Organizzo dibattiti su Papa Francesco con il collega Rusconi

 

Con altro perdigiorno come me, Giuseppe Rusconi, sono promotore di un’iniziativa forse patetica: dibattiti pubblici su papa Bergoglio finalizzati a intenderci, se possibile, tra diversi.

“Dubia e certezze su Papa Francesco” era intitolato il primo, che abbiamo fatto nella libreria romana Russia Ecumenica il 26 gennaio. Giuseppe interpretava i dubia e io le certezze. C’eravamo detti che se avessimo avuto più di venti presenze avremmo continuato. Ne abbiamo avute 32 e il secondo appuntamento, alla Stampa Estera, l’abbiamo intitolato: “Papa Bergoglio: picconatore della Chiesa cattolica?”

Anche stavolta le presenze sono andate sopra ai trenta e allora ci siamo montati la testa. Mentre scrivo stiamo preparando il terzo, che sarà nella mia parrocchia, la Madonna dei Monti e già immaginiamo un quarto presso la sua parrocchia, che è Sant’Ippolito. Il prossimo si farà nell’anniversario dell’elezione di Francesco, il 13 marzo ed è intitolato: “Dibattito su Papa Francesco: tre obiezioni e tre risposte”. Rusconi obietterà e io risponderò.

 

Non vogliamo moderatori

e ci rimbecchiamo liberamente

Ci proponiamo incontri mensili. Fino a oggi abbiamo trattato l’incontro ecumenico di Lund, i dubia dei quattro cardinali, la vicenda dell’Ordine di Malta, i manifesti antipapali apparsi sui muri di Roma il 4 febbraio.

La presentazione degli argomenti è a due voci e poi si lascia la parola al pubblico per le domande. Risponde quello di noi che è chiamato in causa. Non vogliamo moderatori: ci rimbecchiamo liberamente.

Finalità dell’iniziativa è di dare spazio al confronto mediano tra le diverse opinioni. Confronto che sulla scena pubblica è penalizzato a vantaggio delle posizioni estreme, reciprocamente delegittimanti. Ci impegniamo a svolgere ognuno la propria lettura tenendo conto delle riserve dell’altro, e non al fine di combatterle ma di contribuire a superarle. Valorizzare il coraggio di Lund non vuol dire negare il rischio che esso comporta. Fare qualche osservazione sulle nomine di cardinali e vescovi non porta alla demonizzazione delle persone. Esporre dubbi non è un reato ma neanche la tardante risposta lo sarà. Dei manifesti si può ridere o ci si può preoccupare senza fare peccato: tutti e due ne abbiamo riso.

La finalità vorrebbe essere costruttiva e non divaricante. Rusconi e io svolgiamo da decenni un lavoro di accompagnamento giornalistico delle vicende vaticane e siamo liberi da vincoli aziendali o associativi. Ambedue in pensione, nessuno ci paga e a nessuno dobbiamo rispondere.

L’uno ritiene utile l’opinione dell’altro. Sempre abbiamo avuto posizioni diverse, mai abbiamo polemizzato. Ambedue siamo titolari di un blog (il suo si chiama “Rossoporpora”) e collaboriamo a testate quotidiane e periodiche.

Giuseppe nei due incontri è stato quello che sa chi visita il suo blog: pungente, pronto a provocare. Ma ragionatore. Incassa bene almeno quanto picchia e dunque io potevo controbattere senza provocare musi. Di me non dirò per conflitto d’interessi. Ma anch’io sono buon incassatore: nulla mi riesce bene come fare il tonto.

 

Un papa dovrebbe fare

solo omelie quadrate

Ad ambedue gli incontri è stato presente Sandro Magister. Al primo c’era anche Gianni Gennari. Alcuni mi hanno chiesto “ma perché non fai questi dibattiti con Magister”. Sandro ed io abbiamo la stessa età: venimmo al sole nel 1943, lui d’estate io in inverno. Abbiamo avuto un percorso professionale parallelo, fin da “Settegiorni”, tra gli anni ‘60 e ’70. Incredibile. Siamo stati sempre in contatto. Ma siamo troppo simili nell’uso delle fonti, nello stare al tema: ci scontreremmo terribilmente, non ci sarebbe una seconda puntata.

Con Rusconi, invece, forse funziona perché siamo asimmetrici. Lui motteggia e si muove molto. Io sto quasi fermo, tesso la mia tela. Ma sono contento che Sandro Magister partecipi. Se continuerà a venire, sarebbe un segno che il confronto è possibile. Lo stesso dico per Gennari verso Rusconi: Gianni sta a Giuseppe come Sandro a me.

Nel mio blog a ogni appuntamento posto la registrazione audio del dibattito. Riascoltandolo studio le critiche che Giuseppe fa al papa. E mi vado convincendo che a guidarlo siano due lucette che avevo già individuato in Aldo Maria Valli e in altri critici sistemici di Francesco: la moltiplicazione delle accuse (del tipo: “sbaglia gli accenti, è eretico, dice buonasera”) e il rigetto sostanziale dell’eredità conciliare.

Rusconi definisce “incredibile” l’omelia tenuta dal papa a Setteville di Guidonia il 16 gennaio 2017, quando disse “niente chiacchiere”. Ritiene che un papa dovrebbe fare solo omelie quadrate.

 

“Non ha nominato l’aborto

e ha cambiato opinione su Lutero”

Osserva che nella lettera di Francesco ai vescovi sulla “strage degli innocenti”, pubblicata il 2 gennaio 2017, non c’è “nessun accenno all’aborto”. Il papa aveva parlato dell’aborto nel messaggio “Urbi et Orbi” di Natale, una settimana prima e tornerà a parlarne il 5 febbraio: il senso della critica tradizionalista è che ne deve parlare in continuità.

