Per l’oglio ovvero olio oppure ojjo e anche uoglie


Lapide a una Madonnella in via di Santo Stefano Rotondo, sulla sinistra della strada, poco prima della chiesa. Nei commenti le mie divagazioni.

6 Commenti »

  1. Luigi Accattoli scrive,

    13 settembre 2017 @ 18:16

    “Elemosina per l’oglio della Madonna” dice la lapide murata nel riempitivo di un’arcata dell’Acquedotto Neroniano che costeggia quella via, prima sulla destra e poi sulla sinistra. La parola “oglio”, antica e dialettale, adatta a una scritta della pietà popolare, è dispiaciuta a qualcuno che avendo fatto le scuole si è ingegnato a cancellare la “g” per ottenere dell’olio di serie da sostituire a quell’oglio così genuino.

  2. Luigi Accattoli scrive,

    13 settembre 2017 @ 18:39

    “Oglio” l’avevamo per buona lingua fino all’Ariosto e a Giordano Bruno. Il romanesco ha “ojjo” ed è comprensibile che lo scalpellino della lapide l’abbia italianizzato in “oglio”: “l’òjjo è la morte sua p’er pessce-fritto” , argomentava il Belli. Ma l’olio migliore viene dalla Puglia ed è nomato uoglie: “Ne avivene, d’uoglie, la gente, in terra di Apulia”, mormora Ingravallo a pagina 97 del Pasticciaccio del Gaddus (Garzanti 1957).

  3. antonella lignani scrive,

    13 settembre 2017 @ 20:14

    Assai interessante.

  4. Clodine-Claudia Leo scrive,

    13 settembre 2017 @ 20:32

    E bravo Luigi. Il vero dialetto romano non ha nulla in comune con la “coattanza”, come erroneamente si tende a credere. Il dialetto romano è incomprensibile per chi non ha dimestichezza con l’idioma. Ho discendenze romane da parte del ramo materno che non saprei quantificare a quante generazioni risalga. Mia madre raccontava che già la sua bisnonna, di nome Elvira, vantava di aver ricevuto dal Papa (credo Pio IX) da “Sue Reverendissime mani”, diceva, un dono, la cui entità mi è ignota. Si parlava di un certo “corredo” dell’Annunziata anche se non ho mai capito questo “corredo” in cosa consistesse .

    Sull’olio, beh, di ricordi ne ho tanti, l’espressione di mamma quando io o una delle sorelle lo prendevano per condire la famosa panzanella ad esempio: “me raccomanno ni’, nun trasbordate co’st’ojjo, nsa da spreca’ . L’ojjo è na’ cosa seria, è sacro”… (mi raccomando ni’ (quel ni’ sta per bambine) con questo olio, non si deve sprecare, perché è un cosa seria: è sacro)

    E questa cosa che l ‘olio fosse una cosa sacra mi è rimasta impressa.
    Credo che avesse ragione, che quel concetto del sacro olio avesse un fondamento valido essendo lei nata proprio su un vicolo appena dietro la basilica di Santa Maria in Trastevere.

    Ora, quella Basilica conserva al suo interno la fons olei – sorgente dell’olio- che la tradizione fa risalire 2000 anni addietro e se ne trova testimonianza in antichi documenti storici che narrano di come il sacro liquido “per spacio di un giorno et una nocte con rivo larghissimo in fino a Trastevere corse..”. La “fonte” è seminascosta in un angolo della Basilica e in una antica mappa risalente al 1472 si può leggere una annotazione :” Santa Maria in Trastevere da dove l’olio scorse fino al Tevere nella notte della Natività di Nostro Signore”. Interessante…

  5. Leopoldo Calò scrive,

    14 settembre 2017 @ 19:04

    I lumini a olio, l’oscurità delle chiesette antiche del paese, i riti religiosi che scandiscono l’anno, le vite delle persone perbene che nessuno ricorda perché sono passati troppi anni, le famiglie che tengono i vecchi in casa non per ripagarli di qualcosa ma perché era questa la famiglia, i genitori che ti hanno tenuto in braccio, felici di ogni tuo piccolo progresso. Anche in questa memoria, specie quando non puoi più condividerla, forse sta il Dio di cui oggi tanto si parla. Ma a voi la morte, l’idea che di noi non resti nulla, la prospettiva di non vedere più le persone care non fanno paura? A me sì, molto.

  6. Clodine-Claudia Leo scrive,

    14 settembre 2017 @ 21:28

    Immagini di un passato lontano, ma sembra trascorso un giorno da quei ricordi, caro Leopoldo. Anche nelle nostre case la luce era bassa, e quando ci si riuniva per il desco nei giorni d’inverno, quando fa buio e dai vetri delle finestre appannati dal freddo filtrava quel sottile chiarore dai cortili , la tavola apparecchiata con cura era una festa, anche se la mensa non abbondava ed era tutto un brusio a bassa voce. Rumori attorno non ce n’erano eccetto la radio, che trasmetteva le notizie intercalate da uno strano cinguettio che mio padre chiamava “cicalino”. Poi il nonno ci comprò il televisore: Carosello e tutti a nanna, eccetto mia madre che la ricordo sempre china sulla macchina da cucire: povera mamma quanto lavoro!

    Anch’io penso sovente ai miei cari. Tutti scomparsi da anni ormai :mia madre, mio padre, gli amici tanti che sono andati via in silenzio, molti in giovane età. Le mie care zie e zii;ma chi mi è sempre mancata di più è la mia cara nonna.Penso molto a lei, a volte mi sembra di avvertire il fruscio della veste e il profumo della sua pelle bianca, morbida, che emanava un profumo di lavanda.Le sue camicette bianca e la medaglia con l’effige su ambo i lati dei due figli morti in gioventù
    Gli armadi costruiti tutti d’un pezzo con un unico specchio e cassettone alla basse con quelle zaffate di naftalina che mi facevano scappare. Mi capita di sognare la casa dove ho vissuto i primi 5 anni di vita e i ricordi mi sommergono. Se dovessi anche solo per un istante pensare di non poter rivedere in eterno i miei cari morirei di dolore. Ma so che non è così. Ho la certezza, nella fede, che sono vicinissimi a noi, in un luogo a noi ignoto: sono dall’altra parte della sponda, e ci guardano,ci scrutano, ci attendono….

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