Mosè fa uscire la colomba dall’Arca – mosaico della Basilica di San Marco – Venezia – per introdurre la scheda di presentazione della lectio di pizza e vangelo che faremo lunedì 18 alle 21, via zoom, leggendo dal Vangelo di Matteo, capitolo 6, uno degli insegnamenti centrali proposti da Gesù nel Discorso della Montagna: “Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. E’ un ampliamento di quanto il rabbi di Galilea aveva proposto con l’invocazione del Padre Nostro “venga il tuo Regno”: lo invocherete ma anche lo cercherete e questa ricerca dovrà essere il primo impegno della vostra vita. Ci faremo aiutare da un grande maestro di Bibbia: Bruno Maggioni. Nei commenti trovate il testo intero della scheda. chi voglia partecipare mi scriva in privato e io gli darò le indicazioni per il collegamento
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Luigi Accattoli
Cercate il Regno di Dio e tutto il resto l’avrete in aggiunta – Matteo 6, 25-34 – Tra le parole di Gesù contenute in questo brano ce n’è una secondaria e inaspettata che dice: A ciascun giorno basta la sua pena (v. 34). Il Gesù che è venuto a portare il fuoco sulla terra (Luca 12, 49) sarebbe dunque un rabbi rassegnato che invita chi lo segue a vivere alla giornata? Nel brano troviamo anche parole di ingenuo ottimismo nella considerazione della natura e della vita: gli uccelli del cielo e i gigli del campo nutriti e vestiti generosamente dalla provvidenza del Padre (vv. 26-28), posti a modello dell’atteggiamento che dovrebbero avere i discepoli. Sia la triste considerazione della pena che mai manca a ogni giornata vissuta sotto il sole (Qoèlet 1, 3), sia la festosa riconoscenza di tutte le creature verso il Signore che dà loro il cibo a tempo opportuno (Salmo 104, 27) sono il portato degli insegnamenti sapienziali veicolati dalle Scritture: insegnamenti che il rabbi di Galilea conosce a memoria e con i quali intesse la sua predicazione, ma non sono essi il cuore, ovvero la novità dell’annuncio – cioè del Vangelo – di cui egli si sente portatore. Ne sono piuttosto il veicolo, parte della veste e della narrazione.
Occorre dunque individuare la freccia del messaggio, che gli studiosi segnalano nel versetto 33: Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Il primato del Regno da cercare è l’affermazione della signoria del Padre sulla nostra vita e sull’universo, quella stessa signoria che nel Padre Nostro abbiamo appreso a invocare: Venga il tuo Regno. Là eravamo chiamati a invocarlo, qui a cercarlo: la ricerca dice desiderio, passione, dedizione, concentrazione. La giustizia del Regno è il modo giusto di cercarlo, ponendolo come primo obiettivo della nostra esistenza, da cercare lungo tutta la vita, da custodire come seme destinato a una crescita che va coltivata oltre che attesa.
Un ultimo spunto lo prendo da un professore di storia medievale che ho avuto alla Sapienza, sui miei vent’anni, Arsenio Frugoni: quando sentiva suonare la campanella alla fine dell’ora diceva: Qui ci fermiamo: sufficit diei laetitia sua, a ogni giorno basta la sua gioia. Citava cioè il nostro brano matteano nella versione della Vulgata e l’adattava alla quotidianità accademica ma rovesciandone il segno, dalla pena alla gioia: Sufficit diei nequitia sua, a ogni giorno la sua pena. Migliorare un detto di Gesù: mica male il mio Frugoni.
16 Maggio, 2026 - 22:33
Luigi Accattoli
Matteo 6, 25-34. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.
16 Maggio, 2026 - 22:34
Luigi Accattoli
Neanche Salomone vestiva come loro. v. 25: Perciò io vi dico: il “perciò” raccorda l’invito alla fiducia verso il Padre, che è il tema del brano che segue, con il monito che concludeva il brano precedente sull’impossibilità di servire insieme Dio e la ricchezza.
v. 25 b: non preoccupatevi per la vostra vita. L’invito a non preoccuparsi è il protagonista del brano: ricorre in 5 dei suoi 10 versetti: qui, nel 27, nel 28, nel 31, nel 34. Non preoccupatevi del mangiare, del bere, del vestito, della durata della vita, del domani. Gesù invita ad affidarsi al Padre.
v. 26: Guardate gli uccelli del cielo. Nel passo parallelo di Luca (12, 23) leggiamo “guardate i corvi”: per i cristiani di cultura ellenistica per i quali scrive Luca vanno benissimo i corvi, che invece per i giudei cristiani ai quali si rivolge Matteo sono “obbrobriosi” e non devono essere mangiati (Levitico 11, 15).
