“La vendetta non è la via di Gesù” dice Francesco a Yangon

“La vendetta non è la via di Gesù” ha detto oggi Francesco ai cattolici spesso perseguitati del Myanmar. Li ha invitati a dialogare con la maggioranza buddista del paese, ha fatto appello ai buddisti perchè accettino di realizzare una nazione “inclusiva”, ha incoraggiato i vescovi ad avere insieme l’odore delle pecore e di Dio. Nei commenti i passi più vivi dei tre discorsi.

24 Commenti »

  1. Luigi Accattoli scrive,

    29 novembre 2017 @ 22:39

    La via di Gesù è diversaOmelia del Papa oggi a Yangon: Che non ci manchi mai la sapienza di trovare nelle ferite di Cristo la fonte di ogni cura! So che molti in Myanmar portano le ferite della violenza, sia visibili che invisibili. La tentazione è di rispondere a queste lesioni con una sapienza mondana che, come quella del re nella prima Lettura, è profondamente viziata. Pensiamo che la cura possa venire dalla rabbia e dalla vendetta. Tuttavia la via della vendetta non è la via di Gesù. La via di Gesù è radicalmente differente. Quando l’odio e il rifiuto lo condussero alla passione e alla morte, Egli rispose con il perdono e la compassione […]. Con il dono dello Spirito, Gesù rende capace ciascuno di noi di essere segno della sua sapienza, che trionfa sulla sapienza di questo mondo, e della sua misericordia, che dà sollievo anche alle ferite più dolorose.

  2. Luigi Accattoli scrive,

    29 novembre 2017 @ 22:39

    Rifugiatevi nelle ferite di Cristo. Omelia 2: Alla vigilia della sua passione, Gesù si offrì ai suoi Apostoli sotto le specie del pane e del vino. Nel dono dell’Eucaristia, non solo riconosciamo, con gli occhi della fede, il dono del suo corpo e del suo sangue; noi impariamo anche come trovare riposo nelle sue ferite, e là essere purificati da tutti i nostri peccati e dalle nostre vie distorte. Rifugiandovi nelle ferite di Cristo, cari fratelli e sorelle, possiate assaporare il balsamo risanante della misericordia del Padre e trovare la forza di portarlo agli altri, per ungere ogni ferita e ogni memoria dolorosa […].  So che la Chiesa in Myanmar sta già facendo molto per portare il balsamo risanante della misericordia di Dio agli altri, specialmente ai più bisognosi. Vi sono chiari segni che, anche con mezzi assai limitati, molte comunità proclamano il Vangelo ad altre minoranze tribali, senza mai forzare o costringere, ma sempre invitando e accogliendo. In mezzo a tante povertà e difficoltà […] la Chiesa in questo Paese sta aiutando un gran numero di uomini, donne e bambini, senza distinzioni di religione o di provenienza etnica. Posso testimoniare che la Chiesa qui è viva, che Cristo è vivo ed è qui con voi e con i vostri fratelli e sorelle delle altre Comunità cristiane. Vi incoraggio a continuare a condividere con gli altri la sapienza inestimabile che avete ricevuto, l’amore di Dio che sgorga dal cuore di Gesù.

  3. Luigi Accattoli scrive,

    29 novembre 2017 @ 22:40

    Appello ai buddisti. Incontro con il Consiglio Supremo “Sangha” dei Monaci Buddisti: Il nostro incontro è un’importante occasione per rinnovare e rafforzare i legami di amicizia e rispetto tra buddisti e cattolici. E’ anche un’opportunità per affermare il nostro impegno per la pace, il rispetto della dignità umana e la giustizia per ogni uomo e donna. Non solo in Myanmar, ma in tutto il mondo le persone hanno bisogno di questa comune testimonianza da parte dei leader religiosi. Perché, quando noi parliamo con una sola voce affermando i valori perenni della giustizia, della pace e della dignità fondamentale di ogni essere umano, noi offriamo una parola di speranza. Aiutiamo i buddisti, i cattolici e tutte le persone a lottare per una maggiore armonia nelle loro comunità […]. Mi congratulo per il lavoro che sta svolgendo la Panglong Peace Conference a questo riguardo, e prego affinché coloro che guidano tale sforzo possano continuare a promuovere una più ampia partecipazione da parte di tutti coloro che vivono in Myanmar. Questo sicuramente contribuirà all’impegno per far avanzare la pace, la sicurezza e una prosperità che sia inclusiva di tutti.

