Come don Tonino Bello onorava l’Eucarestia

“Un tempo, quando un vescovo voleva esprimere comunione e solidarietà con un altro vescovo, spezzava durante la messa un frammento del Pane consacrato, lo metteva in un piccolo calice dove c’era il sangue del Signore, e glielo inviava per mezzo di un diacono. Era il dono del così detto ‘fermentum’. Oggi questo gesto lo voglio ripetere io. Ti invio il Corpo eucaristico del Signore che, consacrato nella messa di stamattina, festa della Madonna di Loreto (la Santa Casa che ha ‘trasvolato’), ti viene consegnato da don Ignazio, presbitero della mia Chiesa di Molfetta. Trattieni con te il dono. Ma trattieni anche il portatore”: così il vescovo di Molfetta Tonino Bello (1935-1993) scriveva il 10 dicembre 1984 al vescovo di Viedma Miguel Esteban Hesayne “per la partenza di don Ignazio De Gioia missionario in Argentina”. La lettera è alle pp. 162s del quinto volume dell’opera omnia del vescovo Bello (Molfetta 2003). L’ho rintracciata e la richiamo per la bella intonazione apostolica e in risposta al terzo commento al post del 27 gennaio, a riprova di quanto da me già affermato nel commento dello stesso giorno, ore 8.08, al post del 24 gennaio. Naturalmente il Viatico non compì il suo viaggio in una busta con sopra un francobollo – come ancora vanno affermando i denigratori del vescovo Bello – ma nella teca prevista dai canoni, appesa al collo del missionario. (Segue nel primo commento)

52 Comments

  1. Luigi Accattoli

    (Segue dal post) Ecco un altro passo della lettera del vescovo Tonino al vescovo Miguel: “Don Ignazio è il ‘fermentum’ che la nostra Chiesa ti invia con gioia. Con gioia, perché non perde nulla. Come, infatti, la nostra mensa eucaristica non si è impoverita stamattina per l’invio a te dell’Ostia consacrata, così la nostra Chiesa di Molfetta non si impoverisce per l’invio in Argentina di uno dei suoi sacerdoti migliori”.

    12 Febbraio, 2009 - 9:17
  2. Stupendo! Quello che a volte a noi preti manca, nelle relazioni tra noi e con i nostri vescovi, è proprio questa dimensione “eucaristica” del rapporto tra pastori, troppo spesso la relazione rischia di essere solo funzionale, a volte – sotto la maschera di una apparente cordialità – manca addirittura di calore umano.
    Per fortuna don Tonino continua a parlarci attraverso i suoi scritti!
    In questi giorni ho cominciato ad ospitare sopra casa mia un sacerdote del Mozambico, che si trova a Milano per studio, resterà qui qualche anno e mi darà anche una mano in parrocchia. Spero che la nostra relazione sacerdotale possa sviluppare anche questa dimensione di comunione autentica, sincera e cordiale.
    Grazie Luigi di questa pagina.

    12 Febbraio, 2009 - 10:10
  3. Luigi sei un provocatore. 🙂
    Continui a parlare del vescovo Bello… sei sulla strada della perdizione.

    12 Febbraio, 2009 - 10:48
  4. tonizzo

    Quanta strada ha macinato il Signore per predicare prima di finire sulla Croce? Quanta ne hanno fatta apostoli, missionari, sacerdoti, semplici fedeli, santi, papi? Il Cristianesimo deve e dovrà sempre avere le scarpe sporche di polvere, perché è questa la sua intima essenza. Ancora avanti, sempre!

    12 Febbraio, 2009 - 11:07
  5. Hasta la victoria, siempre! 🙂

    12 Febbraio, 2009 - 11:42
  6. Francesco73

    Giusto, bello soprattutto per “‘intonazione apostolica”.
    Forse è quella che ci manca di ascoltare, oggi, più ancora che l’intensità eucaristica di tanti gesti e segni.

    12 Febbraio, 2009 - 11:46
  7. maioba, sei un provocatore anche tu!

    12 Febbraio, 2009 - 12:11
  8. L’eucaristia esiste per essere frammentata. E’ un fatto costitutivo. Lo stesso è della carità.
    Proprio una bella pagina, grazie!

    12 Febbraio, 2009 - 14:38
  9. Luigi caro, le tue parole sono come balsamo sulle ferite…questa lettera che hai citato potrebbe essere inserita tranquillamente tra gli Atti degli Apostoli, è la stessa fede, lo stesso calore, la stessa intelligenza eucaristica…

    12 Febbraio, 2009 - 14:45
  10. Nino

    Una gran bella ventata di Spirito Santo.
    Questa mi mancava.
    Grazie Luigi.

    12 Febbraio, 2009 - 16:11
  11. fiorenza

    A “il moralista”:
    divertente la tua battuta su Luigi “provocatore”. Ma Luigi non ha bisogno di provocare Sumpontcura: essi sono in comunione. E non provoca nemmeno affus, o lo provoca non affamandolo ma inviandogli il dono di cose sante e benedette.

    In realtà, Luigi è sempre, e per tutti noi, un garbato provocatore. Ed io lo leggo in attesa, sempre, come tutti noi, credo, di essere provocata dal suo stile di pensiero e di vita (il nostro stile di pensiero, come il nostro modo di usare il linguaggio -per riprendere il post di ieri- è il nostro stile di vita). Il suo è un modello per me inarrivabile, e proprio per questo l’ho scelto come mio quotidiano provocatore.

    12 Febbraio, 2009 - 17:00
  12. e infatti, fiorenza, per me la “provocazione” è cosa santa… aiuta a smascherarsi (se si vuole).

    12 Febbraio, 2009 - 17:05
  13. a proposito dell’ultima frase citata da Luigi… mi capita di avere un amico prete che è stato fidei donum per dodici anni parroco a N’djamena in Chad, un missionario che è stato a fianco delle gente anche sotto le bombe… beh… il suo vescovo ha preteso che tornasse perché lamentava la carenza di preti nella sua diocesi… dice che deve “imparare a fare il parroco” (!) poi lo ha messo in un ufficio (e vabbè, ok, l’obbedienza, l’anno sabbatico, un po’ di tempo per lebaorare l’esperienza etc etc) … e lo manda in una parrocchia la domenica solo a dire messa.

    E facciamoci del male…

    12 Febbraio, 2009 - 17:10
  14. fiorenza

    Il “Fermentum” è il lievito non di questo mondo: non quello dei farisei né quello di Erode da cui Cristo Gesù invita a guardarsi (Mc.8, 14-21) ripetendoci: “come, ancora non capite?” (Mc. 8, 15).
    Ci siamo gonfiati del lievito dei farisei ipocriti ultrareligiosi che ripongono la loro speranza nella Legge (“non uccidere”), e in quello umano troppo umano degli ultralaicisti che ripongono la loro speranza nelle leggi., in questi ultimi giorni di confusione e di contrapposizione sulla vicenda Englaro. Gesù non è venuto per abolire la Legge, ma per darle il suo reale compimento, e, qui, ci soccorrono le parole riportate da Matteo 5, 17-47. E, in particolare, quelle in Mt. 5, 22, che ci ricordano che siamo tutti assassini. Né possiamo vivere senza rispetto delle leggi. Ma c’è ormai, nel mondo, un altro lievito, divino, che può far fermentare la pasta del mondo, e noi siamo chiamati a diventare quel lievito, quel dono sovrabbondante.
    Affascinante la chiarezza con cui il vescovo Tonino Bello accenna all’equivalenza tra don Ignazio e il piccolo frammento di Pane consacrato.
    Potessimo tenere bene a mente questo tutti noi che, tutti, siamo chiamati ad essere -in comunione- stirpe eletta, sacerdozio regale, gente santa.

