Quando il papa chiede perdono

La “purificazione della memoria” da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI

Conferenza di Luigi Accattoli ai Mercoledì della Cattolica
6 giugno 2007

Gli atti di “purificazione della memoria” compiuti da Giovanni Paolo II e culminati nella “Giornata del perdono” del 12 marzo 2000 costituiscono l’eredità forse più originale e impegnativa del suo lungo pontificato. Nei confronti di tale lascito Benedetto XVI si pone come prudente custode e interprete. La sua intenzione di continuità e il vaglio critico con cui le dà attuazione possono essere assunti come cifra dell’intera successione pontificale di cui siamo spettatori fino a oggi – una successione quantomai impegnativa per la soggettività del successore, stante la sua lunga e centrale presenza nel pontificato del predecessore. Presenza che fu decisiva anche e proprio nella preparazione e nello svolgimento dell’atto giubilare compiuto dal papa polacco nella prima domenica di Quaresima del Grande Giubileo.
“Confessione delle colpe e richiesta di perdono” era intitolata la speciale liturgia che si celebrò quel giorno. Sette rappresentanti della Curia romana leggevano altrettanti “invitatori”, ai quali rispondeva il Papa con sette “orazioni”, riguardanti i “peccati in generale”, le “colpe nel servizio della verità”, i “peccati che hanno compromesso l’unità del Corpo di Cristo”, le “colpe nei confronti di Israele”, le “colpe commesse con comportamenti contro l’amore, la pace, i diritti dei popoli, il rispetto delle culture e delle religioni”, i “peccati che hanno ferito la dignità della donna e l’unità del genere umano”, i “peccati nel campo dei diritti fondamentali della persona”.
Ecco la seconda confessione di peccato, riguardante “le colpe nel servizio della verità”, che fu letta dal cardinale Ratzinger, prefetto dell’ex Sant’Uffizio (cioè dell’organo della Santa Sede responsabile di quel “servizio”): “Preghiamo perché ciascuno di noi, riconoscendo che anche uomini di Chiesa, in nome della fede e della morale, hanno talora fatto ricorso a metodi non evangelici nel pur doveroso impegno di difesa della verità, sappia imitare il Signore Gesù, mite e umile di cuore”.
Ed ecco la quarta delle sette “confessioni” di peccato, riguardante la persecuzione degli ebrei: “Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo nome fosse portato alle genti; noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli e, chiedendo perdono a Dio, vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’alleanza”. Quella richiesta di perdono a Dio e agli ebrei il Papa due settimane più tardi la porterà a Gerusalemme e la porrà – riprodotta su un foglietto – tra le fessure del Muro del Pianto.
A conclusione di quella liturgia penitenziale, Giovanni Paolo pronunciò cinque “mai più” che suonano come una delle utopie evangeliche più forti che siano state affermate nella nostra epoca disincantata: “Mai più contraddizioni alla carità nel servizio della verità, mai più gesti contro la comunione della Chiesa, mai più offese verso qualsiasi popolo, mai più ricorsi alla violenza, mai più discriminazioni, esclusioni, oppressioni, disprezzo dei poveri e degli ultimi”.
Nella “Giornata del perdono” culmina un’opera di “purificazione della memoria” che percorre l’intero Pontificato wojtyliano. Dal riesame del caso Galileo (impostata nel novembre del 1969) all’ultimo pronunciamento autocritico, riguardante i tribunali dell’Inquisizione (arrivato il 15 giugno 2004, con la lettera di accompagnamento della pubblicazione degli atti del simposio storico sull’Inquisizione dell’ottobre del 1998) sono oltre un centinaio le circostanze in cui Giovanni Paolo ha riconosciuto “errori” e “colpe” del passato e del presente, o ha invitato i cattolici ad applicarsi a questo “esame”.
Con tale impresa egli completa – per un aspetto importante: quello della rivisitazione della storia della Chiesa alla luce delle nuove acquisizioni – l’opera conciliare e fa compiere alla comunità cattolica un passo avanti forse decisivo per il suo pieno inserimento nel movimento ecumenico. Ma fonda anche una nuova apologetica, modifica l’immagine del Papato – ritenuto incapace di autocritica – e corregge la collocazione della Chiesa cattolica nel panorama culturale contemporaneo.
Prima di lui solo due Papi avevano riconosciuto occasionalmente specifiche colpe storiche della Chiesa cattolica e se ne erano assunta la responsabilità: essi sono Paolo VI (1963-1978) e Adriano VI (1522-1523). Paolo VI l’aveva fatto in Concilio, il 29 settembre 1963, con riferimento alla “separazione” tra le Chiese. Adriano VI aveva riconosciuto – con riferimento alla “protesta” di Lutero – che “cose abominevolissime” erano avvenute nella Corte papale. Ma nessun Papa aveva mai chiamato l’intera comunità cattolica a un esame e a un pentimento per l’insieme delle sue colpe storiche.
Era necessario il Concilio Vaticano II e la sua dottrina della Chiesa, ricondotta alle fonti bibliche, per rendere possibile la pedagogia del perdono attuata da Giovanni Paolo II. Così afferma il documento forse più importante del Vaticano II: “La Chiesa, che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento” (Lumen Gentium, 1964).