  4. Luigi Accattoli scrive,

    29 novembre 2017 @ 22:40

    Odore delle pecore e odore di Dio. Incontro con i 22 vescovi del Mianmar: Come mi piace dire, il Pastore dovrebbe avere l’odore delle pecore; ma anche l’odore di Dio, non dimenticatevi!, anche l’odore di Dio. Ai nostri giorni siamo chiamati a essere una “Chiesa in uscita” per portare la luce di Cristo ad ogni periferia […] La Chiesa in Myanmar testimonia quotidianamente il Vangelo mediante le sue opere educative e caritative, la sua difesa dei diritti umani, il suo sostegno ai principi democratici. Possiate mettere la comunità cattolica nelle condizioni di continuare ad avere un ruolo costruttivo nella vita della società, facendo sentire la vostra voce nelle questioni di interesse nazionale, particolarmente insistendo sul rispetto della dignità e dei diritti di tutti, in modo speciale dei più poveri e vulnerabili.

  5. maria cristina venturi scrive,

    30 novembre 2017 @ 15:13

    In Bangladesh andando per prima cosa a visitare il National Martyr’s Memorial, nel libro d’ onore dei visitatori il papa si è’ firmato : Francesco vescovo cattolico romano ( fonte Andrea Tornielli , Varican Insider)
    In Myanmar era sconsigliato parlare di Royinga, forse in Bangladesh paese musulmano, e’ di cattivo gusto firmarsi come Pontefice Romano. Piu’ diplomatico ed umile semplice vescovo .

  6. Andrea Salvi scrive,

    30 novembre 2017 @ 16:46

    Tutti sanno che il papa si chiama anche vescovo di Roma.
    Del resto lo stesso Giovanni Paolo II, affacciandosi alla finestra all proclamazione disse testualmente a tutto il mondo collegato in mondovisione:
    “…gli eminentissimi cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma, lo hanno chiamato da un paese lontano…”
    Oibo’!
    Umiltà? Diplomazia?
    Credo che qualcuno qui avrebbe da ridire malevolmente anche se il papa si togliesse la papalina per grattarsi la testa.

  7. Beppe Zezza scrive,

    1 dicembre 2017 @ 8:14

    Credo che questo viaggio di papa Francesco in due paesi non cristiani dell’Est sia stato un atto molto importante ai fini della evengelizzazione.
    Le parole dette scivolano via e dopo pochi giorni non si ricordano più. Il gesto – che il massimo esponente della religione cattolica sia andato in quei paesi resta.
    E’ anche , a mio parere, corretto, l’uso di un linguaggio “prudente” .
    Ripeto l’importante è la sua presenza. Discorsi che avessero provocato polemica avrebbero rischiato di oscurare questo fatto.
    Anni fa ho lavorato in estremo oriente, con giapponesi e indiani. I miei interlocutori, uomini di affari, erano totalmente all’oscuro di chi fosse il papa, di quale fosse l’opera di Gesu’ e della Chiesa.
    Penso che la visita del papa contribuisca a una diffusione della conoscenza della esistenza stessa del cristianesimo.

  8. Luigi Accattoli scrive,

    1 dicembre 2017 @ 12:38

    A Maria Cristina Venturi e ad Andrea Salvi richiamo come spunto documentale che Paolo VI i testi del Vaticano II li firma così: Ego Paulus Catlholicae Ecclesiae Episcopus (Io Paolo vescovo della Chiesa Cattolica). La stessa formula era stata usata da Giovanni XXIII nel 1961 per la bolla “Humanae salutis” di indizione del Concilio. Nei testi del Vaticano I Pio IX così si firma: “Pius episcopus servus servorum Dei, sacro approbante Concilio, ad perpetuam rei memoriam”.

