Benedetto Giuseppe Labre: stasera alla Madonna dei Monti e domenica dal Papa
Due notizie: una grande e una minima. Domenica 16 novembre, che è la prossima, per la Giornata mondiale dei poveri le reliquie di San Benedetto Giuseppe Labre, custodite nella chiesa romana di Santa Maria ai Monti, che è la mia parrocchia, saranno a San Pietro per la celebrazione eucaristica presieduta da Papa Leone: e questa è la notizia maiuscola. L’altra è minima: stasera alle 19.30 io parlo del nostro santo nella nostra chiesa, trattando lo stesso argomento che è nel titolo del libretto che vedi nella foto Nei commenti il testo della conferenza
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Luigi Accattoli
Benoît Joseph Labre (Amettes, Francia, 1748 – Roma 1783) è uno dei santi più straordinari dell’epoca moderna: pellegrino a vita, laico, senza casa e senza famiglia, vive per la strada e tra i più poveri per occuparsi solo della ricerca di Dio.
Visse appena 35 anni restando a tutti sconosciuto, ma la sua santità fu immediatamente riconosciuta dal popolo cristiano di Roma, a partire dai poveri tra i quali era vissuto.
Nasce in una famiglia di contadini benestanti e di solida pratica cristiana, primo di 15 figli, con due zii sacerdoti, che si prendono cura della sua educazione fino verso i vent’anni quando inizia a bussare senza fortuna alla porta di vari monasteri certosini, trappisti, cistercensi.
Resta sei settimane in una Certosa e otto mesi in un monastero cistercense: ma ovunque lo dimettono concludendo che non è fatto per la vita comunitaria.
Nel congedarlo l’abate cistercense gli dice: Figlio mio, non eravate destinato al nostro ordine. Dio vi aspetta altrove.
11 Novembre, 2025 - 17:38
Luigi Accattoli
Respinto dai monasteri. I rigori dei Certosini, dei Trappisti, dei Cistercensi a lui parevano “troppo miti”. In vista dell’ammissione alla vita monastica apprese il latino, familiarizzò con la Scrittura, si esercitò nel canto liturgico. Gli ripugnava invece lo studio della Dialettica, cioè della filosofia. Nelle due brevi esperienze monastiche – scriverà il suo confessore e biografo Giuseppe Marconi, penitenziere a Sant’Ignazio, in Roma – era colto da aridità spirituale e “credeva di più non vedere il suo Dio”.
L’altrove di Benedetto Giuseppe – preconizzato dal congedo dell’abate che l’aveva avuto novizio – diventa il pellegrinaggio e il nostro sarà un contemplativo della strada. A partire dai 22 anni, si fa pellegrino in Francia, Germania, Polonia, Svizzera, Spagna dove arriva a Santiago di Compostela e Italia, dove si spinge fino a Santa Maria di Leuca. Si calcola che in 14 anni abbia percorso circa 30.000 chilometri. Arriva a Roma nel dicembre del 1770, passando per Loreto e Assisi. A Loreto andrà 11 volte, ad Einsiedeln (Santuario mariano della Svizzera tedesca) cinque volte.
In Roma anche peregrina da una chiesa all’altra e dorme al Colosseo, sotto il 43° arco, alla V stazione della Via Crucis: quella del Cireneo che aiuta Gesù a portare la croce.
Il Giovedì Santo del 1783 si accascia sfinito sui gradini che sono davanti alla facciata di Santa Maria ai Monti, dove passava intere giornate in contemplazione dell’icona mariana che vi è custodita. Viene soccorso dalla famiglia del “macellaro” Francesco Zaccarelli: il figlio Pierpaolo lo porta nella loro casa di Via dei Serpenti e la figlia Anna lo sistema nel proprio letto.
Riceve l’Unzione degli infermi e spira la sera di quello stesso giorno. Aveva appena compiuto i 35 anni. Acclamato santo dalla voce popolare, il processo per la canonizzazione viene avviato a un anno dalla morte. Sarà fatto beato nel 1860 da Pio IX e canonizzato nel 1881 da Leone XIII. La sua festa è posta al 16 aprile, che è la data della morte. La casa nella quale è morto dopo la canonizzazione diviene (nel 1885) un santuario che custodisce la sua memoria, affidato oggi alle Oblate Apostole Pro Sanctitate (via dei Serpenti 2).