    12 Febbraio, 2009 - 17:28
  15. ignigo74

    Credo che, vista la precarietà della vita, sia una grazia poter scegliere un maestro.
    Io, per me, da subito ho avvertito un’attrazione per don Primo Mazzolari. Fin da piccolino, quando nemmeno potevo immaginare cosa significasse don Primo, fin da piccolino mi ha attratto a se “La pieve sull’argine” oppure “Tu, non uccidere”. Negli anni ho raccolto tutto, questi frammenti, per capire se possibile il mistero bello e pulito di un uomo di Dio. Di un uomo libero. E’ un crescendo continuo e sento che il grosso nemmeno l’ho intravisto. Così scriveva di sé don Primo nel 1907: “ Appartengo a quella schiera di anime nervose, impressionabili, generose, amanti, che si sacrificano interamente ad un idea, ma che nella vita vera e reale non godono mai di un’intera felicità, perché danno più di quello che ricevono”. E ancora, parlando del seminario e della vita seminariale della quale aveva individuato ante litteram tutte le più fastidiose inautenticità: “Non ditemi questo è un giovane d’oro perché prega con le mani giunte, perché nella conversazione si avvicina e vi sorride, non fermatevi alla superficie, guardate se la sua pietà si riflette nella vita attiva, se sdegna certi abbassamenti vili, se insomma ha un carattere forte, libero, non servile”.

    Alcuni dei don, frequentatori di questo blog, hanno responsabilità seminariali di non indifferente peso. Offro a loro queste parole cariche di ossigeno: una ventata di aria fresca che si unisce all’amore non idolatrico di don Tonino per l’eucarestia.

    Il bene e la libertà si pagano cari, anche nella chiesa di Dio.

    Segnalo, sull’ultimo quaderno della Civiltà Cattolica (3 gennaio 2009),”don Primo Mazzolari”, pag. 12, di padre Vanzan SJ.

    12 Febbraio, 2009 - 21:51
  16. Nino

    Grazie Ignigo.
    Mi fa un gran piacere di sapere che un giovane sacerdote conosca la vita e gli scritti di don Primo.
    Ho la fortuna di aver letto e collezionato praticamente tutti i suoi scritti, in particolare quelli pubblicati dalla LOCUSTA del fedele Rienzo Colla.
    Ho perfino registrazioni dei suoi discorsi.
    Ricordo ancora l’intervento magistrale di Mino Martinazzoli al XVIII Congresso della Democrazia Cristiana che si svolse a febbraio del 1989 al Palaeur di Roma, e che concluse citando una frase di don Primo, di cui era stato un allievo, “talvolta bisogna avere il coraggio di passare all’opposizione di noi stessi”. Vi fu un’ovazione che durò più di mezz’ora, la più lunga di tutta la storia dei congressi DC.

    12 Febbraio, 2009 - 23:01
  17. fiorenza

    ignigo74, conosci sorella Maria di Campello e il carteggio tra lei e don Primo Mazzolari (L’ineffabile fraternità, ed. Qiqajon)? Sorella Maria è una delle mie maestre.

    13 Febbraio, 2009 - 0:01
  18. affus

    Quando alla comunine non si arriva col cuore , ecco che si va a caccia di gesti plateli, gesti teatrali ; per farsi un nome ?
    Ai posteri l’ardua sentenza ?

    FINANZA/ Quel documento “nascosto” che fa tremare le banche europee
    Mauro Bottarelli giovedì 12 febbraio 2009

    Un documento segreto di 17 pagine in cui, senza tanti giri di parole, stava scritto che le banche europee sono sedute sopra una montagna di assets tossici quantificabile in oltre 18 trilioni di euro.

    È questa l’unica, vera grande novità emersa dal vertice Ecofin di martedì e di cui nessuno ha parlato. Nel dossier, inoltre, si dice chiaramente che se gli Stati tenteranno l’ennesimo salvataggio ricomprando quei titoli spazzatura per ripulire i bilanci, i rischi di default sul debito saranno enormi e potranno gettare l’Unione Europea in uno stato di crisi ancora più profondo di quello attuale. Nel mirino per i rischi di rifinanziamento del debito in caso di un secondo intervento di salvataggio delle banche sono Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Irlanda e Gran Bretagna.

    «È essenziale – recita il documento – che il supporto offerto dai governi per garantire sollievo ai bilanci delle banche non sia di scala tale da far crescere preoccupazioni riguardo l’iper-indebitamento o problemi finanziari». Quindi, in entrambe le ipotesi i guai seri sembrano affacciarsi solo ora per l’Europa: se gli Stati staranno attenti al debito come richiesto dall’Ue, le banche presenteranno altri pesanti perdite e svalutazioni. Se invece si farà leva sul debito, il rischio di default statale non sarà più solo una remota ipotesi tecnica. La Commissione Europea ha infatti valutato che gli assets a rischio pesano per il 44% dei bilanci delle banche europee. I cosiddetti strumenti finanziari pesano nei “trading book” delle banche per qualcosa come 13,7 trilioni di euro, l’equivalente del 33% dei bilanci degli istituti di credito dell’Ue.

    Oltre a questo ci sono 4,5 trilioni di euro di cosiddetti “available for sale instruments”, pari all’11% dei bilanci delle banche Ue: in totale 18,2 trilioni di assets da eliminare. Inoltre, tutto ciò che finisce nel “trading book” è soggetto alla valutazione mark-to-market, cioè al valore di mercato mentre ciò che va nel “banking book” sono per lo più prestiti o altri assets che le banche pensano di poter portare a maturazione: peccato che tra gli strumenti soggetti al mark-to-market ci siano anche gli “available for sale instruments”, strumenti finanziari poco fa quantificati in 4,5 trilioni di euro.

    Il summit Ue di fine febbraio aveva tra le priorità proprio l’indicazione di una modalità condivisa per l’eliminazione degli assets tossici attraverso il loro acquisto da parte degli Stati ma a questo punto il timore si è trasferito sul continuo allargamento dello spread dei titoli di Stato emessi dalle varie nazioni: l’Europa, insomma, si sta sgretolando sotto il peso degli interessi sempre maggiori chiesti per il cosiddetto “rischio paese” e per il debito pubblico ormai fuori controllo di troppi membri. All’Ecofin ne hanno discusso, ma nessuno si è sentito in dovere di dircelo.

    13 Febbraio, 2009 - 1:20
  19. affus

    DIAMO IL VOTO ALLE BANCHE ITALIANE

    DI EUGENIO BENETAZZO
    eugeniobenetazzo.com

    Negli anni precedenti i risparmiatori italiani sono sempre stati abituati a ricevere un rating di merito creditizio oppure un giudizio di affidabilità qualora avessero richiesto un prestito al loro istituto di credito o banca d’appoggio. Quello che sta accadendo sul pianeta in termini di scenario macroeconomico non ha precedenti storici: ovunque vi sono banche a rischio di default finanziario, molti sono i casi di salvataggio con interventi di stato a causa di una sconsiderata gestione del rischio da parte del management.

    Tutto questo deve far emergere un plausibile dubbio sul pubblico risparmiatore italiano sulla solidità e serietà del proprio partner bancario.

    Per la prima volta è una persona fisica indipendente che si preoccupa di emettere un giudizio di affidabilità su una banca italiana: le agenzie di rating e gli organismi di vigilanza hanno dimostrato ormai la presenza di profondi conflitti di interesse e/o di gravi inefficienze nello svolgere il loro compito di controllo sulla stabilità e serietà degli intermediari ed operatori bancari.