Accusa Bergoglio di aver cambiato opinione su Lutero rispetto a un testo di 32 anni addietro: “O era poco valida quella posizione critica, o è poco valida quella positiva di oggi”. Argomento leggero, applicabile a ognuno che cambi opinione su qualche tema. Poniamo a Benedetto rispetto a Ratzinger.

Insiste con fare scandolezzato su Francesco che “valorizza molto positivamente Lutero”, dimenticando che altrettanto fecero il cardinale Willebrands per conto di Paolo VI, Giovanni Paolo in proprio e Benedetto altrettanto.

Sempre su Lutero Rusconi esclama: “Ha detto addirittura che la Riforma è stata una medicina per la Chiesa Cattolica”. Non è vero. Ha detto – di ritorno dall’Armenia, il 26 giugno 2016 – che “Lutero ha fatto una ‘medicina’ per la Chiesa, poi questa medicina si è consolidata in uno stato di cose, in una disciplina, in un modo di credere, in un modo di fare, in modo liturgico. Ma non era lui solo: c’era Zwingli, c’era Calvino… E dietro di loro chi c’era? I prìncipi, ‘cuius regio eius religio’. Dobbiamo metterci nella storia di quel tempo”. Insomma: Bergoglio disse in aereo che Lutero voleva curare e non dividere, ma le cose sono andate diversamente rispetto alle sue intenzioni. Per un testo ratzingeriano simile a quelli bergogliani quanto ad apprezzamento del protestantesimo, nel dibattito ho richiamato la pagina 135 del volume “Chiesa, ecumenismo e politica” (Paoline 1987): “Non è stato forse in tanti modi un bene per la Chiesa cattolica in Germania e altrove il fatto che sia esistito accanto alla Chiesa il protestantesimo con la sua liberalità e la sua devozione religiosa, con le sue lacerazioni e la sua elevata pretesa spirituale?”

 

“Ha detto che è un poco furbo”:

ma anche tu mi pari furbetto

Altra accusa del mio antagonista: “Francesco dice ‘Chiesa in uscita’: ma che vuol dire, verso dove si va? Non lo sa neanche lui”. Non è vero. Francesco il “come” e il “verso dove” dell’uscita li espone nel primo capitolo della “Gioia del Vangelo”, intitolato “La trasformazione missionaria della Chiesa”, che dà corpo al programma del Pontificato che in quella stessa esortazione è così formulato: “Riforma della Chiesa in uscita missionaria”. Si esce dai campi trincerati, dal linguaggio ricevuto, dalle consuetudini bloccanti per annunciare il Vangelo a ogni umanità.

“Francesco è contro le regole – dice ancora Rusconi – e non ci sono più segnaletiche. La sua Chiesa ha un’identità indistinta, fluida, simile alla cultura fluida del nostro tempo”. Lo hai visto confessare e confessarsi, in San Pietro, in San Giovanni, alle giornate mondiali della gioventù, alla Porziuncola? Richiamare alla necessità del sacramento della Penitenza almeno una volta alla settimana? Ti sembra strumentale a un’identità indistinta? E anche il dovere cogente della carità verso ogni carne di Cristo la definiresti fluida? E il diavolo che ci apposta, la necessità di guardare al Crocifisso e di stare a lungo davanti al Santissimo, l’invocazione a Maria?

“Ha detto ‘sono un poco furbo’. E’ un gesuita e dunque anche un poco furbo”. Non ci vedo nulla di male. Anch’io, nel mio piccolo, mi ritengo un poco furbo. E anche tu mi pari tale.

“Ha insultato e continua a insultare gran parte dei cattolici chiamandoli cristiani da pasticceria, da salotto, facce di peperoncini in aceto”: i predicatori di tutti i tempi – dalle lettere apostoliche ai Padri della Chiesa, a Bernardino e Caterina da Siena – hanno usato il genere letterario della “increpatio”, cioè del rimprovero verso gli ascoltatori. Definire le monizioni del pastore “insulti ai cattolici” è da sensitivi.

 

“Sostituisce Negri con Perego:

ma si può?”

“Procede con gesti autoritari” dice ancora Rusconi e fa tanti esempi e per ultimo cita il caso dell’arcivescovo di Ferrara Negri sostituito con Perego il 14 febbraio, osservando che con questa nomina “si passa dal bianco al nero”, tant’è che a Luigi Negri, “uno dei suoi maggiori critici tra i vescovi italiani”, chiama a succedere il responsabile CEI della Fondazione “Migrantes” Giancarlo Perego, cioè il più deciso sostenitore dell’accoglienza “sempre e comunque”. Io dico che spesso vengono poste obiezioni a Francesco per atti di governo secondo il suo intendimento che tutti i Papi hanno sempre compiuto. Il caso di Ferrara si presta poi al contropiede: la stessa opzione nel segno della discontinuità era stata compiuta nel 2012 da Benedetto nominando Negri al posto del liberal Paolo Rabitti. Ciò che poteva fare Benedetto non lo può Francesco?

Come si vede l’andamento è vivacetto. Io apprezzo la schiettezza di Rusconi ed egli la mia. Lodo il suo maggior fegato: parlare contro il papa è più difficile che parlare a favore. Ora andiamo nelle parrocchie e l’esito lo dirò la prossima volta.

Luigi Accattoli

Il Regno 6/2017