Il processo di canonizzazione avviato tempestivamente ha raccolto le testimonianze di chi l’aveva conosciuto: dai genitori ai confessori, ai frequentatori delle chiese e dei santuari dove si era fatto pellegrino, alle famiglie che l’avevano ospitato nei pellegrinaggi. In tanti luoghi vennero segnalate tracce del suo passaggio e della sua carità. Presto gli furono attribuite guarigioni.
Dopo che era morto, cavarono dalla sua sacca sdrucita i libri che aveva sempre con sé: un breviario che usava tutti i giorni, l’Imitazione di Cristo in latino, il Memoriale della vita cristiana del domenicano Louis de Grenade, l’Epistola di Gesù Cristo alle anime fedeli del certosino Jean Juste Lanspergio, un Esercizio della Via Crucis, l’Ufficio dei sette dolori della Vergine.
11 Novembre, 2025 - 17:38
Luigi Accattoli
Due lettere ai genitori gli unici suoi scritti. Dell’ottobre 1769 e dell’agosto 1970 sono le due lettere ai genitori, unici suoi testi giunti fino a noi: scrive prima per informare che ha lasciato la Certosa dove era stato accolto, e dopo – con l’altra lettera – per informare che ha lasciato anche il monastero cistercense: Considero la cosa come un ordine della Divina Provvidenza che mi chiama ad uno stato più perfetto […]. Il buon Dio che ho ricevuto prima di uscire mi assisterà e mi condurrà nell’impresa che Lui stesso mi ha ispirata. Io avrò sempre il suo timore davanti agli occhi e il suo amore nel cuore […]. Ho preso la via di Roma. Adesso sono quasi a mezza strada […]. È per ordine della Provvidenza che ho intrapreso questo viaggio.
Il grido di santità – “E’ morto il santo – il penitente del Colosseo” – fu così rapido che le due parrocchie romane dov’era più conosciuto, San Salvatore ai Monti e San Martino ai Monti, si disputarono il diritto ad averne la tomba: la casa dove era morto dipendeva dall’una, l’ospizio dell’abate Paolo Mancini, sua ultima residenza, dall’altra [tre anni prima della morte, l’abate l’aveva convinto a prendere alloggio, per recuperare forze, nell’ospizio ch’egli aveva realizzato presso la chiesa di San Martino].
Dalla sera del Giovedì Santo fino alla domenica di Pasqua il corpo fu esposto alla Madonna dei Monti. Tanta era l’affluenza di popolo che i soldati corsi che montavano la guardia alle porte di Roma furono chiamati da una vicina caserma per assicurare il servizio d’ordine.
La tomba fu sistemata “in quella chiesa da lui più d’ogni altra frequentata, ed in quella parte medesima, in cui era stato veduto per più anni starsene orando genuflesso” (Giuseppe Marconi).
11 Novembre, 2025 - 17:39
Luigi Accattoli
Uomo di nuda fede in un tempo di religione mondanizzata. Anche la scelta di farsi povero, che tanto l’avvicina a Francesco d’Assisi, va intesa come radicale spoliazione da tutto ciò che non è di aiuto alla ricerca di Dio.
Giunto a Roma – come già detto – nel 1770, Benedetto Giuseppe riparte nel 1793 per compiere il Cammino di Compostela, passando per Manresa, in Catalogna, per pregare nella Grotta di Ignazio di Lojola e per venerare a Saragoza la Virgen del Pilar. Rientrerà a Roma il 3 aprile del 1774.