    Eugenio Benetazzo è l’unico analista indipendente italiano ad aver profetizzato con largo anticipo la crisi dei mercati finanziari e dell’attuale sistema industriale attraverso la redazione di due saggi economici ed uno show finanziario di inchiesta mediatica, sollevando non poche perplessità sul futuro che ci attende nei prossimi semestri. D’ora innanzi deve realizzarsi un mutamento epocale di pensiero nel pubblico risparmiatore italiano, più volte gabbato e sodomizzato dallo stesso sistema bancario, da adesso in poi si dovrà stravolgere il proprio comportamento innanzi al personale di sportello di una filiale di banca. Infatti il singolo risparmiatore dovrà dimostrare un comportamento inquisitore nei confronti della banca a cui desidera affidare i propri fondi.

    Ho provveduto a redigere un elenco (per adesso parziale) di istituti di credito e di banche sino ad ora esaminate suddiviso in due grandi gruppi per Presunzione di Affidabilità. Con questa terminologia si vuole sottolineare come il soggetto in questione possa presumibilmente considerarsi Attendibile o Discutibile in termini di solidità patrimoniale, politica commerciale utilizzata, marketing dei prodotti ed infine qualità e quantità nell’erogazione degli impieghi.

    Presunzione di Affidabilità

    ATTENDIBILE DISCUTIBILE
    Carige
    Credem
    Banca Popolare dell’Etruria
    Banca Etica
    Ubibanca ***
    Banca Popolare di Spoleto
    Banca del Veneziano
    Banca Popolare di Marostica
    Banca Popolare di Sondrio
    Cassa di Risparmio di Bolzano
    Banca Sella
    Kartner Sparkasse
    Banco Posta *****
    Banca del Piemonte
    Banca della Marca
    Desio Banca
    Banca di Rimini Banca Monte Paschi
    Unicredit Banca *
    Intesa San Paolo **
    Veneto Banca
    Banco Popolare ****
    Banca Popolare di Vicenza
    Cassa di Risparmio del Veneto
    Banca Antonveneta
    Banca Popolare di Milano
    Banca San Giorgio Valle Agno
    Banca Mediolanum
    Deutsche Bank
    Banca Nazionale del Lavoro
    Banca Fideuram

    (*): Il giudizio considera il sistema e gruppo Unicredito
    (**): Il giudizio considera il sietma e gruppo Intesa San Paolo
    (***): Il giudizio considera il sistema e gruppo Ubibanca
    (****): Il giudizio considera il sistema e gruppo Banco Popolare
    (*****): Il giudizio considera solo i prodotti postali tradizionali

    Il giudizio di Presunzione di Affidabilità è stato emesso in base all’analisi di molteplici parametri che consentono di soppesare le politiche commerciali attuate dalle rispettive banche e dal grado di rischio che l’istituto potrebbe sviluppare nei prossimi mesi a seguito di una discutibile pianificazione aziendale. Tra i principali parametri utilizzati possiamo individuare i seguenti:

    1) Valorizzazione del Core Tier
    2) Presenza e consistenza di processi di cartolarizzazione
    3) Percorso di crescita attraverso indebitamento
    4) Qualità e quantità dell’esposizione nel settore immobiliare
    5) Ricorso all’erogazione di mutui ad intervento integrale
    6) Distribuzione di prodotti strutturati e derivati
    7) Presenza di conflitti di interessi

    Le banche non ancora analizzate o in questo momento in fase di valutazione, che desiderano ricevere il giudizio di Presunzione di Affidabilità possono farne richiesta via email ai fini della prenotazione ed organizzare di una intervista esaminatrice.

    L’elenco delle banche inserite sarà aggiornato ogni mese sulla base delle informazioni e dati che è stato possibile ottenere e/o raccogliere: l’istituto di credito o la banca che volesse rivedere il proprio rating ha la possibilità di richiedere una intervista esaminatrice per produrre ulteriori informazioni che possano produrre un mutamento del proprio status di rating da Discutibile ad Attendibile.

    Eugenio Benetazzo
    Fonte: http://www.eugeniobenetazzo.com

    13 Febbraio, 2009 - 17:58
  20. Luigi Accattoli

    Affus da che cosa sai che don Tonino all’Eucarestia non arrivava con il cuore? E tu a calunniarlo con la faccenda della busta e del francobollo ci sei arrivato con il cuore? Ti ripeto poi che quando si fanno affermazioni contro le persone ci si firma con nome e cognome.

    13 Febbraio, 2009 - 22:50
  21. LEONE

    Affus ma cosa sniffi coca tagliata male?

    14 Febbraio, 2009 - 0:40
  22. LEONE

    Sei più fuori di un balcone

    14 Febbraio, 2009 - 0:41
  23. roberto 55

    Purtroppo, anche nei migliori “blog” (come questo), s’inseriscono proditoriamente provocatori fascisti e calunniatori (per giunta, sotto mentite spoglie).
    Affus: se, per caso, tu ancora non l’avessi capito, sto parlando di te.
    Io mi chiamo Roberto Caligaris: se t’avanza ancora un briciolo di coraggio morale e civile, firmati con nome e cognome !

    14 Febbraio, 2009 - 1:01
  24. lycopodium

    Il rito del fermentum ha davvero significati di autentico sensus ecclesiae; per la verità, l’immixtio mi sembra avvenisse durante la celebrazione eucaristica, come del avviene tuttora: sembra un gesto ritualistico, ha invece grande simbologia (e, detto da semplice fedele, forse andrebbe enfatizzato).
    Il punto dolente però è un altro, di cui non si può accusare certo mons. Bello, ma che è tipico di troppa mentalità odierna:
    Il punto è la modalità anti-sacrale e anti-rituale con cui è stata affrontata la liturgia (il sacro come equivalente dell’idolatria).
    Il fatto è che, se noi assumiamo il contenuto e il senso della nostra tradizione cristiana come antitesi di quanto elaborato dall’antropologia culturale, anche se pensiamo di recuperare la realtà (in quanto contrapposta al mito), cogliamo questa realtà nei soli aspetti che dal mito stesso la allontanano.
    Non evidenziamo una legittima differenza rispetto al sacro precristiano, ma recepiamo la nostra tradizione in modo del tutto antitradizionale.
    Una posizione che accoglie acriticamente l’antitesi fede/religione, anche volendo difendere dogmi e riti, facilmente si rovescia nel suo opposto, il progressismo radicale: un cristianesimo come singolarità del tutto irrelata, sia rispetto alla tradizione biblica (anch’essa, a suo modo, mitica), sia rispetto alla Chiesa “reale”che, nella sua lunga e articolata evoluzione omogenea, più o meno larvatamente non può che venir considerata involuzione risacralizzante e rigiudaizzante dell’evangelo delle c.d origini.
    Ecco il sottofondo “marcionistico”, che fatalmente inquina ogni progressismo (e purtroppo molto tradizionalismo reattivo).
    E se pensiamo di recuperare la fede a detrimento della religione, non otteniamo affatto una fede più pura, ma una sua secolarizzazione, a-ritualizzazione, dis-integrazione, cioè la sua dis-incarnazione (se ne sono accorti anche due studiosi come Andrea Grillo e Roberto Tagliaferri, se li si legge empaticamente, prescindendo dalle loro attuali posizioni iperprogressiste).