Ecco una rapida antologia dei “mea culpa” wojtyliani, elencati secondo l’anno in cui furono pronunciati. Essa richiama una ventina di pronunciamenti su un totale di più di cento.

1979. Apre la serie il pronunciamento sul “caso Galileo”, che risale al 10 novembre del 1979: a quella data, egli è Papa da appena un anno. Della condanna di Galileo all’abiura si era già occupato il Concilio Vaticano II, che ne aveva fatto ammenda – senza citare lo scienziato – al paragrafo 36 della Gaudium et Spes (1965): «A ulteriore sviluppo di quella presa di posizione del Concilio, io auspico che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione, approfondiscano l’esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, da qualunque parte provengano, rimuovano le diffidenze che quel caso tuttora frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa concordia tra scienza e fede, tra Chiesa e mondo». Quel riconoscimento sarà formulato dalla «Commissione pontificia per lo studio della controversia tolemaico-copernicana del XVI e del XVII secolo», coordinata dal cardinale Paul Poupard, il 31 ottobre 1992. – In analogia al “riesame” del caso Galileo si può citare il “riesame” del caso Rosmini, condotto personalmente dal cardinale Ratzinger e culminato in una “nota” del 2001 “sul valore dei decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere del rev.do sac. Antonio Rosmini Serbati” che così conclude: “Il senso delle proposizioni così inteso e condannato non appartiene in realtà all’autentica posizione di Rosmini”. Il 7 marzo 2000, durante la presentazione del documento Memoria e riconciliazione. La Chiesa e le colpe del passato – ne dovremo riparlare – Ratzinger aveva citato Le cinque piaghe della Santa Chiesa di Rosmini – che il Sant’Uffizio sotto Pio XI aveva messo all’indice – come un positivo “rimprovero profetico” rivolto alla comunità dei credenti.

1980. Il 17 novembre a Magonza incontra gli evangelici tedeschi e li invita a un riconoscimento comune delle responsabilità che portarono alla divisione: “Non vogliamo giudicarci l’un l’altro, vogliamo piuttosto riconoscere insieme la nostra colpa”. Un’analoga esortazione rivolgerà alle Chiese ortodosse il 5 giugno 1991da Bialystok (Polonia), durante un incontro nella cattedrale ortodossa: «Ovunque è esistito il torto, indipendentemente da quale sia la parte, esso va superato mediante il riconoscimento della propria colpa davanti al Signore e mediante il perdono».

1983. Il 10 settembre affronta a Vienna la questione delle guerre che costellano la storia d’Europa: «Dobbiamo confessare e chiedere perdono per le colpe di cui noi cristiani ci siamo macchiati, in pensieri, parole e opere e attraverso l’inerme indifferenza di fronte all’ingiustizia». Ritroveremo questo tema sei anni più tardi, nella Lettera apostolica per il 50mo anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale (26 agosto 1989), il cui tono drammatico già ci dice quanta strada Giovanni Paolo II abbia compiuto – in poco tempo – su una materia tanto delicata: «Le mostruosità di quella guerra si manifestarono nel continente che più a lungo è rimasto nel raggio del Vangelo e della Chiesa. Veramente è difficile continuare il cammino avendo dietro di noi questo terribile calvario degli uomini e delle nazioni!»

1985. A Yaoundè (Cameroun), parlando agli intellettuali, il 13 agosto dice parole impegnative sulla tratta dei neri: «Nel corso della storia uomini appartenenti a nazioni cristiane purtroppo non sempre si sono comportati così (cioè “secondo il Vangelo”, ndr) e noi ne chiediamo perdono ai nostri fratelli africani che tanto hanno sofferto, per esempio per la tratta degli schiavi». Sul tema della tratta le parole più forti le dirà visitando la «casa degli schiavi», nell’isola di Gorèe (Senegal), il 22 febbraio del 1992: «Da questo santuario africano del dolore nero imploriamo il perdono del Cielo».