Mentr’egli pieno di commozione visita in Spagna i luoghi di Ignazio di Loyola, Clemente XIV sopprime la Compagnia di Gesù: l’ultimo atto è dell’agosto 1773. Il generale dei Gesuiti, Lorenzo Ricci, viene imprigionato a Castel Sant’Angelo e muore in carcere. Il Papa soppressore muore il 22 settembre 1774 e per eleggere il successore, Pio VI, dovranno passare quasi cinque mesi, con ogni interferenza dei sovrani europei, in un tripudio di lotte tra ordini religiosi e cordate cardinalizie. Pio VI: cioè Papa Braschi, l’ultimo Pontefice nepotista, che farà costruire una reggia in Roma per i parenti, il Palazzo Braschi che affaccia grandioso su piazza Navona.
La sua lontananza e insieme il suo pieno rispetto per quella Roma papale li manifesterà in pienezza rispondendo così a chi lo rimprovererà per non essere andato a Porta del Popolo a festeggiare Pio VI in partenza per Vienna, il 27 febbraio 1782, avendo preferito fare visita a un malato presso il Colosseo: “A che serve vedere il Papa? Bisogna pregare per lui”.
Non mendicava. Raramente chiedeva l’elemosina, e solo per aiutare altri, più bisognosi. Non mendicava pane, mendicava Dio. Benedetto Labre, girovago e mendicante di Dio lo invocano le Litanie di Bose.
Monaco della città o del cammino, potrebbe anche essere una sua descrizione.
Santo della strada. Girovago e mendicante di Dio, lo invocano le litanie di Bose.
“San Benedetto Labre fu cercatore di Dio sulle strade della terra. La solitudine fu la sua vocazione, foss’egli smarrito fra sentieri selvaggi o fra il popolo di Roma. La contemplazione dovette essere tutta la sua vita nel tempo che precedette la beatitudine eterna” (Jacques e Raissa Maritain).
Ma forse la parola più penetrante sulla santità donata dallo Spirito di cui fu portatore Benedetto Giuseppe la scrisse la mamma di Benedetto, Anne Barbe, a una signora di Loreto, Barbara Sori, che aveva più volte ospitato il pellegrino: «Se Benoît-Joseph, il nostro caro figlio, si è santificato sulla terra con la pratica dell’umiltà e di altre virtù cristiane, io confesso candidamente che la condotta o piuttosto la vita edificante ch’egli ha condotto fin dall’infanzia era il puro effetto della grazia e per conseguenza, solo il lavoro dello Spirito Santo […]. Anne Barbe Gensire – Amettes – 20 gennaio 1785».
E’ straordinaria la consapevolezza evangelica di questa madre contadina e merciaia che in quel messaggio occasionale di fine Settecento mostra una perfetta intuizione del concetto di “santità donata dallo Spirito” che il teologo Hans Urs von Balthasar formulerà due secoli più tardi, nel volume Sorelle nello Spirito. Teresa di Lisieux e Elisabella di Digione (1970), per distinguerla dalla “santità abituale”, educata dalla Chiesa.
11 Novembre, 2025 - 17:39
Luigi Accattoli
Attualità di Labre nel terzo millennio. Un santo antico ma anche anticipatore. Interrogato su come riuscisse a superare la notte oscura della fede di cui faceva esperienza, rispondeva: Allora io unisco la mia desolazione a quella di Gesù nell’Orto degli Olivi (testimonianza processuale del padre Temple). In queste parole avvertiamo un’anticipazione di Teresa di Lisieux (1873-1897) e addirittura di Chiara Lubich (1920-2008), maestra dell’amore a “Gesù abbandonato”.
Avendo narrato a un confessore che nel meditare la Passione di Cristo si sentiva “sollevato verso la Trinità”, richiesto di dire che cosa conoscesse di quel mistero, rispose: Io non conosco niente ma mi sento trasportato (testimonianza processuale del padre Almerici). Qui si avverte qualcosa di Santa Elisabetta di Digione (1880-1906) che dalla Trinità si sentiva “portata in Paradiso”.
Interrogato su come riuscisse a non disperare della salvezza, pur trovandosi spesso nella prova della fede, rispondeva: Il primo movimento del mio cuore è di persuadermi che voi, mio Signore Beneamato, non siete lontano da me come i miei difetti meriterebbero. E confidava che essendo “Dio tanto buono e tanto amorevole, basta dimandargli di cuore ciò che spetta alla salute dell’anima e al bene del corpo per ottenerlo” (ibidem). Qui pare di sentire Papa Francesco sulla Misericordia divina che sempre e tutto dona e perdona.