    14 Febbraio, 2009 - 6:47
  25. lycopodium

    Piccola aggiunta!
    (trovata qui, ultimo commento:
    http://vatican-integristes.blogs.la-croix.com/?p=55#more-55):

    “Dans l’Eglise primitive, la foi dans l’efficacité « unitive » de la communion eucharistique amenait parfois certains chrétiens à d’habiles manœuvres pour amener des hérétiques à communier, pour ainsi dire, à leur insu… C’était un abus, certes, et l’on y mit bon ordre en rappelant que la profession de la foi catholique était un préalable à l’accès à la communion. Mais l’idée reste forte”.

    14 Febbraio, 2009 - 7:39
  26. Massimo D

    Caro Lycopodium. Approfitto per ringraziarti per la segnalazione dell’articolo di Grillo, che ho letto. Molto interessante e stimolante. È una prospettiva che mi ripropongo di approfondire, pur da assoluto dilettante di teologia quale sono.
    Personalmente non ho difficoltà rispetto agli aspetti rituali, ma ne ho molta riguardo a mito e aspetto sacrale; non da ultimo perché sono questi aspetti alla base di forme di intolleranza e fondamentalismo che considero inaccettabili. Può essere vero che continuando a togliere (de-mitizziare, de-sacralizzare) alla fine si resta con nulla in mano. Ma possiamo rinunciare a farlo senza chiamarci fuori dal nostro modo di ragionare? Senza rinunciare cioè in qualche modo a quello che siamo?
    Io non credo che all’uomo d’oggi (passami l’espressione per indicare l’uomo immerso nella cultura di oggi) si possa chiedere di avvicinarsi al mito e al sacro in modo naturale, immediato. L’adesione a tale dimensione mitica/sacrale può forse essere un punto di arrivo, e comunque sempre rimarcando una certa “specificità” del cristianesimo rispetto a questo punto.
    Né mi pare percorribile la strada di chiedere un’alienazione del credente dal suo contesto culturale come condizione per la fede, anche se la chiesa spesso sembra aver imboccato nuovamente la strada della contrapposizione con la cultura.
    Dunque la strada da percorrere – almeno per quanto mi riguarda – mi pare resti quella, individuata già da Bonhoeffer, di ricercare una fede “non religiosa”, che non rifiuti la dimensione rituale/mitica/sacrale ma nemmeno consideri questa come aspetto centrale.

    14 Febbraio, 2009 - 8:54
  27. Massimo D

    “l’uomo immerso nella cultura di oggi”: parlavo della cultura “alta”, cioè dell’esito migliore della riflessione scientifica, filosofica, letteraria. Non certo della cultura del Grande Fratello e dintorni. Lì magari paradossalmente una certa sensibilità al sacro esiste, mal indirizzata nella forme della ricerca di espressione religiose “new age”, culto dell’esoterico, magia ecc.

    14 Febbraio, 2009 - 8:57
  28. fiorenza

    “…cultura del Grande Fratello e dintorni. Lì magari paradossalmente una certa sensibilità al sacro esiste, mal indirizzata…”, tu dici, Massimo D.

    Eh già, è proprio così. E come mai, secondo, te, siamo arrivati a questo?
    “Paradossalmente”, tu dici: e proprio questo è il punto. Il paradosso ci chiama ad interrogarsi.
    Quella cultura “alta” di cui parli, cioè “l’esito migliore della riflessione scientifica, filosofica, letteraria”, troppo spesso ha peccato di unilateralità, ha trascurato o totalmente smarrito il senso della complessità, paradossale appunto, dell’essere vivente, della natura della sua vita culturale, creativa, simbolica, che per svilupparsi ha bisogno di uno “spazio” altrettanto paradossale, potenziale , (“intermedio” lo chiamava Winnicott, “una terza area del vivere umano”, né soggetiva né oggettiva, né dentro l’individuo né fuori nel mondo della realtà condivisa, in cui c’è sia separazione che unione: “il paradosso va tollerato” ). Questa dimensione è stata completamente oscurata. E quello era anche il luogo degli accadimenti spirituali, degli atti simbolici, delle liturgie, oltre che della cultura viva, del’arte, della creatività, della vita dell’anima. Non c’ è da stupirsi se, nel vuoto in cui li lascia questa cultura “alta”, tanti disperati si volgano alla “ricerca di espressioni religiose new age, culto dell’esoterico, magia ecc.” e non più alla Chiesa. Ma sarebbe un discorso lungo. Mi fermo qui.

    14 Febbraio, 2009 - 11:18
  29. Massimo D

    Il mio “paradossalmente” aveva un senso ben diverso da quello visto da Fiorenza.
    Forse c’è anche – in parte – quanto individuato da Fiorenza: un certo estremismo razionalista e la negazione di ogni dimensione simbolica lascia un vuoto che le persone cercano di colmare come possono. Il bisogno di mito e sacro è un elemento evidentemente sempre presente nella realtà umana, anzi nel contesto attuale a volte mi pare sovrabbondante, ma (paradossalmente) non sempre si indirizza verso forme accettabili. Il paradosso lo vedevo nel fatto che tale bisogno non sembra andare a vantaggio di un’adesione al messaggio cristiano.
    Aggiungo che di fronte alle argomentazioni superficiali di un Odifreddi cascano le braccia, ma non è certo questa la cultura “alta” cui mi riferivo. Pensavo invece all’umanesimo laico che si riconosce negli ideali di libertà e fratellanza. E pensavo (direi che pensavo soprattutto) ad espressioni letterarie e artistiche, che non possono essere certo tacciate di trascurare la dimensione simbolica.
    Ma la domanda è: qualcunque sia l’origine di quel vuoto che ora è riempito con magia ecc., siamo sicuri che ciò che vogliamo è rioccuparlo noi cristiani?

    14 Febbraio, 2009 - 12:34
  30. lycopodium

    @ MassimoD
    Ora posso rispondere solo per brevi appunti:
    – il razionalismo laico e la magia (spiritismo, astrologia e paccottiglia varia) convivono spesso nelle stesse persone
    – la secolarizzazione, la Chernobil spirituale degli ultimi 50 anni, prevede anche forme le più svariate di “superstizione”: superstizione diversa da quelle di una volte; un tempo c’erano religione e superstizione intrecciate, giustapposte o in conflitto; oggi c’è superstizione SENZA religione, vale a dire non solo superstizione “in assenza di” religione, ma superstizione che “rende assente la” religione
    – di fronte a ciò non può bastare una notarile presa d’atto della scomparsa dell’homo religiosus, nè una semplice riacquisizione -per via etica e coscienziale- di forme nuove dell’essere cristiani e nemmeno, per contro, una mera riscoperta dottrinaria, anche con ricadute politiche
    – si tratta di evitare due pregiudizi, oggi diffusissimi: quello “anti-dogmatico” e quello “anti-rituale”
    – la dimensione rituale/mitica/sacrale (quella specifica del cristianesimo!, cfr. J. Ries) non sarà centrale in senso esclusivo, ma è ineludibile in senso inclusivo
    – giustamente parli di punto d’arrivo, ma il percorso per questo punto d’arrivo ha un suo nome: iniziazione, mistagogia; e non solo (riprendo un’idea del solito A. Grillo) iniziazione “alla” liturgia, ma “per il tramite della” liturgia
    – qui la strada è solidale con la meta: non ci può davvero essere identità cristiana senza appartenenza, e l’appartenenza non è data a prescindere dal suo fondamento sacramentale (la Chiesa “fa” l’Eucaristia, ma l’Eucaristia “fa [anche ritualmente]” la Chiesa.

    p.s.
    Fiorenza citava Winnicott: se non sbaglio un importante liturgista francese (J.Y. Hameline) ha tratto spunti proprio da lui. Sarà un caso o una (quasi)-necessità?