1986. Il 13 aprile visita la Sinagoga di Roma e deplora le «persecuzioni» dirette «contro gli ebrei in ogni tempo da chiunque; ripeto: da chiunque!» Qui il riferimento è ai Papi suoi predecessori. – Per l’accompagnamento ratzingeriano del riesame papale della questione ebraica si può citare la premessa al volume La Chiesa, Israele e le religioni del mondo (1998, traduzione italiana San Paolo 2000, citazione a p. 5) dov’è affermata “la consapevolezza di una colpa, a lungo rimossa, che grava sulla coscienza dei cristiani dopo i terribili eventi dei dodici funesti anni dal 1933 al 1945”. “Hitler potè perpetrare l’Olocausto perché non ci fu una sufficiente sensibilità dei cristiani verso gli ebrei”, dirà Ratzinger in un’intervista al Tg2 il 15 marzo 1999 in vista della pubblicazione del documento We remember.

1987. Incontrando a Phoenix – negli Usa – gli amerindi, il 14 settembre, così parla del maltrattamento che subirono da parte dei colonizzatori: “E’ doveroso riconoscere l’oppressione culturale, le ingiustizie, la distruzione della vostra vita e delle vostre società tradizionali. Purtroppo non tutti i membri della Chiesa tennero fede alle loro responsabilità di cristiani”. Lo stesso linguaggio aveva usato nel 1984 in Canada e nel 1986 in Australia, negli incontri con gli autoctoni, come fosse sua preoccupazione sgombrare il terreno dalle offese della storia, prima di parlare a quei popoli sofferenti.

1988. L’11 ottobre a Strasburgo, davanti al Parlamento europeo, riconosce la tendenza della Chiesa medievale a imporre la fede attraverso l’ordinamento statale: «La cristianità latina medievale – per non menzionare altro – non è mai sfuggita alla tentazione integralista di escludere dalla comunità temporale coloro che non professavano la vera fede».

1992. Il 21 ottobre presenta come un «atto di espiazione» per le colpe dei colonizzatori la visita che ha appena compiuto a Santo Domingo, a mezzo millennio dall’inizio dell’Evangelizzazione delle Americhe: «Mediante il pellegrinaggio al luogo dove iniziò l’evangelizzazione – pellegrinaggio che ha avuto il carattere di ringraziamento – abbiamo voluto, al tempo stesso, compiere un atto di espiazione davanti all’infinita santità di Dio per tutto ciò che, in questo slancio verso il continente americano, è stato segnato dal peccato, dall’ingiustizia e dalla violenza».

1994. Il 15 maggio parla così del massacro tribale in Rwanda, che infuria in quelle settimane: «Si tratta di un vero e proprio genocidio, di cui purtroppo sono responsabili anche dei cattolici». Con questo testo si direbbe che abbia inteso rispondere a coloro che l’accusavano di riconoscere solo colpe lontane nel tempo.

1995. A Olomouc, nella Repubblica Ceca, il 21 maggio pronuncia una delle “confessioni” più solenni: «Oggi io, Papa della Chiesa di Roma, a nome di tutti i cattolici, chiedo perdono dei torti inflitti ai non cattolici nel corso della storia tribolata di queste genti; e al tempo stesso assicuro il perdono della Chiesa cattolica per quello che di male hanno patito i suoi figli». Nel corso del 1995 – anno internazionale della donna – tante volte parla della condizione femminile, esprimendo anche «rammarico» per il comportamento ecclesiastico in materia: «Faccio appello a tutti gli uomini della Chiesa, affinché si sottopongano, ove necessario, a un cambiamento del loro cuore, e facciano propria, come richiede la loro fede, una visione positiva delle donne» (Messaggio alla delegazione vaticana alla conferenza di Pechino sulla donna, 29 agosto).

1997. Queste parole sulla «Notte di San Bartolomeo» (strage degli Ugonotti protestanti da parte dei cattolici avvenuta nella notte tra il 23 e il 24 agosto a Parigi, nel 1572) le pronuncia nella notte e nella città del massacro: «Alla vigilia del 24 agosto non possiamo dimenticare il doloroso massacro di San Bartolomeo, dalle motivazioni molto oscure nella storia politica e religiosa della Francia. Dei cristiani hanno compiuto atti che il Vangelo condanna».

