L’accoglienza oltre noi. Modelli inclusivi oltre le singole specificità

Macerata sabato 27 maggio 2017

Sala Castiglioni – Biblioteca Mozzi Borgetti

 

L’accoglienza come segno di speranza per la nostra epoca: è questa l’interpretazione che darò al tema del convegno. Un positivo segno del tempo.

Faccio appello alla vostra capacità di concentrazione perché devo dire delle cose piuttosto impegnative dopo che già ne sono state dette molte – e quindi c’è sicuramente un po’ di stanchezza.

Dirò parole impegnative perché non vengono da una particolare competenza, ma sono parole un poco audaci di interpretazione del momento storico, e dell’orfanezza e della disabilità in questo momento della storia dell’umanità. Nonché di interpretazione dell’umanità che prova a farvi fronte.

Su tale argomento – dicevo – io non ho nessuna competenza se non quella dell’osservatore, direi quasi del testimone, del pianeta delle sofferenze familiari e personali. Osservatore privato ma anche professionale, attraverso le storie di vita. Io infatti raccolgo storie di vita e molte sono narrate da persone accolte o accoglienti. Ne ho raccolte circa un migliaio, in tre volumi intitolati “Cerco fatti di Vangelo” 1, 2 e 3; e in una pagina del mio blog che ha lo stesso titolo.

Ritengo che questa dell’orfanezza, della disabilità e dell’accoglienza sia una frontiera straordinaria, decisiva per le possibilità dell’umano nella nostra epoca. Noi oggi stiamo infatti vivendo un ampliamento dell’umanesimo e delle possibilità dell’umano proprio attraverso l’accoglienza e l’inclusione dei disabili e degli emarginati nel comune consorzio umano. Un’accoglienza che ci informa su che cosa sia oggi – o possa essere – l’uomo di fronte all’uomo. “Valenza antropologica dell’accoglienza” diceva prima Paolo Carassai. “Apertura dell’umano” e suo “passaggio dall’io al noi” diceva il vescovo Nazzareno.

Non avveniva in altre epoche. E quando noi ci concentriamo giustamente sulle difficoltà del momento e diciamo “ora si tagliano i fondi per i disabili e i minori abbandonati, ora c’è meno attenzione ai casi sociali, stiamo facendo dei passi indietro sul fronte dell’accoglienza”, diciamo parole giustissime, ma dicendole non dovremmo perdere di vista che questo passo indietro, questo arresto di attenzione, questa difficoltà si verificano in un trend che è positivo e che è straordinariamente positivo, anzi: storicamente inedito.

E’ forse questo l’argomento più forte per amare la nostra epoca: proprio perché mai in nessun’altra epoca il minore abbandonato e il disabile è stato accolto e aiutato come in questa nostra. E questo lo dico un segno di speranza.

Oggi sono tante le persone in abbandono che tornano a parlare e a camminare, o arrivano a parlare e camminare, perché accolte e accudite, inserite nel circolo affettuoso e vitale di un nido familiare.

Oggi iniziamo a comprendere l’importanza di rallentare per camminare con l’abbandonato e il disabile. Per accompagnare il bisognoso facendoci suo compagno di strada, anzi suo familiare.

Ebbene questo non avveniva mai nella storia: mai quanto e come avviene oggi. Le famiglie si vergognavano del trovatello che pure accoglievano, del figlio “illegittimo” che era detto “bastardo”, del disabile. Il membro della famiglia colpito da disabilità veniva nascosto, magari amato, aiutato come si poteva, ma il più possibile nascostamente perché l’orfanezza e la disabilità erano motivo di vergogna. Oggi invece il riscatto dell’orfano, del minore solo, del disabile trova consenso sociale, è accettato intorno.

Questo segno di speranza per la nostra epoca ha tre facce.

La prima faccia è la nostra cultura tecnologica e informatica, scientifica, medica e psicologica che permette di fare queste conquiste, queste liberazioni dell’umano, questo ampliamento della sfera dell’umano. Questa nostra cultura è grande, e per tale aspetto è pienamente umana.

E allora tutte le volte che siamo tentati di deplorare la cultura moderna e di dire “l’umanità oggi ha smarrito se stessa” – quando veniamo raggiunti da questa tentazione fermiamoci prima di dire parole ingrate nei confronti delle risorse dell’umano che per la prima volta sono a nostra disposizione: questa cultura onora le creature più bisognose e tende a riscattarle. E la prima manifestazione di tale cultura avviene in ambito familiare: paradosso della famiglia ai nostri giorni, che è insieme tribolata e creativa.