    14 Febbraio, 2009 - 17:27
  31. affus

    Luigi , che Don Tonino metteva le particole nella busta , l’ho sentita da Radio Maria mentre ero in macchina , qundi te la devi prendere con loro , con Padre Livio ,perchè io non prenderò mai un libro di don tonino in mano se il Signore mi darà la grazia e la luce necessaria per starmene sempre alla larga da simili “testimoni ” ……..
    Comunque , ritengo che l’uomo era capace di questo e altro .

    a licopodiym vorrei proporre questo articolo
    http://www.ticinodiocesi.net/modules.php?mop=modload&name=Splatt_Forums&file=viewtopic&topic=52&forum=10

    14 Febbraio, 2009 - 20:08
  32. principessa

    E basta, Luigi!!
    ora e’veramente troppo! capisco la tolleranza e capisco il tuo modo di essere e di intendere il blog, ma non credi che ormai abbiamo passato qualsiasi limite?
    Ma voi amministratori di blog non avete una maniera per bloccare queste uscite paranoiche? o vuoi che indico un referendum bloggesco per richiedere che tu lo faccia?
    Uno che dice che non prendera’ mai in mano un libro di una persona che sta giudicando??? ma per favore!!!!!!……….

    14 Febbraio, 2009 - 20:46
  33. roberto 55

    Affus, ti rinnovo l’invito a trovare il coraggio morale e civile – che, fin qui, non hai mostrato – di firmare con nome e cognome le tue insolenze.
    Non continuare a nasconderti dietro pseudonimi, e non tirare in ballo Radio Maria o chissà cos’altro ti va d’inventarti: SE SEI UN UOMO, FIRMATI CON NOME E COGNOME !

    14 Febbraio, 2009 - 21:36
  34. affus

    sociale , morale , etico ?

    STORIE DI “GRAZIE” E DI “PERDONI”
    Cronaca dei fatti
    http://www.giovanninoguareschi.com/ta-pum/storiedi.htm

    Il 6 giugno, su Avvenire, la figlia di De Gasperi, Maria Romana, parla del perdono che De Gasperi avrebbe concesso a nostro padre:
    Il 28 luglio dello stesso anno (1954, N.d.R.) De Gasperi indirizzò alla Procura di Roma, dove era stata presentata nell’interesse di Giovanni Guareschi, domanda di grazia, una lettera nella quale diceva: “… nel presupposto e nella certezza che l’atto di grazia non possa né debba in alcun modo infirmare la validità della condanna per diffamazione, né lasciar sorgere il minimo equivoco circa la verità risultata dal processo, dichiaro che non ho nessuna difficoltà a rispondere affermativamente alla domanda rivoltami dalla Procura”. Non va infine dimenticato che mio padre morì poche settimane dopo, nell’agosto del ’54.
    Leggendo queste righe risulta che nostro padre – o nostra madre per lui come prescrive la legge – abbia presentato domanda di grazia e che la parte lesa – interpellata come prescrive la legge – ha dato il suo consenso, perdonando il reo. Ma come si sono svolti i fatti? Vogliamo raccontarli utilizzando proprio la stampa dell’epoca che diede loro ampia risonanza:

    “Giovannino vuole uscire” titola il 29 luglio 1954 L’Unità di Milano:

    Roma, 28. – L’agenzia “Servizio Informazioni Parlamentari” ha annunciato – da fonte sicura – che Giovanni Guareschi, direttore del settimanale Candido, il quale aveva rinunciato all’appello per scontare la pena inflittagli dal Tribunale di Milano in seguito al noto processo contro De Gasperi, avrebbe inoltrato giovedì scorso la domanda di grazia. La signora Guareschi – prosegue l’agenzia – avrebbe fatto pervenire la scorsa settimana al procuratore generale della Corte d’Appello di Milano la regolare domanda con la quale, mettendo in rilievo motivi familiari e di salute del coniuge, avrebbe chiesto per il detenuto Giovanni Guareschi la grazia del Presidente della Repubblica. La Procura Generale della capitale lombarda avrebbe trasmesso la richiesta al ministero di Grazia e Giustizia perché essa segua la procedura d’uso. Il Guardasigilli a sua volta avrebbe incaricato la Procura Generale di Roma di esperire le pratiche relative. Tra queste pratiche, dovrebbe comunque esservi l’assenso della parte lesa, cioè dell’on. De Gasperi. Non è da escludersi dunque che Giovanni Guareschi riacquisti la libertà anche prima del prossimo ferragosto.
    Se la notizia che nostra madre ha presentato domanda di grazia è vera, la scelta di nostro padre di non ricorrere in appello e quindi di andare in carcere viene svuotata di ogni significato. La reazione immediata di nostro padre è violenta; si sente “tradito” da nostra madre e il 29 luglio scrive sul Quaderno n. 2 del carcere:

    La mia carriera di giornalista è incominciata onorevolmente in un campo di concentramento tedesco ed è finita miseramente in un carcere italiano. Provo vergogna davanti ai rapinatori e ai ladri di galline. Non è colpa mia, ma oggi mi sento più spregevole di loro.***
    Grazie signora (si rivolge a nostra madre, N.d.R.). Mi hai pitturato di merda da capo a piedi.

    Il giorno dopo, apprendendo che la notizia era falsa, cancella tutto con una riga e tra quelle righe sconsolate scrive: “ANNULLATO. *** Era una notizia falsa”.
    Il 30 luglio, infatti, la stampa comunica la notizia della smentita di nostra madre. L’Alto Adigedi Bolzano scrive:

    Milano 29 – La direzione di Candido ha comunicato alla stampa la seguente dichiarazione: “Alcuni giornali hanno pubblicato con titoli vistosi una notizia dell’agenzia servizi informazioni parlamentari, secondo la quale la signora Ennia Guareschi “avrebbe fatto pervenire al Procuratore generale della Corte d’Appello di Milano la regolare domanda con la quale mettendo in rilievo i motivi familiari e di salute del coniuge chiedeva per il detenuto Giovanni Guareschi la grazia del presidente della Repubblica”. La signora Ennia Guareschi dichiara che tale notizia è assolutamente falsa, e si riserva di procedere legalmente contro l’agenzia che ha diramato la falsa notizia e contro quei giornali che l’hanno pubblicata”.
    Ma chi ha inoltrato la domanda di grazia la cui pratica che è stata istruita dalla Procura della Repubblica? Ce lo spiega il Secolo XIX di Genova del 30 luglio:
    Milano, 29 luglio (…) un’istanza per la concessione della grazia al direttore di Candido è stata indirizzata tempo fa da un gruppo di grandi invalidi di guerra decorati di medaglia d’oro, al ministro di Grazia e Giustizia. L’istanza è stata trasmessa per l’istruzione della pratica alla procura della Repubblica di Parma, la quale l’ha girata per competenza all’ufficio grazia e indulto della procura milanese. Si tratta di una richiesta non contemplata dal codice di procedura penale, perché – secondo la legge – la domanda di grazia può essere avanzata solo dall’interessato, da un suo familiare o dall’avvocato difensore. Tuttavia la magistratura sta raccogliendo i documenti di rito, fra i quali dovrebbe figurare anche l’assenso della parte lesa, cioè dell’on. De Gasperi.
    Nostro padre scrive a nostra madre il 30 luglio 1954:
    San Francesco, 30 luglio 54. – Carissima Ennia, ringraziando il cielo l’incubo è passato! Ricorderò per parecchio questa notte. La notizia che tu avevi chiesto la grazia mi ha colpito come una pugnalata. Non potevo credere, da parte tua, a tale orribile tradimento: ma i maledetti giornali parlavano con tanta sicurezza da farmi dubitare che tu fossi rimasta vittima di pressioni e di inganni. (…)
    Ma l’Agenzia servizio informazioni parlamentari insiste e il 1° agosto 1954 sul Popolo di Roma si legge:
    (…) Il Servizio Informazioni Parlamentari ha (…) confermato ieri ancora una volta quanto ebbe a diramare e, cioè, che la domanda di grazia a favore del direttore del settimanale Candido è in corso di istruzione. “È chiaro – dice l’agenzia – che essendo in fase di istruzione la domanda di grazia diretta al Capo dello Stato tramite la Procura di Parma e da questa per competenza inviata alla Procura Generale di Milano, è stata presa in considerazione perché redatta e sottoscritta secondo le tassative disposizioni in materia, sancite dall’Art. 595 del Codice di Procedura Penale. Essendo l’istruzione ammantata del segreto d’ufficio, il Servizio Informazioni Parlamentari si riserva di dare successivamente tutti i particolari atti a confermare l’esattezza della notizia pubblicata. Sta di fatto che, qualora la grazia venisse concessa, Giovanni Guareschi che comunque non ha sottoscritto la domanda stessa, non potrà in alcun modo ricusarla, poiché, come ogni atto di clemenza, non può essere rifiutata”.
    Nessuna notizia stampa fino al 19 agosto 1954 quando, improvvisamente, muore De Gasperi. Nostro padre che proprio in quei giorni ha vinto il “Premio Bancarella” con Don Camillo e il suo gregge, scrive nella lettera dal carcere del 20 agosto:
    (…) Il “Premio Bancarella” mi ha colmato di soddisfazione: e tu puoi bene immaginare il perché! Mi ha invece rattristato la morte improvvisa di quel poveretto. Io, alla mia uscita, avrei voluto trovarlo sano e potentissimo come l’avevo lasciato: ma inchiniamoci ai Decreti del Padreterno.
    In quell’occasione su tutti i giornali compare la notizia d’agenzia che De Gasperi, prima di morire, aveva perdonato nostro padre; riportiamo quanto scrive il 26 agosto 1954 L’Eco di Bergamo:
    “ROMA, 25 notte. – (…) si apprende che Alcide De Gasperi, prima di morire, ha perdonato a Giovannino Guareschi. Egli, infatti, il 28 luglio scorso, poche ore prima della sua partenza per il Trentino, tramite il Commissario di P. S. addetto a Montecitorio, ha inviato la seguente lettera alla Procura della Repubblica di Roma: “Preso atto che la Procura della Repubblica di Roma mi fa comunicare che è stata presentata nell’interesse di Giovanni Guareschi, condannato per diffamazione, domanda di grazia, e che la stessa Procura mi fa chiedere, come parte lesa, se intenda, per quanto mi riguarda, concedere il perdono al condannato suddetto, nel presupposto e nella certezza che l’atto di grazia non possa né debba in alcun modo infirmare la validità della condanna per diffamazione, né lasciar sorgere il minimo equivoco circa la verità risultata dal processo, dichiaro che non ho nessuna difficoltà a rispondere affermativamente alla domanda rivoltami dalla Procura. – Alcide De Gasperi.” La lettera chiarisce i termini della vicenda: sollecitato in via ufficiale e formale il suo perdono, onde consentire che potesse essere graziato l’uomo che era stato condannato per diffamazione contro di lui nel noto processo, l’ex-presidente del Consiglio non aveva esitato ad aderire all’invito, ispirato da sentimenti di cristiana bontà (…). Ma chi aveva avanzato la domanda di grazia? Nella sua richiesta la Procura della Repubblica non aveva precisato il nome del firmatario che secondo l’art. 595 del cod. di Procedura Penale, deve essere il condannato stesso oppure un suo stretto parente. Avuto il perdono della parte lesa, la pratica viene inoltrata, poi, al Presidente della Repubblica al cui giudizio discrezionale spetta, secondo la Costituzione, il potere di concedere o meno la grazia. Si è successivamente saputo che la domanda era stata, invece, presentata da tre privati cittadini, non legati da alcuna parentela con Guareschi, e non si capisce, quindi, come non sia stata respinta, perché improponibile e sia stato istruito il relativo procedimento. Resta, comunque, indipendentemente dalle conseguenze pratiche che può avere, il valore umano e morale del gesto di chi aveva chiesto ai Tribunali la tutela della sua onorabilità.
    In pratica non importa che la pratica sia irregolare, non importa che nostro padre non abbia chiesto né grazia né perdono: quello che conta è di far risaltare “il valore umano e morale del gesto” della parte lesa. Ma due voci si dissociano; la prima è di Vincenzo Caputo che il 28 agosto scrive al direttore de La Patriadi Milano:
    Signor Direttore, Il Messaggero prima e altri giornali poi hanno pubblicato che il 28 luglio u.s. l’on. de Gasperi, interpellato dal Procuratore della Repubblica, ebbe a dichiarare, per iscritto, di essere pronto a “perdonare” Giovanni Guareschi. Tale dichiarazione fu fatta – dicono i giornali – in relazione a una domanda di grazia presentata nell’interesse del Guareschi. Gli stessi giornali aggiungono però che “successivamente si venne a sapere che la domanda di grazia non era stata avanzata da Guareschi o da un suo prossimo congiunto, bensì da tre cittadini a lui non legati da vincolo di parentela, per cui essa non poté aver ulteriore corso”. Ora, è ben strano che una istanza irregolare perché non rispondente alle norme dettate dall’Art. 595 CPP sia stata accolta dal magistrato e regolarmente istruita fino alla richiesta del consenso della parte lesa per essere subito dopo dichiarata “improponibile”. È chiaro che la istruzione della istanza predetta non avrebbe dovuto aver luogo e non si capisce (o si capisce molto bene!) per quale motivo si sia sentito il bisogno di considerare valida la istanza fino al pronunciamento della parte lesa. Il tutto non appare regolare e soprattutto pecca alquanto di slealtà il tentativo compiuto da certa stampa di ingannare l’opinione pubblica sulle origini delle iniziative per la grazia a Guareschi. In sostanza si è voluto far sapere a tutti che De Gasperi aveva “perdonato Guareschi”. Ma questo “perdono volontario” è fuori di luogo (…). Guareschi non ha sollecitato – mi pare – alcun perdono: egli ha rinunziato al ricorso in appello, ha rinunziato ad avvalersi di tutte quelle vie che la legge gli offriva per cercare di sfuggire alla pena inflittagli, è entrato in carcere e sta scontando la pena senza alcuna rimostranza, né ha mai avanzato domanda di grazia al Capo dello Stato. Forte com’è delle sue ragioni, Guareschi ha difeso fieramente la propria dignità di galantuomo e di giornalista. Che bisogno c’era dunque del perdono di De Gasperi? Che bisogno c’era di dar tanta pubblicità allo sviluppo di una iniziativa sconosciuta all’interessato e condotta, per giunta, in modo giuridicamente irregolare? (…) Non è leale che si tenti di screditare l’onorabilità e il prestigio di un uomo, che peraltro non può difendersi (…)
    L’altra voce discordante è quella di Benso Fini che il 2-3 settembre 1954 sul Corriere Lombardo di Milano scrive:
    (…) Ieri si servì pessimamente il buon nome di De Gasperi vivente tentando di fornire attraverso una serie interminabile di rocambolesche operazioni di polizia quella prova per cui sarebbero bastate una lente d’ingrandimento e mezz’ora di tempo diligentemente impiegato. Oggi, lo stesso sciocco zelo perseguita De Gasperi morto (anche se altro vorrebbe essere il bersaglio) con la trovata propagandistica di un perdono giudiziario che si risolve in maligna irrisione. Quest’ultimo episodio è, in verità, troppo bizzarro perché si possa tacerne. Si cominciò con la falsa notizia di una richiesta di grazia presentata dalla signora Guareschi. (È destino che quasi tutto sia falso in questa faccenda di falsi documenti). Invece l’iniziativa, presa contro la ben nota precisa volontà dell’interessato, proveniva da persone bene intenzionate quanto assolutamente estranee a Guareschi ed al suo ambiente familiare. Siccome l’Art. 595 del Codice di procedura penale prescrive tassativamente che una domanda di grazia sia proponibile soltanto quando reca la firma del condannato o di un suo prossimo congiunto, la pratica avrebbe dovuto essere automaticamente archiviata. (…) La pratica fu dunque istruita e portata avanti, com’è noto, sino al punto in cui la Procura di Roma chiese nelle debite forme alla parte querelante, cioè a De Gasperi, l’atto di perdono senza il quale la grazia non avrebbe potuto essere accordata. Il perdono venne con una lettera di De Gasperi (…). Allora, e soltanto allora, ci si accorse che la domanda di grazia, non essendo stata presentata né dall’interessato né da un suo congiunto, era improponibile a termini del suddetto articolo 595 del Codice di procedura penale. Ergo: la pratica fu archiviata e Guareschi rimase dietro le sbarre del carcere di San Francesco. Di tutto questo (perdono di De Gasperi e… successiva archiviazione della pratica) non si era saputo niente fino alla morte dello statista. È evidente che De Gasperi non aveva voluto dare pubblicità ad un gesto rimasto del tutto gratuito e che pertanto poteva aver sapore di ironia. A tale pubblicità hanno pensato invece i suoi postumi maldestri zelatori. La lettera è stata data alle stampe con ampio corredo di commenti ispirati, s’intende, a indignazione per la nequizia di Guareschi e a edificazione per la generosità dell’offeso. Così nulla manca ormai più al quadro che si voleva ottenere: Guareschi bollato e condannato, Guareschi generosamente perdonato agli effetti di una grazia da lui non richiesta. E, dopo questo, Guareschi più che mai in prigione.
    In quella occasione nostro padre commenta (settembre 1954) sul quaderno del carcere n. 2:
    Lo zelo dei servi sciocchi danneggia i padroni da vivi e da morti. Quale misera, gelida e acida lettera quella pubblicata dai giornali! E come diventa ora chiaro il significato del giochetto combinato dall’agenzia che pubblicò la falsa notizia della domanda di grazia che io mai inoltrai né mai inoltrerò. Perché, io mi domando, non mi lasciano tranquillo? Possibile che io dia a questa gente tanto fastidio anche ora ch’io son qui chiuso tra le mura di un carcere? (…)
    Una domanda che condividiamo appare in un trafiletto del 25 settembre 1954 sulla Gazzetta di Parma:
    Roma, 24 settembre. – L’on. Bruno Castellarin, del gruppo socialdemocratico, ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia, per sapere per quale motivo la Procura della Repubblica di Roma istruì la domanda di grazia del signor Giovanni Guareschi sebbene fosse improponibile in quanto la domanda non era presentata né dall’interessato né dai suoi prossimi congiunti. L’on. Castellarin chiede in particolare al Ministro “se non ritenga opportuno chiarire l’eventuale mancanza di buona fede di qualche funzionario”.
    Non sappiamo se questa interrogazione abbia avuto una risposta e concludiamo con il riassunto della vicenda fatto su Candido quindici mesi dopo dal libero vigilato Giovannino Guareschi nella “Lettera al Ministro di Grazia e Giustizia” dell’8 novembre 1955:
    Io mi trovavo, da poco più di in mese, ospite delle Galere Democratiche quando lessi sui giornali governativi (erano gli unici che mi era concesso di leggere) una raccapricciante notizia: la Procura di Roma stava istruendo la pratica riguardante la concessione della grazia al detenuto Guareschi. E, ben sapendo come, per la concessione della grazia, sia necessario il perdono della parte lesa, la stessa procura aveva interpellato, appunto, la parte lesa. E il “Fu” aveva risposto che era disposto a concedere il perdono purché rimanesse chiaramente stabilito che io ero un fior di mascalzone. Naturalmente la stampa governativa e paragovernativa levò urla di ammirazione: l’Immenso, nella sua magnanimità, aveva perdonato al serpe diffamatore. E, ritenendo suo dovere spiegare alla plebe come fossero andate le cose e sapendo che la domanda di grazia può essere inoltrata esclusivamente dal condannato o dai suoi familiari, la stessa stampa governativa e paragovernativa scrisse che la domanda era stata inoltrata dalla moglie del detenuto. Fortunatamente la Vedova Provvisoria passò subito al contrattacco ristabilendo la verità: non aveva chiesto la grazia né l’avrebbe mai chiesta. E allora l’Autorità competente comunicò alla stampa che la pratica riguardante la grazia a favore del detenuto Guareschi non poteva essere istruita in quanto la Legge stabilisce che solo il condannato o i suoi familiari possono inoltrare domanda di grazia. Il tutto dopo aver istruita la pratica fino al punto di ottenere clamorosamente dalla parte lesa il perdono per il condannato. Eccellenza: fu una storia disgustosa. E fu anche una meschinità perché io ero in galera, nell’impossibilità di difendermi: un poveretto solo, legato e imbavagliato contro la torma rabbiosa e urlante dei gazzettieri governativi! E il pennellino del signor Direttore (…) copriva spietatamente d’impenetrabile inchiostro di Cina ogni mia parola, delle mie lettere a casa, che non risultasse rigidamente regolamentare. (…)
    Ma passiamo a
    settembre-dicembre: “indulti” e motu proprio del Presidente.