2000. Il 17 febbraio, nel 400° anniversario del “rogo” di Giordano Bruno, esprime – con lettera del cardinale Sodano a un convegno sul filosofo di Nola – “profondo rammarico” per quel “triste episodio della storia cristiana”. Parole analoghe aveva pronunciato per Jan Hus (condannato al rogo dal Concilio di Costanza nel 1415) il 21 aprile del 1990 e il 17 dicembre 1999; come anche per i 24 “martiri evangelici di Presov” (messi a morte dai cattolici nel 1687), il 2 luglio del 1995, durante la visita in Slovacchia. – Il cardinale Ratzinger aveva accompagnato la riflessione papale sul rogo degli eretici, come appare da questa dichiarazione su Giordano Bruno che improvvisa davanti ai giornalisti il 24 settembre 1977: “Sono convinto che dobbiamo sempre essere coscienti della tentazione della Chiesa, in quanto istituzione, di trasformarsi in uno stato che perseguita i suoi nemici. Chiediamo al Signore perdono per questi fatti del passato e perché non ricadiamo più in questi errori”.

2001. Il 4 maggio, ad Atene, chiede perdono per il saccheggio di Costantinopoli, attuato dai partecipanti alla “quarta crociata” (1204), che avevano costretto all’esilio il Patriarca ortodosso e l’avevano sostituito con un Patriarca “latino”. Con il suo gesto di umiltà, il Papa ottenne che i membri del Sinodo della Chiesa ortodossa greca recitassero con lui – a conclusione di quella giornata – il “Padre nostro”, benché il protocollo della visita – concordato alla vigilia – avesse escluso, su richiesta degli ortodossi, ogni atto di culto in comune, non essendo ancora le due Chiese in “piena comunione”. – In merito alle crociate si può citare un’affermazione del cardinale Ratzinger contenuta in un testo su Francesco d’Assisi, il quale dapprima sognò di farsi crociato (era il tempo in cui si andava preparando proprio la “quarta crociata” del mea culpa wojtyliano) ma poi – ci dice il cardinale – quand’ebbe “conosciuto veramente Cristo capì che anche le crociate non erano la via giusta per difendere i diritti dei cristiani in Terra Santa, bensì bisognava prendere alla lettera il messaggio dell’imitazione del crocifisso” (Trentagiorni 3/2002).

2003. Il 22 giugno a Banja Luka, in Bosnia, riconosce la corresponsabilità dei cattolici nei delitti degli Ustascia croati durante la seconda guerra mondiale e negli orrori della guerra di Bosnia (1992-1995).

