Presentazione

“Il Signore mi chiama a salire sul monte”
La scelta monastica di Papa Benedetto che lascia il ministero petrino

Per indicare la condizione di vita che Benedetto ha scelto per se stesso lasciando il Papato, viene spontanea l’immagine del monaco. Non l’ha usata e non siamo sicuri che l’approverebbe, ma essa ci appare come la più appropriata volendo stare alle parole con le quali ci ha informati di sentirsi chiamato a “salire sul monte” e a vivere “ritirato” nel “servizio della preghiera”, “nascosto agli occhi del mondo”. Sono gli elementi che caratterizzano la vocazione monastica com’egli l’aveva tante volte trattata nel suo magistero.
A ciò possiamo aggiungere la suggestione che ci viene dall’aver scelto il “monastero” Mater Ecclesiae come residenza, nonché la semplificazione dell’abito papale che ha ridotto alla talare bianca finendo con il darsi una tenuta più spoglia di quella di molte vestizioni monastiche, se non di tutte.
Conviene – in questa mia divagazione sul Papa che si fa monaco – richiamare le varie occasioni, tra l’11 e il 28 febbraio 2013, nelle quali ha parlato della condizione che si era riservato per il “dopo”, partendo dalla più importante tra esse che ai nostri fini è quella dell’Angelus del 24 febbraio, quando commentò il Vangelo della Trasfigurazione applicando a se stesso la chiamata a salire sul monte che è immagine biblica canonica per indicare la vocazione monastica:
“Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Grazie! Il Signore mi chiama a ‘salire sul monte’, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze. Invochiamo l’intercessione della vergine Maria: lei ci aiuti tutti a seguire sempre il Signore Gesù, nella preghiera e nella carità operosa”.
Potremmo dire che Benedetto compia una scelta monastica non solo perché indirizzata a una vita votata all’orazione, ma perché intende quella scelta come obbedienza a una nuova vocazione, ovvero come risposta alla chiamata a un nuovo servizio nella Chiesa. La decisione mostrata dal Papa emerito in quella scelta – che nell’ultima udienza pubblica indicherà come “grave”, “nuova”, “difficile”, “sofferta” – ci lascia intuire com’egli l’abbia compiuta in risposta a “quel misterioso e irresistibile appello di Dio che è la vocazione alla vita consacrata” (così si era espresso nella catechesi su Guglielmo di Saint-Thierry: vedi quel testo in questa antologia, alla data 2 dicembre 2009).
Tornando all’impegno di ripercorrere i testi del Papa rinunciante, dirò che già nella declaratio della rinuncia aveva accennato al suo futuro con parole che paiono avere un prioritario riferimento alla vita monastica: “Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio”: “vita orationi dedicata”.
Tre giorni dopo, nel commiato del 14 febbraio dal clero di Roma, quella vita dedicata alla preghiera viene connotata con due caratteristiche specificamente monastiche, il ritiro dagli impegni pubblici e il nascondimento al mondo: “Anche se adesso mi ritiro, nella preghiera sono sempre vicino a tutti voi e sono sicuro che anche voi sarete vicini a me, anche se per il mondo rimango nascosto […]. Io, ritirato con la mia preghiera, sarò sempre con voi”.
Il 23 febbraio – a conclusione degli esercizi spirituali – illustra, a riguardo della vita futura, una peculiare connotazione della “clausura” che ha scelto di attuare, chiarendo che essa non sarà di impedimento alla comunione: “Rimane in me questa gratitudine [verso “tutti voi”] e anche se adesso finisce l’ esteriore, visibile comunione, rimane la vicinanza spirituale, rimane una profonda comunione nella preghiera”. Quella nota comunionale della clausura l’aveva richiamata un giorno parlando ai Certosini di Serra San Bruno e segnalando come sia proprio del monaco lasciare ogni relazione esteriore “per vivere nell’essenziale e trovare in esso una profonda comunione con i fratelli, con ogni uomo” (vedi in questa antologia alla data 9 ottobre 2011).
Il 27 febbraio, ultima udienza generale, svolge un parallelo tra la sua vita di Papa e quella futura, nel passaggio cioè da una condizione totalmente pubblica (“chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy”) a una totalmente nascosta ma non comunque “privata”, com’è appunto quella dei monaci (nomina Benedetto da Norcia) che vivono una vita nascosta al mondo ma non riservata a se stessi: “Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio”.
L’espressione “servizio della preghiera” va letta con piena avvertenza: “servizio” cioè “ministero”, da interpretare in riferimento al “ministero petrino” che aveva appena evocato. Potrà aiutarci alla piena avvertenza il fatto che Benedetto nello svolgimento del suo magistero sulla vita monastica, in occasione della visita all’Abbazia di Heiligenkreuz, aveva trattato della preghiera come del “servizio per eccellenza”, il “servizio sacro dei monaci” (vedi in questa antologia alla data 9 settembre 2007).