    ——————————————————————————–

    14 Febbraio, 2009 - 22:26
  35. Luigi Accattoli

    Affus se tu ripeti una calunnia la fai tua e se tu calunni senza firmarti sei un cecchino, non ti pare?

    14 Febbraio, 2009 - 23:38
  36. Luigi Accattoli

    Principessa sicuro che c’è il modo di bloccare i commenti di un visitatore ma io non lo faccio. Ho fiducia negli uomini e voglio bene a tutti. Detto in altro modo: i contatti con le persone che avvengono nella Rete li considero a tutti gli effetti contatti con le persone. Dunque Affus mi è caro e voglio parlare con lui, non allontanarlo.

    14 Febbraio, 2009 - 23:43
  37. Massimo D

    @ Lycopodium
    Non ho nulla da eccepire sui tuoi “brevi appunti” delle 17:27. Nella misura in cui li ho capiti (sono veramente troppo brevi perché ne sia sicuro), mi sembra di potermici ritrovare senza difficoltà.
    L’unica espressione su cui mi trovo veramente un po’ distante è il tuo giudizio cosi nettamente negativo sulla secolarizzazione. Nella mia formazione di cristiano “post-conciliare” sono stato abituato a non considerare la secolarizzazione -comunque un processo inevitabile- come un male, bensì come un’occasione di “purificazione” della fede. È l’idea del mondo che può fare a meno di Dio, etsi Deus non daretur. Le posizioni teologiche che si sono costruite attorno all’accettazione di questa idea mi sembrano molto interessanti.
    No, non ho nessun rimpianto verso la “cristianità perduta”.