Come Francesco di Assisi e come ogni altro protagonista della spoliazione evangelica, Benedetto Giuseppe si fa povero non essendolo e la “povertà volontaria” diviene – come narra il già citato Giuseppe Marconi – “la sua caratteristica più propria”, che l’aiuta a “prendere la forma di poverello ad imitazione di Gesù Cristo” fino alla “risoluzione di vivere e morire in un’estrema mendicità”. Già allora e oggi di nuovo in questo “folle di Dio” e pellegrino dell’Assoluto siamo invitati a vedere un’icona o figura cristologica, cioè un’immagine del Cristo che “spogliò se stesso assumendo la condizione di servo” (Filippesi 2, 7).
11 Novembre, 2025 - 17:40
Luigi Accattoli
Patrono dei senzatetto e di chi li accoglie. Benedetto Giuseppe Labre che visse da girovago e da uomo privo di fissa dimora volentieri ricambiava l’ospitalità che gli veniva offerta pregando per chi l’accoglieva nei fienili, nelle stalle, nei sottoscala, nei capanni degli attrezzi. Oggi che le nostre città e i nostri villaggi sono di nuovo rigurgitanti di persone prive di abitazione, oggi che Roma – la patria di elezione del Labre – pare divenuta la capitale dei senza fissa dimora, il nostro santo potrebbe essere considerato il patrono dei senzatetto e di chi li accoglie.
Concludo indicando gli insegnamenti che ci vengono dalla figura di questo santo fuori da ogni modello e tradizione:
1. che la santità di Benedetto Giuseppe, colta innanzitutto dai poveri in mezzo ai quali era vissuto, ci attesta che mai in nessuna epoca il Popolo di Dio ha smarrito il sentimento di Cristo povero, neanche in epoche nelle quali quel sentimento non ispirava la vita della Chiesa gerarchica;
2. che quella santità attestata da un povero tra i poveri potrebbe trovare una rinnovata attualità nella Chiesa del Vaticano II e dei Papi Francesco e Leone che “riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del proprio fondatore, povero e sofferente” (Lumen Gentium 8,3).
Che Francesco e Leone siano, ambedue, straordinari avvocati dei poveri lo attesta la esortazione apostolica “Dilexi te”, fatta preparare dal primo e pubblicata ora (il 9 ottobre) dal secondo: Dilexi te. Esortazione apostolica sull’amore verso i poveri.
Benoît Joseph Labre (Amettes, Francia, 1748 – Roma 1783) è uno dei santi più straordinari dell’epoca moderna: pellegrino a vita, laico, senza casa e senza famiglia, vive per la strada e tra i più poveri per occuparsi solo della ricerca di Dio.
Visse appena 35 anni restando a tutti sconosciuto, ma la sua santità fu immediatamente riconosciuta dal popolo cristiano di Roma, a partire dai poveri tra i quali era vissuto.
Nasce in una famiglia di contadini benestanti e di solida pratica cristiana, primo di 15 figli, con due zii sacerdoti, che si prendono cura della sua educazione fino verso i vent’anni quando inizia a bussare senza fortuna alla porta di vari monasteri certosini, trappisti, cistercensi.
Resta sei settimane in una Certosa e otto mesi in un monastero cistercense: ma ovunque lo dimettono concludendo che non è fatto per la vita comunitaria.
Nel congedarlo l’abate cistercense gli dice: Figlio mio, non eravate destinato al nostro ordine. Dio vi aspetta altrove.
Respinto dai monasteri. I rigori dei Certosini, dei Trappisti, dei Cistercensi a lui parevano “troppo miti”. In vista dell’ammissione alla vita monastica apprese il latino, familiarizzò con la Scrittura, si esercitò nel canto liturgico. Gli ripugnava invece lo studio della Dialettica, cioè della filosofia. Nelle due brevi esperienze monastiche – scriverà il suo confessore e biografo Giuseppe Marconi, penitenziere a Sant’Ignazio, in Roma – era colto da aridità spirituale e “credeva di più non vedere il suo Dio”.