  9. Luigi Accattoli scrive,

    1 dicembre 2017 @ 12:51

    Ringrazio Beppe Zezza per quanto dice del viaggio di Francesco in Myanmar e Bangladesh. Richiesto a TV2000 e in altra occasione pubblica di dire “perché” il Papa compie queste visite di tanti giorni a così minime comunità cattoliche, ho risposto: “Perchè sono poveri, pochi, discriminati e – insieme – ferventi nella fede, gioiosi d’essere cristiani. E’ lo stesso motivo che l’aveva portato nella Repubblica Centroafricana e per il quale ha fatto cardinali di luoghi sperduti: del Laos, delle Mauritius, di Tonga. E’ la Chiesa dei poveri e la sua letizia nella sofferenza a motivare il Papa in queste decisioni”.

  10. maria cristina venturi scrive,

    1 dicembre 2017 @ 14:33

    Tante parole per i Royinga perseguitati . Giusto.
    Ma il ” vescovo cattolico romano” Francesco ( visto che lui stesso si è’ firmato cosi’ da ora in poi lo chiamerò’ cosi’) non si è’ mai pronunciato con la stessa accorata preghiera pubblica ed internazionale a favore per le minoranze CRISTIANE perseguitate. In tanti paesi del mondo, Iraq, Pakistan ecc. Mai abbiamo avuto simili accorate parole per i cristiani come per i Royinga che sembrano stare tanto a cuore del vescovo Romano.
    il vescovo Romano Francesco sembra avere più’ a cuore la minoranza
    musulmana perseguitata che le minoranze cristiane perseguitate. Anche in Myanmar ci sino ignoranze cristiane perseguitate, ma NON LE HA NOMINATE.
    Per quale motivo? Forse perché’ deve ottemperare ai desiderata dell’ ONU?
    Le minoranze cristiane perseguitate sono di serie B , trascurabili?

  11. maria cristina venturi scrive,

    1 dicembre 2017 @ 14:42

    http://federicodezzani.altervista.org/crisi-umanitaria-in-birmania-e-sempre-questione-di-petrolio-e-infrastrutture/

    Le minoranze cristiane perseguitate non sono nell’agenda dell’ONU,e non sono negli intessi degli USa come i Royinga.

  12. maria cristina venturi scrive,

    1 dicembre 2017 @ 14:49

    Il papa si inchina davanti ai Royinga “vi chiedo perdono”

    dovrebbe inchianarsi davanti ai martiri cattolici e chiedere perdono per l’indifferernza e il menefreghismo della Chiesa ufficiale di fronte ai martiri cristiani.

  13. Luigi Accattoli scrive,

    1 dicembre 2017 @ 15:52

    Maria Cristina Venturi le tue sono parole smodate, bile allo stato puro. Francesco sia da Roma sia nelle visite ai paesi tratta delle minoranze cristiane perseguitate con il linguaggio di un Papa e di un Papa ospite, secondo una tradizione che si è venuta perfezionando da Paolo VI a oggi. Sempre si inchina ai martiri cristiani e l’ha detto cento volte. Il particolare affetto per i Rohingya è dovuto alla loro condizione unica di popolo apolide. Ma la bile basta a se stessa.

  14. Lorenzo Cuffini scrive,

    1 dicembre 2017 @ 15:59

    Brava Venturi.
    Ottimo,il ” vescovo cattolico romano”.
    Lieto che lo userai in luogo dei consueti altri modi irricevibili in cui definisci Bergoglio.

  15. maria cristina venturi scrive,

    1 dicembre 2017 @ 18:54

    Il papa chiede perdono ai Royinga acui icristisni non hanno torto un capello.Chiede perdono a nome di chi? Dei generali birmani buddistiche hanno attaccato iRoyinga?
    Siamo nell.’assurdo ! IL CAPOdella #Chiesa cattolica chiede scusa per qualcosa in cui la Chiesa e I cattolici non ‘entrano nullla e che fa parte della politica di un paese. Buddista!
    Questo p asso dovrebbe.chiedere susa di TUTTO cip’o’che npn va al mpndo. Intanto dell’indiffetenza vetso I martiri cristiani non chiefe scusa.tte le ingiustizie delmondo. MAche sensp ha.