Con questi singoli mea culpa Giovanni Paolo rende esplicito quanto il Concilio aveva affermato implicitamente (Galileo), recapita ai destinatari il messaggio che i padri conciliari avevano consegnato ai documenti (ebrei, comunità ortodosse ed evangeliche), applica a materie nuove (tribunali e roghi dell’Inquisizione, integralismo, indios, guerre e stragi, tratta dei neri, donne) quanto già era stato affermato in generale e in linea di principio. Ma totalmente nuova è l’autocritica millenaria e giubilare che promuove a partire dal 1994 e che denomina Esame di fine millennio.
Quell’esame viene annunciato con la lettera apostolica Tertio millennio adveniente (1994), ma era stato già proposto e discusso in un Concistoro straordinario (riunione di tutti i cardinali) della primavera di quell’anno. Il primo abbozzo dell’esame è in un «promemoria» di 23 pagine, che il Papa aveva fatto inviare ai cardinali in vista del Concistoro, “Riflessioni sul grande giubileo dell’anno Duemila”: «Mentre volge al termine il secondo millennio del cristianesimo, la Chiesa deve rendersi consapevole con ravvivata lucidità di quanto i suoi fedeli si siano dimostrati, lungo l’arco della storia, infedeli peccando nei confronti di Cristo e del suo Vangelo».
Molti cardinali esprimono riserve e il più contrario risulta l’italiano Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, che dedicherà alla questione buona parte di una sua lettera pastorale (Christus hodie, EDB, Bologna 1995), intitolata L’autocritica ecclesiale: «E’ un tema di notevole rilievo e anche di notevole delicatezza, che può diventare fonte di ambiguità e perfino di malessere spirituale specialmente tra i fedeli più semplici».
Una risposta pubblica alle obiezioni dei cardinali il Papa la dà con la Tertio millennio adveniente (1994): «E’ giusto che, mentre il secondo millennio del cristianesimo volge al termine, la Chiesa si faccia carico con più viva consapevolezza del peccato dei suoi figli nel ricordo di tutte quelle circostanze in cui, nell’arco della storia, essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del suo Vangelo».
L’esame di fine millennio viene affidato alla più importante e più numerosa tra le otto commissioni coordinate dal Comitato per il Grande Giubileo: la commissione «teologico-storica», presieduta dal domenicano George Cottier, teologo della Casa pontificia, che convoca due colloqui internazionali: uno sulle Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano, che si tiene tra il 30 ottobre e il 1° novembre del 1997 e un altro sull’Inquisizione, che si tiene l’anno seguente, dal 29 al 31 ottobre.
Altro atto preparatorio al “mea culpa” giubilare è il documento della Commissione teologica internazionale, La Chiesa e le colpe del passato, che fornisce l’inquadramento dottrinale alla Giornata del perdono. Esso viene presentato alla stampa il 7 marzo 2000 dal cardinale Joseph Ratzinger, che copre con la sua autorità dottrinale l’iniziativa papale e detta tre “criteri” da seguire nella “confessione dei peccati del passato e di oggi”: “Il primo: la Chiesa del presente non può costituirsi come un tribunale che sentenzia sulle generazioni passate (…) La confessione del peccato degli altri non esime dal riconoscere i peccati del presente. Secondo: confessare significa «fare la verità», perciò implica soprattutto la disciplina e l’umiltà della verità, non negare in nessun modo tutto il male commesso nella Chiesa, ma anche non attribuirsi in una falsa umiltà peccati, o non commessi, o riguardo ai quali una certezza storica ancora non esiste. Terzo: una «confessio peccati» cristiana, sarà sempre accompagnata da una «confessio laudis»” per il bene che la Chiesa ha sempre avuto la possibilità di compiere nella storia.
Possiamo affermare, in conclusione, che Giovanni Paolo sia riuscito – agendo con grande tenacia e resistendo al dissenso interno alla sua Chiesa – a far divenire patrimonio comune del linguaggio cristiano al cambio del millennio la “confessione dei peccati”, che la tradizione affidava al singolo e che pochi prima di lui avevano osato esprimere a nome delle rispettive comunità. Il suo lascito viene accolto dal successore Benedetto XVI che appena eletto, nel “messaggio” in latino dalla cappella Sistina letto il 20 aprile davanti ai cardinali elettori, si impegna a continuare nell’opera di “purificazione della memoria” condotta dal predecessore.
Dovrei ora esporre le affermazioni con cui papa Benedetto ha dato seguito a quell’impegno e si tratterebbe di prendere in esame una decina di testi. Mi limito ai quattro principali: uno mirato alla vita interna alla Chiesa (il clero polacco che collaborò con il regime comunista), uno riguardante il rapporto con l’Islam, uno sulle “guerre di religione” e l’ultimo sul maltrattamento degli indios nell’opera di evangelizzazione dell’America Latina.
Parlando il 25 maggio 2006 nella cattedrale di Varsavia con riferimento allo scandalo dei preti che avevano collaborato con i servizi segreti del regime comunista, papa Benedetto applica a quella “colpa” i tre criteri per una corretta confessione dei peccati da lui stesso enunciati da cardinale (vedi sopra, paragrafo “Altro atto…”): «Occorre imparare a vivere con sincerità la penitenza cristiana. Conviene tuttavia guardarsi dalla pretesa di impancarsi con arroganza a giudici delle generazioni precedenti, vissute in altri tempi e in altre circostanze. Occorre umile sincerità per non negare i peccati del passato, e tuttavia non indulgere a facili accuse in assenza di prove reali o ignorando le differenti precomprensioni di allora. Chiedendo perdono del male commesso nel passato dobbiamo anche ricordare il bene compiuto con l’aiuto della grazia divina che, pur depositata in vasi di creta, ha portato spesso frutti eccellenti».