Seconda faccia: quella sociale. Il fatto che oggi il disabile venga inserito nella scuola, il fatto che il ragazzo che non cammina venga portato dai suoi compagni in montagna nei campeggi dagli scout, in mare sulla barca: questa è la seconda faccia del segno di speranza per la nostra epoca. Cioè non solo la scienza e la cultura in generale, ma anche la società di questo momento storico con tutti i suoi difetti, pensiamo alla debolezza dei matrimoni, pensiamo alla violenza diffusa, pensiamo alla droga e alla banalizzazione della sessualità e dell’aborto, abbiamo tante ragioni di penitenza – ma dovremmo anche vedere che pure in mezzo a tutti questi mali abbiamo anche delle risorse positive – e dovremmo intendere che non viene mai data una prova all’umanità senza che venga data anche una risorsa per affrontarla. Ed ecco che una risorsa per la nostra epoca è proprio questa: l’accoglienza dello svantaggiato, il riscatto del disabile. E’ un elemento centralissimo – decisivo – per intendere l’epoca in cui viviamo.

Ve ne sono altri, di segni di speranza donati alla nostra epoca, ne elenco alcuni, rapidamente: le missioni di interposizione per dividere popolazioni in guerra civile tra loro, i medici e gli infermieri volontari che dedicano le vacanze o la vita a malati di genti lontane, ogni forma di volontariato internazionale e il volontariato ospedaliero qui da noi, chi raccoglie indumenti e cibo e medicinali per i rifugiati e procura loro un tetto, chi perdona gli uccisori dei parenti e si riconcilia con chi l’ha mortalmente offeso, il dono del corpo nei trapianti… – non voglio dire che il riscatto del disabile e l’accoglienza del minore solo sia un segno isolato, dico che è un segno accanto agli altri e uno dei più carichi di significato.

Terza faccia: quella ecclesiale. Fino a ieri nella Chiesa si facevano certamente tante opere di carità per aiutare il disabile nella sua condizione ma solo oggi – a partire dagli anni del Vaticano II – nella Chiesa si dà il primo posto all’abbandonato e al portatore di disabilità: si tende a darlo, naturalmente con tutti i limiti, le impreparazioni, le difficoltà, ma si tende; non sempre purtroppo, ma almeno qualche volta. Per esempio un trovatello, un figlio illegittimo, un disabile non potevano emettere voti religiosi, non erano accettati. Il Diritto Canonico li escludeva dalla professione religiosa come dall’ammissione agli ordini sacri. E questo anche per disabilità minori, per esempio se uno aveva una voce debole, se era sciancato: bastava questo perché non potesse essere ordinato sacerdote. La società faceva una specie di pulizia estetica dalla disabilità e la relegava nell’invisibilità, come la famiglia che nascondeva il disabile nelle stanze a cui non erano ammessi gli ospiti. La Chiesa stessa seguiva questa regola e quindi non osava portare un disabile sull’altare o fargli pronunciare i voti.

Ebbene nel settembre del 2011 a Milano c’è stata la prima professione religiosa di sei donne disabili di una neonata congregazione fatta tutta di disabili: si tratta della Comunità “Il Roveto” di Sant’Ilario Milanese, che fa parte dell’Istituto delle Piccole Apostole di don Luigi Monza. Era la prima nel mondo, che io sappia.

A Rimini, Montetauro, sei chilometri all’interno, abbiamo un altro segno. Uno dice Rimini e pensa a un luogo delle mondanità, delle spiagge, non si pensa certo a Rimini come luogo della manifestazione dello Spirito per la nostra epoca. A Montetauro c’è una comunità di consacrate che si dedicano all’accoglienza dei disabili gravi, dei cerebrolesi. E ognuna di queste donne adotta un bambino, e lei si chiama “mamma” e il bambino si chiama “piccolo”. Non è mai esistita una cosa simile nella storia: queste donne si dedicano completamente ai loro piccoli. E soltanto quando questo abbia a morire, spesso muoiono presto, ne prende un altro ma mai due contemporaneamente perché ognuna deve dedicare tutto il suo amore a una sola creatura. Gli specialisti vanno in quella comunità a studiare il fenomeno – per esempio – del cerebroleso grave che arriva a riconoscere la sua “mamma”, cosa che non era prevista dalla letteratura medica. Il calore della “mamma” che lo tiene sempre con sé in camera, in refettorio, in cappella fa rifiorire, amplia i confini dell’umano come dicevo prima.

Ecco allora che possiamo vedere un segno di viva speranza in questa vostra associazione La Goccia, come in tante realtà simili alla vostra. Un segno per la nostra epoca posto su questa frontiera della solitudine e della disabilità. Un argomento che ci è offerto per interpretare come figlia di Dio anche la nostra epoca. E per vedere come un frutto di autentico umanesimo quanto l’umanità di oggi riesce a fare per il riscatto dei più svantaggiati. Grazie dell’attenzione.