Papa Francesco un pensiero in cammino

 

Presentazione dal libro di Giancarlo Galeazzi
“Il pensiero di Papa Francesco”
Centro “Giovanni Paolo II” via Podesti 12
Ancona – Mercoledì 17 gennaio 2018 – ore 17.30

 

Trovo felice il motto “pensiero in cammino” che Giancarlo Galeazzi pone a chiave interpretativa del fondamento e del metodo umanistici della riflessione di Papa Francesco. Non è una proposta da poco. Essa ci provoca a cogliere nel giusto modo e alla giusta profondità la novità in parole e opere di questo Pontificato.

Dal pensiero cattolico inteso come sistema completo e in sé concluso, al pensiero in cammino, e cioè in sviluppo, di papa Francesco: può essere evocata anche così la novità del Papa argentino, da alcuni avvertita come una pericolosa rivoluzione. Quel “pensiero in cammino”, che a volte chiama “incompleto”, egli lo propone come modalità ottimale nella ricerca di un’ermeneutica evangelica per l’umanità di oggi.

Quell’immagine riassuntiva del pensiero di Francesco Galeazzi la propone a conclusione del volume [“Il pensiero di Papa Francesco”, prefazione del cardinale Edoardo Menichelli, Quaderni del Consiglio regionale delle Marche, 2017] ed essa bene riassume il suo monitoraggio della predicazione papale, distribuito in stagioni e tematiche sviluppate nei cinque anni dall’elezione a oggi. Prima di andare a tale immagine – che è stata posta a titolo di questa presentazione – vorrei dire qualcosa del volume, senza entrare in nessuna delle tematiche svolte nelle cinque parti e nei 14 capitoli.

Antropologia, ecologia, misericordia, Vangelo e famiglia, educazione sono parole presenti nei titoli delle cinque scansioni. Si tratta di interventi pubblici di Galeazzi, svolti in convegni e su riviste, ad accompagnamento – e si direbbe a ricezione critica – della predicazione del Papa. Un lavoro che pochi fanno in Italia oggi e del quale lo dobbiamo ringraziare.

Vastissima, senza precedenti, è l’attenzione pubblicistica delle nostre case editrici, riviste e siti digitali, a Papa Francesco; in questi anni è nato persino un settimanale popolare, “Il mio Papa”, diretto dal collega giornalista che già dirigeva con successo il settimanale popolarissimo “Tv sorrisi e canzoni”. E assidua, assillante, è la polemica quotidiana sui gesti e le parole del Papa che si svolge sui nuovi media. Ma l’accompagnamento critico dell’insegnamento e dell’azione del Papa è carente: specie quello d’insieme, che sappia essere a un tempo umanistico e teologico, ecclesiale e culturale. Questo appunto fa il nostro Galeazzi.

Riassumendo il pensiero del Papa da cultore di materie filosofiche, Galeazzi a conclusione del volume descrive la ricerca bergogliana come “pensiero artigianale” e “pensiero in cammino”. Artigianale in quanto non troviamo “nulla di accademico nella sua riflessione, ma una operosità pensata che illumina il quotidiano e lo rende straordinario per l’esperienza di vicinanza che continuamente rinnova”. In cammino, che cioè “invita a camminare (è il pensare della speranza), uno accanto all’altro, uno insieme con l’altro, uno per l’altro, per costruire ‘una nuova umanità, che non accetta l’odio tra i popoli, non vede i confini dei Paesi come barriere, e custodisce le proprie tradizioni senza egoismi e risentimenti’, accettando la sfida del dialogo”.

Non è la prima volta che uno studioso di Papa Francesco richiama l’attenzione sul carattere “in progress”, aperto, della predicazione di questo Papa. Il precedente più immediato è il volumetto del teologo Severino Dianich intitolato “Magistero in movimento. Il caso di Papa Francesco” (EDB 2016). In esso viene proposta anche la formula “Magistero di evangelizzazione” (pp. 62ss). Quello che Dianich elabora sul magistero di Papa Bergoglio è analogo a quanto Galeazzi ci propone sul pensiero dello stesso.

Prima ancora era apparso uno studio di Vittorio Alberti intitolato “Il Papa gesuita. ‘Pensiero incompleto’, libertà, laicità in Papa Francesco” (Mondadori 2014).