L’altrove di Benedetto Giuseppe – preconizzato dal congedo dell’abate che l’aveva avuto novizio – diventa il pellegrinaggio e il nostro sarà un contemplativo della strada. A partire dai 22 anni, si fa pellegrino in Francia, Germania, Polonia, Svizzera, Spagna dove arriva a Santiago di Compostela e Italia, dove si spinge fino a Santa Maria di Leuca. Si calcola che in 14 anni abbia percorso circa 30.000 chilometri. Arriva a Roma nel dicembre del 1770, passando per Loreto e Assisi. A Loreto andrà 11 volte, ad Einsiedeln (Santuario mariano della Svizzera tedesca) cinque volte.
In Roma anche peregrina da una chiesa all’altra e dorme al Colosseo, sotto il 43° arco, alla V stazione della Via Crucis: quella del Cireneo che aiuta Gesù a portare la croce.
Il Giovedì Santo del 1783 si accascia sfinito sui gradini che sono davanti alla facciata di Santa Maria ai Monti, dove passava intere giornate in contemplazione dell’icona mariana che vi è custodita. Viene soccorso dalla famiglia del “macellaro” Francesco Zaccarelli: il figlio Pierpaolo lo porta nella loro casa di Via dei Serpenti e la figlia Anna lo sistema nel proprio letto.
Riceve l’Unzione degli infermi e spira la sera di quello stesso giorno. Aveva appena compiuto i 35 anni. Acclamato santo dalla voce popolare, il processo per la canonizzazione viene avviato a un anno dalla morte. Sarà fatto beato nel 1860 da Pio IX e canonizzato nel 1881 da Leone XIII. La sua festa è posta al 16 aprile, che è la data della morte. La casa nella quale è morto dopo la canonizzazione diviene (nel 1885) un santuario che custodisce la sua memoria, affidato oggi alle Oblate Apostole Pro Sanctitate (via dei Serpenti 2).
Il processo di canonizzazione avviato tempestivamente ha raccolto le testimonianze di chi l’aveva conosciuto: dai genitori ai confessori, ai frequentatori delle chiese e dei santuari dove si era fatto pellegrino, alle famiglie che l’avevano ospitato nei pellegrinaggi. In tanti luoghi vennero segnalate tracce del suo passaggio e della sua carità. Presto gli furono attribuite guarigioni.
Dopo che era morto, cavarono dalla sua sacca sdrucita i libri che aveva sempre con sé: un breviario che usava tutti i giorni, l’Imitazione di Cristo in latino, il Memoriale della vita cristiana del domenicano Louis de Grenade, l’Epistola di Gesù Cristo alle anime fedeli del certosino Jean Juste Lanspergio, un Esercizio della Via Crucis, l’Ufficio dei sette dolori della Vergine.
Due lettere ai genitori gli unici suoi scritti. Dell’ottobre 1769 e dell’agosto 1970 sono le due lettere ai genitori, unici suoi testi giunti fino a noi: scrive prima per informare che ha lasciato la Certosa dove era stato accolto, e dopo – con l’altra lettera – per informare che ha lasciato anche il monastero cistercense: Considero la cosa come un ordine della Divina Provvidenza che mi chiama ad uno stato più perfetto […]. Il buon Dio che ho ricevuto prima di uscire mi assisterà e mi condurrà nell’impresa che Lui stesso mi ha ispirata. Io avrò sempre il suo timore davanti agli occhi e il suo amore nel cuore […]. Ho preso la via di Roma. Adesso sono quasi a mezza strada […]. È per ordine della Provvidenza che ho intrapreso questo viaggio.
Il grido di santità – “E’ morto il santo – il penitente del Colosseo” – fu così rapido che le due parrocchie romane dov’era più conosciuto, San Salvatore ai Monti e San Martino ai Monti, si disputarono il diritto ad averne la tomba: la casa dove era morto dipendeva dall’una, l’ospizio dell’abate Paolo Mancini, sua ultima residenza, dall’altra [tre anni prima della morte, l’abate l’aveva convinto a prendere alloggio, per recuperare forze, nell’ospizio ch’egli aveva realizzato presso la chiesa di San Martino].