Merita attenzione anche il proposito di continuare a vivere “nel recinto di San Pietro”: possiamo leggervi in parabola la volontà di restare, se pure isolato, nel cuore della Cattolicità rappresentato dal Papato. “Anche voi che vivete in un volontario isolamento”, aveva detto ai Certosini di Serra San Bruno nella circostanza già richiamata, “siete in realtà nel cuore della Chiesa, e fate scorrere nelle sue vene il sangue puro della contemplazione e dell’amore di Dio”. Sempre in quell’occasione aveva accennato al dono che caratterizza la vita monastica che inserisce “profondamente” quanti l’abbracciano nel mistero della Chiesa e dunque li rende “singolarmente vicini al ministero di Pietro”.
C’è un altro testo nell’antologia – la catechesi del 9 aprile 2008 dedicata alla figura di Benedetto da Norcia – che aiuta a intendere la scelta del Papa emerito di restare, orante, entro le Mura Leonine: “La vita monastica nel nascondimento […] ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita”. La presenza di Benedetto nel monastero Mater Ecclesiae a suo modo contribuisce a dare visibilità a quella forza di vita che è la fede.
L’ex monastero Mater Ecclesiae ora è solo l’abitazione del Papa emerito e a nessun titolo può essere qualificato come eremo o cenobio, ma ben sappiamo che tanti nei secoli e anche oggi hanno saputo fare e fanno della propria casa una cella e anche questo lo troviamo attestato nel magistero monastico di Papa Ratzinger: per esempio dove illustra la scelta di Gregorio Magno di “ritirarsi nella sua casa ad iniziare la vita di monaco” (vedi in questa antologia la catechesi del 28 maggio 2008).
Nel saluto di Benedetto ai Cardinali, al mattino del suo ultimo giorno da Papa (28 febbraio), torna il tema della comunione nella preghiera e si affaccia, singolare, quello della promessa di “reverenza e obbedienza” del futuro monaco al futuro Papa: “Continuerò ad esservi vicino con la preghiera, specialmente nei prossimi giorni, affinché siate pienamente docili all’azione dello Spirito Santo nell’elezione del nuovo Papa. E tra voi, tra il Collegio Cardinalizio, c’è anche il futuro Papa al quale oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza”.
Anche l’ultimo saluto alla popolazione di Castel Gandolfo, la sera del 28 febbraio, ha un’intonazione monastica, se l’intendiamo nella sua proiezione unificante in Dio, quasi si trattasse del commiato di un semplice cristiano – un monaco è un semplice cristiano – nell’atto della professione monastica: “Non sono più Sommo Pontefice della Chiesa cattolica […], sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra… Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità”.
Pensando a Benedetto dopo che si è ritirato dal balcone, viene spontaneo figurarcelo come un monaco nella cella, che distribuisce il tempo tra i libri e l’orazione. Non risulta che egli avesse mai accennato – nei testi autobiografici e nelle interviste – a una qualche inclinazione alla vita claustrale ma in prossimità della rinuncia, quando già meditava quel passo, ebbe una battuta che oggi suona rivelatrice: «Mi sento monaco come voi, fra i monaci mi sento a casa», detta il 10 marzo 2012 sedendo a tavola con i Camaldolesi del Celio, in occasione della visita del primate anglicano Rowan Williams. Quelle parole dette in privato – che dopo l’11 febbraio 2013 il priore Innocenzo Gargano ha riferito al collega Paolo Rodari – ora ci aiutano a pensare la vita nascosta di chi fu Papa e a leggere con raddoppiata attenzione i suoi insegnamenti sulla vita dei monaci.
In margine a questo libro che tratta della vocazione monastica nella predicazione di un Papa, non pare fuori luogo osservare che gli unici due Vescovi di Roma che nei secoli hanno rinunciato liberamente e in umiltà al ministero petrino, Celestino V e Benedetto XVI, lo hanno fatto tornando l’uno all’abito e alla condizione del monaco eremita nei quali viveva prima del Papato; e approdando l’altro a una scelta monastica per lui totalmente nuova ma che gli era divenuta in qualche modo domestica a motivo della lunga meditazione sul ministero della preghiera che aveva fecondato la sua esistenza. Nel comune esito monastico di due vicende pontificali per il resto imparagonabili troviamo un richiamo all’ultima possibile “vocazione” di ogni cristiano che si trovi nella necessità di porre fine a un ministero di azione e ad optare per un ministero d’orazione, come a dire che per ogni discepolo può venire – viene – l’ora di salire sul monte per continuare ad accompagnare i fratelli non più nella carità operosa ma nell’invocazione.
Luigi Accattoli
www.luigiaccattoli.it

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