Del conflitto con l’islam così parla il 20 agosto 2005 a Colonia, ricevendo i rappresentanti delle locali comunità musulmane: «Quante pagine di storia registrano le battaglie e le guerre affrontate invocando, da una parte e dall’altra, il nome di Dio, quasi che combattere il nemico e uccidere l’avversario potesse essere cosa a lui gradita! Il ricordo di questi tristi eventi dovrebbe riempirci di vergogna, ben sapendo quali atrocità siano state commesse nel nome della religione. Le lezioni del passato devono servirci a evitare di ripetere gli stessi errori».
Parlando al corpo diplomatico il 9 gennaio 2006, Benedetto accenna con poche ma impegnative parole alle “guerre di religione” e a ogni altro uso della forza come via per affermare la verità che invece “può essere raggiunta solo nella libertà”: “Per quanto riguarda specificamente la Chiesa Cattolica, in quanto anche da parte di suoi membri e di sue istituzioni sono stati compiuti gravi errori in passato, essa li condanna, e non ha esitato a chiedere perdono. Lo esige l’impegno per la verità“.
Sul maltrattamento degli indios va citata questa riflessione svolta all’udienza generale del 23 maggio 2007, all’indomani del viaggio in Brasile: “Il ricordo di un passato glorioso non può ignorare le ombre che accompagnarono l’opera di evangelizzazione del continente latinoamericano: non è possibile infatti dimenticare le sofferenze e le ingiustizie inflitte dai colonizzatori alle popolazioni indigene, spesso calpestate nei loro diritti umani fondamentali. Ma la doverosa menzione di tali crimini ingiustificabili – crimini peraltro già allora condannati da missionari come Bartolomeo de Las Casas e da teologi come Francesco da Vitoria dell’Università di Salamanca – non deve impedire di prender atto con gratitudine dell’opera meravigliosa compiuta dalla grazia divina tra quelle popolazioni nel corso di questi secoli”.
Questa considerazione tendeva a correggere le letture date dai media a un passaggio del discorso di apertura della Quinta Conferenza dell’episcopato latino-americano, tenuto il 13 maggio ad Aparecida, letture che avevano provocato critiche al papa da parte di autorità governative e leaders sociali e indigeni latino-americani. “L’annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu un’imposizione di una cultura straniera“. Parole lette come una negazione del mea culpa di papa Wojtyla (vedi sopra testo citato alla data 1992), ma si trattava di una lettura sbagliata. Quel peccato è ben noto a papa Ratzinger, che già da cardinale ne parlò più volte con parole chiarissime. Per esempio in Dio e il mondo (San Paolo 2001 a p. 273: “Nell’America del Sud il cristianesimo è giunto in parte sotto i fatali auspici delle spade spagnole“.
Le parole che hanno fatto scandalo vanno lette nell’insieme del paragrafo in cui sono state pronunciate, che mira a confutare la pretesa dell’indigenismo radicale che vorrebbe – dice il papa – “tornare a dare vita alle religioni precolombiane”, un’utopia la cui attuazione “non sarebbe un progresso, bensì un regresso, un’involuzione verso un momento storico ancorato nel passato”.
Una riprova convincente che il papa svolgeva un ragionamento di principio contro l’utopia del rifiuto del cristianesimo come “alienazione” e “cultura imposta” – e non intendeva negare le violenze dei colonizzatori – l’abbiamo dalla preghiera che conclude quel discorso, in cui tra l’altro si legge: “Resta, Signore, con quelli che nelle nostre società sono più vulnerabili; resta con i poveri e gli umili, con gli indigeni e gli afroamericani, che non sempre hanno trovato spazio e appoggio per esprimere la ricchezza della loro cultura e la saggezza della loro identità“. Insomma – viene a dire il papa conclusivamente – insieme alla predicazione del Vangelo ci fu violenza ed emarginazione, ma ciò non autorizza a dire che il Vangelo vada rigettato come alienazione venuta dal di fuori, perché tale non fu e tale non poteva essere.
Si vedono qui chiaramente riflessi il secondo e il terzo dei criteri dettati dal cardinale Ratzinger alla vigilia della Giornata del perdono di papa Wojtyla (vedi sopra, capoverso “Altro atto”): vale a dire l’accertamento critico della “colpa” e la necessaria compresenza della “confessio laudis” e della “confessio peccati”. Tutti e tre i criteri prudenziali li avevamo visti richiamati nel caso dei sacerdoti polacchi. Sull’Islam e sulle guerre di religione era invece più evidente la continuità con il linguaggio e lo spirito dei “mea culpa” wojtyliani. Possiamo dunque concludere che i quattro testi analizzati confermano la tesi affermata all’inizio di questa conversazione, che cioè papa Benedetto svolga l’opera di purificazione della memoria con intenzione di continuità e vaglio critico rispetto al lascito del predecessore. Il suo apporto si configura – in questo come in altri aspetti della successione pontificale – come un completamento dottrinale e di immagine dell’opera dell’uno da parte dell’altro: dal papa apostolo venne e viene l’audacia di nominare la colpa, dal cardinale Ratzinger e dal papa teologo il rigore nel formulare l’accusa.

Luigi Accattoli