Dalla sera del Giovedì Santo fino alla domenica di Pasqua il corpo fu esposto alla Madonna dei Monti. Tanta era l’affluenza di popolo che i soldati corsi che montavano la guardia alle porte di Roma furono chiamati da una vicina caserma per assicurare il servizio d’ordine.
La tomba fu sistemata “in quella chiesa da lui più d’ogni altra frequentata, ed in quella parte medesima, in cui era stato veduto per più anni starsene orando genuflesso” (Giuseppe Marconi).
Uomo di nuda fede in un tempo di religione mondanizzata. Anche la scelta di farsi povero, che tanto l’avvicina a Francesco d’Assisi, va intesa come radicale spoliazione da tutto ciò che non è di aiuto alla ricerca di Dio.
Giunto a Roma – come già detto – nel 1770, Benedetto Giuseppe riparte nel 1793 per compiere il Cammino di Compostela, passando per Manresa, in Catalogna, per pregare nella Grotta di Ignazio di Lojola e per venerare a Saragoza la Virgen del Pilar. Rientrerà a Roma il 3 aprile del 1774.
Mentr’egli pieno di commozione visita in Spagna i luoghi di Ignazio di Loyola, Clemente XIV sopprime la Compagnia di Gesù: l’ultimo atto è dell’agosto 1773. Il generale dei Gesuiti, Lorenzo Ricci, viene imprigionato a Castel Sant’Angelo e muore in carcere. Il Papa soppressore muore il 22 settembre 1774 e per eleggere il successore, Pio VI, dovranno passare quasi cinque mesi, con ogni interferenza dei sovrani europei, in un tripudio di lotte tra ordini religiosi e cordate cardinalizie. Pio VI: cioè Papa Braschi, l’ultimo Pontefice nepotista, che farà costruire una reggia in Roma per i parenti, il Palazzo Braschi che affaccia grandioso su piazza Navona.
La sua lontananza e insieme il suo pieno rispetto per quella Roma papale li manifesterà in pienezza rispondendo così a chi lo rimprovererà per non essere andato a Porta del Popolo a festeggiare Pio VI in partenza per Vienna, il 27 febbraio 1782, avendo preferito fare visita a un malato presso il Colosseo: “A che serve vedere il Papa? Bisogna pregare per lui”.
Non mendicava. Raramente chiedeva l’elemosina, e solo per aiutare altri, più bisognosi. Non mendicava pane, mendicava Dio. Benedetto Labre, girovago e mendicante di Dio lo invocano le Litanie di Bose.
Monaco della città o del cammino, potrebbe anche essere una sua descrizione.
Santo della strada.
Girovago e mendicante di Dio, lo invocano le litanie di Bose.
“San Benedetto Labre fu cercatore di Dio sulle strade della terra. La solitudine fu la sua vocazione, foss’egli smarrito fra sentieri selvaggi o fra il popolo di Roma. La contemplazione dovette essere tutta la sua vita nel tempo che precedette la beatitudine eterna” (Jacques e Raissa Maritain).
Ma forse la parola più penetrante sulla santità donata dallo Spirito di cui fu portatore Benedetto Giuseppe la scrisse la mamma di Benedetto, Anne Barbe, a una signora di Loreto, Barbara Sori, che aveva più volte ospitato il pellegrino: «Se Benoît-Joseph, il nostro caro figlio, si è santificato sulla terra con la pratica dell’umiltà e di altre virtù cristiane, io confesso candidamente che la condotta o piuttosto la vita edificante ch’egli ha condotto fin dall’infanzia era il puro effetto della grazia e per conseguenza, solo il lavoro dello Spirito Santo […]. Anne Barbe Gensire – Amettes – 20 gennaio 1785».
