difficoltà ritornanti con l’ebraismo sono le stesse che si ebbero con i precedenti Pontificati: la visita – già citata – in Israele e quella dell’anno scorso alla Sinagoga di Roma sono lì ad attestare che non si è prodotto nessun clamoroso dietrofront.

L’ecumenismo: in visita al Patriarca di Costantinopoli nel novembre del 2006 Papa Benedetto ha confermato il proposito di Giovanni Paolo di una ricerca in comune di “nuove forme del ministero petrino” che possano essere accettate da tutte le Chiese. L’incontro con i luterani avvenuto il settembre scorso a Erfurt sta a dire che anche in quella direzione si sta camminando. Certo con il passo di Roma: ma anche sotto Paolo VI e Giovanni Paolo II si diceva che l’ecumenismo segnava il passo.

A mio parere Politi ingigantisce il significato degli “errori comunicativi” che si sono verificato nei primi sei anni di questo Pontificato: Regensburg, il preservativo, Williamson e altri minori; e sottovaluta scelte di fondo che hanno già dato frutti visibili.

Di Regensburg ho già detto. Sul preservativo va data una migliore valutazione della frase “legittimante” di Papa Ratzinger contenuta nel libro intervista Luce del mondo, rispetto a quella minimalista fatta propria da Politi a pagina 205 del volume. Il Papa ha segnalato un caso di “uso giustificato” analogo a quelli che i cardinali Martini, Cottier, Tettamanzi, Lozano Barragan avevano già proposto.

Dicevo che mentre ingigantisce gli incidenti comunicativi, Politi sottovaluta scelte strategiche che meriterebbero una migliore lettura. Ne segnalo quattro: la Giornata di Assisi (di cui ho già detto), la riforma delle finanze (che il collega liquida come “imposta” dalle circostanze: fu imposta ma è ugualmente strategica e storica), il Cortile dei Gentili, la creazione degli Ordinariati per persone provenienti dalla Comunione anglicana.

E’ vero che non sappiamo ancora che cosà potrà fare il Cortile dei Gentili (così si esprime Politi a pagina 282) ma l’idea di ricondurlo a un’accezione discriminante del dialogo con i non credenti mi pare decisamente prevenuta. A più riprese il collega polemizza con il “rifiuto” di Papa Ratzinger di “aprire la discussione sull’ordinazione degli sposati” (vedi per esempio a pagina 289) e non tiene conto del fatto che la Costituzione apostolica sugli Ordinariati per i provenienti dall’anglicanesimo prevede l’ordinazione degli uomini sposati: nello stile della prudenza che si addice a un Papa questo è un passo verso la possibilità di una tale ordinazione anche nella Chiesa latina della quale gli Ordinariati post-anglicani faranno parte.

“Non si coglie l’indicazione di una rotta” conclude Politi a pagina 303. E invece sì che la si coglie. E’ una rotta che non punta sulle riforme ma sulla conversione, che è benissimo espressa dalla scelta del Papa teologo di concentrarsi sulla figura di Gesù e sulla predicazione di un Dio che è “tutto amore e solo amore”. Una rotta che non rinnega nulla del Vaticano II ma ne sollecita una fedeltà attenta alla lettera oltre che allo spirito. Che pone come prioritaria e fondante la fase dell’ascolto e della purificazione interiore rispetto a quella della proclamazione ad extra, che vuole proposta nell’umiltà di chi è consapevole dei propri limiti. La richiesta di perdono per i peccati di pedofilia – altra sottovalutazione di Politi – va considerata come un atto di governo a pieno titolo.

Luigi Accattoli

www.luigiaccattoli.it