    15 Febbraio, 2009 - 0:34
  38. affus

    La dottrina sociale odierna è intrisa di teologia della leberazione : Cristo non ci libera dal peccato ,ma ci libera soprattutto dalla fame e dalla tirannia di governi conservatori e capitalisti . La frase Cristo libera tutto l’uomo significa che Cristo è anche liberatore politico, cosa che non risulta nel vangelo , anche se Cristo era re .

    Questa teoligia si basa su un equivoco di fondo , su una miscela di fideismo ed evangelismo associati .
    Ovvero sulla confusione tra legge naturale e legge evangelica . Sulla mancata distinzione buonista cattocomunista .
    La legge naturale ( i dieci comandamenti ) va imposta con furore iconoclasta dallo stato o dall’utorità preposta . Correndo il rischio di passare per fascisti e antievangelici o non relativisti . Il vangelo ( volgi l’altra guancia ) va solo proposto : “se vuoi …. vieni e seguimi ….”
    SE non distingueremo bene questi concetti di fondo , continueremo per tutta la vita a fare buchi nell’acqua parlando di politica cristiana.

    15 Febbraio, 2009 - 7:17
  39. raffaele.savigni

    Chiedo che non sia più consentito diffamare su questo blog un uomo onesto come De Gasperi, di cui è in corso la causa di beatificazione. Chi ha del veleno da sputare vada da un’altra parte: questo è il mio modesto suggerimento.

    15 Febbraio, 2009 - 14:29
  40. raffaele.savigni

    “È l’idea del mondo che può fare a meno di Dio, etsi Deus non daretur. Le posizioni teologiche che si sono costruite attorno all’accettazione di questa idea mi sembrano molto interessanti.
    No, non ho nessun rimpianto verso la “cristianità perduta”.
    A me invece capita a volte di rimpiangere i tempi della DC, di Maritain ecc., anche se so che non dobbiamo avere rimpianti e guardare al tempo in cui il Signore ci ha collocati. Credo che la Chiesa non debba cercare il potere, ma accettare di testimoniare Cristo in una società pluralista. Non condivido però l’idea che la società debba essere costruita come se Dio non ci fosse: ho letto il libro di Rusconi “Come se Dio non ci fosse” e dissento radicalmente dalle sue posizioni. Trovo molto più interessanti Tocqueville e Boeckenforde. E credo che oggi Bonhoeffer si esèprimerebbe in trmini diversi: la società “postcristiana” che lui immaginava era piena di valori umani, almeno implicitam,ente evangelici; non certo la società nichilista di oggi.

    15 Febbraio, 2009 - 14:35
  41. Luigi Accattoli

    Raffaele sono d’accordo con te su De Gasperi e sul metodo dell’attaccar coperti. Ma spero che tu condivida la mia scelta di procedere per convincimento e non per censura. Se io cancello Affus “con furore iconoclasta”, come direbbe lui, che acquisto sarebbe? Non fanno così anche i pagani?

    15 Febbraio, 2009 - 15:07
  42. lycopodium

    @Massimo
    Io non ho alcuna nostalgia, non ho epoche, secoli, ventenni da rimpiangere.
    Semmai oso avere, a livello infinitamente più basso, la medesima percezione di C. Péguy: ci troviamo di fronte una società (vale a dire uomini, noi compresi) malati di “incristianesimo”.
    Ad es.: so bene quanti “aborti di già nati” possano provocare politiche peccaminose che strumentalizzano il cristianesimo; non per questo smetterò di considerare l’aborto per quello che è.
    Questo fa di me un troll (so bene che non è il tuo pensiero!) ?
    Vada per il troll.

    Quanto a Bonhoeffer, ci può essere un uso “peccaminoso” (se l’espressione è troppo forte, mi scuso in anticipo) anche dell’ “etsi deus non daretur”: non tutti quelli che NON dicono “Signore, Signore”, apparterranno di diritto al Regno; un’interessante ipotesi di lavoro sarebbe quella di un legittimo contraltare al nazistico “gott [minuscolo intenzionale!] mit uns”, niente di meno (e non è poco), ma neanche niente di più (si trattava di riflessioni ancora in fieri?)
    Cmq, non mancherò di rifletterci ancora, visto anche il pungolo di don Maioba.

    15 Febbraio, 2009 - 15:43
  43. roberto 55

    Avevo chiesto ad Affus una prova di coraggio ma, evidentemente, è come Don Abbondio: “il coraggio uno non se lo può dare”.

    Roberto 55

    15 Febbraio, 2009 - 18:10
  44. affus

    oltre che un don abbondio io sono un antico gladiatore romano redivivo .
    Entro in un forum per combattere, colpire , uccidere o essere ucciso . E’ questo il mio mestiere .
    La mia vita e il mio onore è tutto sulla punta della mia spada .
    La mia lancia non torna mai indietro senza prima aver colpito qualche bersaglio . La mia spada è sporca del sangue sparso di un infinito numero di nemici .

    15 Febbraio, 2009 - 21:47
  45. roberto 55

    Nessuno t’ha mai fatto una pernacchia ?

    15 Febbraio, 2009 - 21:51
  46. roberto 55

    Caro Luigi,

    e se tu spegnessi “Radio – Affus” ?

    Roberto 55

    15 Febbraio, 2009 - 22:02
  47. affus

    ……………. (_)
    ……………(___)
    ……………(___)
    ……………(___)
    ……………(___)
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    .\_____\_°_¤ —- ¤_°_/____/
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    …………..|\_°_/|
    …………..[|\_/|]
    …………..[|[¤]|]
    …………..[|;¤;|]
    …………..[;;¤;;]
    ………….;[|;¤]|]\
    …………;;[|;¤]|]-\
    ………..;;;[|[o]|]–\
    ……….;;;;[|[o]|]—\
    ………;;;;;[|[o]|]|—|
    ………;;;;;[|[o]|]|—| the gladiator
    ……….;;;;[|[o]|/—/
    ………..;;;[|[o]/—/
    …………;;[|[]/—/
    ………….;[|[/—/
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    ……………/—/
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    ………..|—|[#]|];;;
    …………\–|[#]|];;
    ………….\-|[#]|];
    …………..\|[#]|]
    ……………\\#//

    15 Febbraio, 2009 - 22:06
  48. fiorenza

    @ lycopodium
    Non conosco J.Y.Hameline, ma non mi sorprenderei affatto se davvero un importante liturgista avesse tratto spunto da Winnicott. E non ha rilevanza il fatto che lui dichiarasse di non essere credente. Winnicott non conosceva, probabilmente, R. Guardini, eppure il suo straordinario “Gioco e realtà” e il capitolo su “La Liturgia come gioco”, in “Lo spirito della Liturgia”, si illuminano reciprocamente.
    E non è certo un caso.

    15 Febbraio, 2009 - 23:39
  49. ci sono delle interessanti letture freudiane sull’uso degli spadoni…

    16 Febbraio, 2009 - 9:49
  50. Luigi Accattoli

    Affus:”io sono un antico gladiatore romano redivivo” – mecojoni! (antica esclamazione marchigiana sempreviva)

    17 Febbraio, 2009 - 14:49
  51. affus

    le letture freudiane, logicamente ,sono valide per chi ha eletto freud come suo maestro , per chi non ha altro mezzo di lettura della realtà.

    23 Febbraio, 2009 - 20:56

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