Cito per terzo il gesuita Antonio Spadaro, direttore di “Civiltà Cattolica” e intervistatore del Papa gesuita, che nel recente volume che raccoglie i colloqui di Francesco con i gesuiti afferma che “Bergoglio va compreso in cammino” e accenna ai vari aspetti del suo “discorso aperto” (Rizzoli 2017, p.17 e 19). In precedenza, nell’introduzione al volume “Nei tuoi occhi è la mia parola”, che raccoglie testi dell’arcivescovo Bergoglio, aveva parlato di “dottrina orale” (Rizzoli 2016, p. XXV).

Dunque l’idea che quello di Francesco fosse un pensiero in cammino o in movimento già circolava. Il merito di Galeazzi è di averla svolta e documentata nel vivo della predicazione e dell’iniziativa di Papa Bergoglio, che non è solo ecclesiale ma è anche più latamente culturale e sociale.

Da cronista delle attività papali, che seguo da più di cinquant’anni, trovo convincente questa immagine d’insieme del pensiero di Papa Francesco proposta da Galeazzi. Egli lo fa da docente, senza cedere in nulla alla polemica partigiana, né io voglio ora trascinarlo in essa. Intendo piuttosto porre al centro del mio intervento un’interrogazione che vorrebbe restare lontana dalla diatriba partigiana che ci assedia d’ogni parte, ma che non vorrebbe eludere l’acuta questione che il lavoro di Galeazzi non formula ma che ci provoca a formulare: che vuol dire per un Papa coltivare un “pensiero in cammino”?

Un vescovo di Roma in ricerca, che non definisce, non chiude, non sentenzia è così diverso dai Papi conosciuti fino all’altro ieri da restare confusi a figurarselo. Eppure ci avvediamo ogni giorno che Francesco è così, sa di essere così, ama essere così. Avrebbe caro che non solo i gesuiti, come ha detto più volte ai confratelli, ma i teologi d’ogni scuola e tutti i cristiani fossero in perpetua ricerca. Preoccupati di non fermarsi piuttosto che di concludere. Di esplorare piuttosto che di non sbagliare.

“Andiamo avanti” dice Francesco, ma i suoi critici si chiedono: “Avanti dove? Con quale progetto, verso quale Chiesa?” A questa domanda che ben conosce Francesco non replica, come non risponde ai “dubia”. Obiezioni sul “dove andiamo” e “dubia” sono inviti a sospendere la ricerca e a mettere dei “punti fermi”, come dice una classica formula vaticana. Il contrario insomma del pensiero in cammino che mai si ferma.

Quell’attitudine bergogliana a scrutare l’orizzonte la raffiguro con le schiette parole di Federico Lombardi, il gesuita che fu portavoce del papa gesuita: “Quello di Francesco – disse alla rivista Popoli del dicembre 2014 – non è un disegno organico alternativo, è piuttosto un mettere in moto una realtà complessa come la Chiesa. È una Chiesa in cammino. Lui non impone la sua visione e il suo modo di agire. Chiede e ascolta i diversi pareri. Non sa dove si andrà: si affida allo Spirito Santo”.

Come Abramo che esce dalla sua terra, Francesco cammina in obbedienza al comando del Signore. Chi lo segue ma anche chi dubbioso lo tiene d’occhio avverte la vertigine che dovette confondere i cuori nella carovana di Abramo. Ed è un fatto nuovo – quella vertigine – nella vicenda moderna del Papato e dei fedeli cattolici che ai Papi si richiamano. Papi in cammino ne abbiamo già conosciuti, da Pio IX a oggi. Ma un Papa con un pensiero in cammino è la prima volta che l’abbiamo.

Reputo che il “pensiero in cammino” di Papa Francesco – come descritto da Galeazzi – risponda bene all’indole dell’uomo Bergoglio, alla sua vocazione di missionario gesuita, al bisogno della Chiesa d’oggi di uscire dai linguaggi ricevuti e dalle prassi codificate per pensare il nuovo, per osare l’inedito (queste sono due formule bergogliane).

L’indole dell’uomo: egli è inquieto, appassionato, anche brusco. Le cose “troppo tranquille” l’imprigionano. Una volta ha detto che quando le situazioni sono troppo ferme, lì non c’è Dio. Quell’inquietudine un giorno lo portò nella Compagnia di Gesù che è una famiglia religiosa essenzialmente missionaria, tesa sempre all’esplorazione di nuove frontiere.

Quell’indole e quella vocazione sono alla base della chiamata all’uscita ch’egli rivolge alla Chiesa. Francesco è il Papa dell’uscita ch’era necessario in un’epoca di ripiegamento delle comunità cristiane che la sfida secolare spinge all’arroccamento e all’autoreferenzialità.

Per l’uscita è necessario un pensiero in cammino e che – scrive Galeazzi – inviti a camminare.