E’ straordinaria la consapevolezza evangelica di questa madre contadina e merciaia che in quel messaggio occasionale di fine Settecento mostra una perfetta intuizione del concetto di “santità donata dallo Spirito” che il teologo Hans Urs von Balthasar formulerà due secoli più tardi, nel volume Sorelle nello Spirito. Teresa di Lisieux e Elisabella di Digione (1970), per distinguerla dalla “santità abituale”, educata dalla Chiesa.
Attualità di Labre nel terzo millennio. Un santo antico ma anche anticipatore. Interrogato su come riuscisse a superare la notte oscura della fede di cui faceva esperienza, rispondeva: Allora io unisco la mia desolazione a quella di Gesù nell’Orto degli Olivi (testimonianza processuale del padre Temple). In queste parole avvertiamo un’anticipazione di Teresa di Lisieux (1873-1897) e addirittura di Chiara Lubich (1920-2008), maestra dell’amore a “Gesù abbandonato”.
Avendo narrato a un confessore che nel meditare la Passione di Cristo si sentiva “sollevato verso la Trinità”, richiesto di dire che cosa conoscesse di quel mistero, rispose: Io non conosco niente ma mi sento trasportato (testimonianza processuale del padre Almerici). Qui si avverte qualcosa di Santa Elisabetta di Digione (1880-1906) che dalla Trinità si sentiva “portata in Paradiso”.
Interrogato su come riuscisse a non disperare della salvezza, pur trovandosi spesso nella prova della fede, rispondeva: Il primo movimento del mio cuore è di persuadermi che voi, mio Signore Beneamato, non siete lontano da me come i miei difetti meriterebbero. E confidava che essendo “Dio tanto buono e tanto amorevole, basta dimandargli di cuore ciò che spetta alla salute dell’anima e al bene del corpo per ottenerlo” (ibidem). Qui pare di sentire Papa Francesco sulla Misericordia divina che sempre e tutto dona e perdona.
Come Francesco di Assisi e come ogni altro protagonista della spoliazione evangelica, Benedetto Giuseppe si fa povero non essendolo e la “povertà volontaria” diviene – come narra il già citato Giuseppe Marconi – “la sua caratteristica più propria”, che l’aiuta a “prendere la forma di poverello ad imitazione di Gesù Cristo” fino alla “risoluzione di vivere e morire in un’estrema mendicità”. Già allora e oggi di nuovo in questo “folle di Dio” e pellegrino dell’Assoluto siamo invitati a vedere un’icona o figura cristologica, cioè un’immagine del Cristo che “spogliò se stesso assumendo la condizione di servo” (Filippesi 2, 7).
Patrono dei senzatetto e di chi li accoglie. Benedetto Giuseppe Labre che visse da girovago e da uomo privo di fissa dimora volentieri ricambiava l’ospitalità che gli veniva offerta pregando per chi l’accoglieva nei fienili, nelle stalle, nei sottoscala, nei capanni degli attrezzi. Oggi che le nostre città e i nostri villaggi sono di nuovo rigurgitanti di persone prive di abitazione, oggi che Roma – la patria di elezione del Labre – pare divenuta la capitale dei senza fissa dimora, il nostro santo potrebbe essere considerato il patrono dei senzatetto e di chi li accoglie.
Concludo indicando gli insegnamenti che ci vengono dalla figura di questo santo fuori da ogni modello e tradizione:
1. che la santità di Benedetto Giuseppe, colta innanzitutto dai poveri in mezzo ai quali era vissuto, ci attesta che mai in nessuna epoca il Popolo di Dio ha smarrito il sentimento di Cristo povero, neanche in epoche nelle quali quel sentimento non ispirava la vita della Chiesa gerarchica;
2. che quella santità attestata da un povero tra i poveri potrebbe trovare una rinnovata attualità nella Chiesa del Vaticano II e dei Papi Francesco e Leone che “riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del proprio fondatore, povero e sofferente” (Lumen Gentium 8,3).
Che Francesco e Leone siano, ambedue, straordinari avvocati dei poveri lo attesta la esortazione apostolica “Dilexi te”, fatta preparare dal primo e pubblicata ora (il 9 ottobre) dal secondo: Dilexi te. Esortazione apostolica sull’amore verso i poveri.