  16. Luigi Accattoli scrive,

    1 dicembre 2017 @ 20:10

    Maria Cristina Venturi. Chiede perdono per l’indifferenza del mondo di cui è parte il mondo cristiano. L’ha detto tante volte, per questa e altre tragedie. L’espressione stavolta è difettosa, le parole erano improvvisate, ma il senso è chiaro. Se il Papa si esprime in maniera lacunosa un cristiano cerca di aiutarne l’interpretazione, non di dargli addosso.

    Qui le parole del Papa come sono state date dal bollettino vaticano – e che non sono affatto insensate – nella sostanza sono giuste e opportune:
    http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/december/documents/papa-francesco_20171201_viaggioapostolico-bangladesh-pace.html

  17. Victoria Boe scrive,

    1 dicembre 2017 @ 20:59

    Il Papa non ha potuto nominare i Rhoingya in Myanmar perché gli era stato vietato, ma in Bangladesh ha potuto farlo e incontrarli da vicino.
    Quei profughi erano scampati ad una sorta di pulizia etnica intrapresa nei loro confronti nel Paese in cui vivevano. E dove, comunque, Francesco aveva portato parole di dialogo, di pace e di fratellanza: preziosi semi dell’Amore di Dio.
    L’ affettuosa vicinanza del pontefice ai profughi è la testimonianza autentica della carità cristiana e va molto al di là di una teoria religiosa.
    È un esempio chiaro di come devono essere i veri seguaci del Cristo. Una concretezza che supera di molto ogni discorso teologico.
    È questo il cristianesimo che piace a me.

  18. Andrea Salvi scrive,

    1 dicembre 2017 @ 20:59

    Se non parli dei Rohingya tii tirano le pietre, se parli dei Rohingya ti tirano le pietre. Qualunque cosa fai, dovunque te ne andrai, sempre pietre in faccia prenderai!
    (Versione liberamente adattata “Pietre” di Antoine)

  19. Leopoldo Calò scrive,

    1 dicembre 2017 @ 21:12

    Venturi, le dirò la verità, ho sempre pensato che lei fosse una persona seria: è solo una provocatrice. Me ne dispiace, veramente.

  20. Leonardo Lugaresi scrive,

    1 dicembre 2017 @ 23:43

    Caro Luigi,
    penso che Maria Cristina Venturi abbia posto una questione seria a proposito della richiesta di perdono formulata dal papa, e penso che tu sbagli a sottovalutarla. Su un fatto come il perdono – che è divino e non umano – non si può parlare senza pesare quello che si dice. E bisogna avere titolo, sia per perdonare che per chiedere perdono. Così come non si può perdonare “in conto terzi” (solo Dio può perdonare in senso proprio, e solo la vittima può “perdonare” l’aggressore, nessun altro), anche chiedere perdono non è cosa che possa fare chiunque. Io posso chiedere perdono del male che ho fatto io; in senso lato posso farlo anche nel nome di coloro che rappresento (il papa può dunque farlo a nome dei cristiani). Basta. Il di più è rtorica perdonista, banalizzazione e svilimento di una cosa preziosa. I Rohingya, per quanto ne sappiamo, sono perseguitati dai buddisti birmani: che il papa chieda perdono a nome loro sarebbe, se si prendono sul serio le parole, un abuso. Ma tu hai detto che si è espresso male, che le sue parole non vanno prese per quel che dicono. Sia: ma perché farlo notare dovrebbe essere un “dargli addosso”?
    Ovviamente, nessuno avrebbe avuto da obiettare nulla se il papa avesse espresso dolore, solidarietà, vicinanza ecc. ecc. nei confronti di quella popolazione.

  21. Victoria Boe scrive,

    2 dicembre 2017 @ 2:01

    Non mi sembra inopportuna la richiesta di perdono, da parte del Papa, a nome di tutta la famiglia umana, perché è vero che tutti siamo colpevoli di indifferenza verso gli uomini che soffrono di più e che sono più lontani geograficamente. Ma anche, a dire il vero, verso quelli più vicini, stando alle cronache di tutti i giorni.
    Vengono maltrattati e non dovrebbero esserlo; vengono ignorati e non dovrebbero esserlo.
    Il Papa ha parlato giustamente di “indifferenza del mondo”. L’indifferenza è forse la più grave colpa dell’umanità, e Francesco lo sa bene. E noi che tutti i giorni vediamo scorrere sui teleschermi cattiverie e indifferenza di varia natura, pure lo sappiamo. Lui, il Papa, che guida la Chiesa cristiana cattolica, sa che almeno i cristiani dovrebbero avere lo spirito del Cristo, ma poiché spesso non è così, chiede perdono a nome di tutti, compresi i fratelli di altra religione che hanno capestato la dignità umana di altri fratelli. Perché lui sa che davanti a Dio non ci sono differenze di religione o di altro genere. Il Cristo RAPPRESENTA TUTTI. E papa Francesco, che davvero evangelicamente richiama le parole di Gesù, si fa portavoce di tutte le genti nel chiedere perdono ai Rohingya, fratelli diseredati a cui ha aperto le braccia e il cuore. Nessuna “retorica perdonista”, dunque.
    Il Papa vuole dare un forte messaggio cristiano a tutto il mondo; ma se certi cattolici hanno da criticarlo come alcuni hanno fatto qui nel blog, significa che il Cristo non ha ancora fatto breccia nel cuore di molti sedicenti cristiani, o almeno non hanno ancora capito il valore essenziale della religione a cui dicono di appartenere.
    Mi dispiace doverlo dire, ma è così.

  22. Andrea Salvi scrive,

    2 dicembre 2017 @ 8:23

    Al Sig. Lugaresi
    Come diceva Muller qualcuno analizza con meticolosa pedanteria ogni parola, ogni virgola detta dal papa anche a braccio manco stesse trattando con un povero studentello alle prese con la sua tesi.
    La ritengo una cosa vergognosa oltre che una perdita di tempo.
    Si dovrebbe andare allo spirito, oltre la lettera. Se si e’ capaci e non accecati dal pregiudizio che traspirante da ogni intervento

  23. Enrico Usvelli scrive,

    2 dicembre 2017 @ 10:08

    Lugaresi
    ‘Ma tu hai detto che si è espresso male, che le sue parole non vanno prese per quel che dicono’

    Non credo abbia letto attentamente quanto scritto da Accattoli. Qui è riferito a questa richiesta di perdono:

    ‘Chiede perdono per l’indifferenza del mondo di cui è parte il mondo cristiano. L’ha detto tante volte, per questa e altre tragedie. L’espressione stavolta è difettosa, le parole erano improvvisate, ma il senso è chiaro’

    E qui descrive la maniera di interpretare le parole del Papa in generale:

    ‘Se il Papa si esprime in maniera lacunosa un cristiano cerca di aiutarne l’interpretazione, non di dargli addosso.’

    Tornando ai Rohingya, il Myanmar è una democrazia ancora fragile che esce da una lunga dittatura. Questa dittatura ha pesanti responsabilità sulla situazione dei Rohingya. Le risulta che le nazioni cattoliche si siano impegnate (e non intendo militarmente) molto per abbattere questa dittatura, che non era certo meglio di quella di Saddam o di Gheddafi? A me non risulta. Quindi la spiegazione di Luigi è perfetta.

    ‘le sue parole non vanno prese per quel che dicono’

    Sa che questa frase mi ricorda la ‘Correctio’ al Papa? Si piglia una frase che l’interessato NON ha detto e poi ci si ricama sopra.

  24. Amigoni p. Luigi scrive,

    2 dicembre 2017 @ 18:49

    D’accordo con tutti quelli che, ieri e oggi, hanno espresso osservazioni critiche – anche se da me non autorizzate – a colei e a colui che, al solito, in questo post hanno vituperato il Romano Pontefice.

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