v. 26 b: non seminano e non mietono… non filano. Vengono indicati in due tempi i lavori maschili e femminili.
v. 29: Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Leggiamo nel Primo Libro dei Re che Salomone “il più grande per ricchezza tra tutti i re della terra” riceveva dai suoi vassalli “ogni anno il tributo di ognuno: oggetti d’argento e oggetti d’oro, vesti, armi, aromi, cavalli e muli” (10, 25).
v. 30: l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno. “Secca l’erba, il fiore appassisce”: Isaia 40, 6-8.
v. 30 b: non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Questo epiteto – oligopistoi – in Matteo è generalmente riferito ai discepoli, ma qui Gesù pare indicare con esso l’insieme degli ascoltatori del discorso della montagna.
v. 32: Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Gli ethne, le nazioni, o i gentili: chiunque non appartiene al popolo eletto.
v. 33: Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Questo insegnamento centrale nella pericope può essere commentato con un detto di Gesù che ci è stato trasmesso da Clemente d’Alessandria: “Chiedete le cose grandi e Dio vi concederà le piccole”.
v. 34: Non preoccupatevi del domani perché il domani si preoccuperà di se stesso. Nella Scrittura vi sono ricorrenze di sapore proverbiale simili a questa: “Non vantarti del domani, perché non sai neppure che cosa genera l’oggi”, Proverbi 27, 1.
v. 34 b: A ciascun giorno basta la sua pena. Sentenza di tono proverbiale, che molti studiosi attribuiscono al lavoro redazionale dell’evangelista, dal momento che non si trova nel passo parallelo di Luca. Essa è simile, nel contenuto, al motto latino “In diem vivere”, vivere alla giornata, presente in molti autori, da Cicerone a Tito Livio.
16 Maggio, 2026 - 22:35
Luigi Accattoli
Maggioni sull’affanno per il domani. Affannarsi (merimnan) non è semplicemente lavorare, né essere previdente, né affaticarsi. Significa essere nell’ansia, nell’angoscia, perennemente col fiato sospeso. Un modo di vivere che rivela un rapporto sbagliato con le cose, con la vita e con Dio. Il cibo e i vestiti indicano bisogni fondamentali. L’errore non sta nel cercarli, quasi fossero cose secondarie, irrilevanti, per le quali non vale la pena di perdere tempo e fatica. L’errore non sta nel cercare questi beni, ma nel sopravvalutarli, quasi fossero capaci di risolvere il problema di fondo che si voglia o no è quello di trovare sicurezza e serenità in una vita che sembra tutto vanificare («tarme e ruggine distruggono»). Per quanto si affatichi e si affanni, l’uomo non può aggiungere un’ora sola alla sua vita (6,27). Soprattutto, l’errore che sconvolge i rapporti con la vita e le cose è quello di guardarli senza tener conto del Padre. Per liberare l’uomo dall’ansia e dall’angoscia per il cibo e il vestito e per l’accumulo, Gesù non fa leva soprattutto sul disincanto di queste cose, ma sulla fiducia nel Padre. L’affanno è una modalità di vita che non si addice alla visione cristiana delle cose. Tradisce una profonda mancanza di fede. Tutte le creature (gli uccelli e i fiori) esistono fidandosi del Padre che li nutre. Lo impari anche l’uomo. A una sicurezza affannosamente cercata nel possesso (e dunque in se stessi e nelle cose), la comunità di Gesù, alternativa, sostituisce una sicurezza cercata nella fiducia nel Padre. Il pensiero si conclude puntando il dito su una direzione particolare dell’affanno: «Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ogni giorno basta la sua fatica» (6,34). Ciò che angoscia l’uomo è soprattutto l’incertezza del futuro. Ma è inutile affannarsi già oggi per ciò che può accadere domani: ad affanno aggiungi affanno. Anche la saggezza pagana ha sempre detto di vivere oggi, perché non sai come sarà il domani. E, in ogni caso, l’affanno di oggi non risolve il domani. Inutile angustiarsi per cose di fronte alle quali sei impotente. Ma il pensiero di Gesù, pur servendosi di una sorta di proverbio che anche il pagano accetterebbe, è molto diverso: non affannatevi per il domani, perché anche il domani – che certo avrà la sua pena – è nelle mani di un Dio che nutre i fiori del campo e gli uccelli del cielo. L’uomo non conosce il suo futuro, sa però che è nelle mani del Padre.
Cercate il Regno di Dio e tutto il resto l’avrete in aggiunta – Matteo 6, 25-34 – Tra le parole di Gesù contenute in questo brano ce n’è una secondaria e inaspettata che dice: A ciascun giorno basta la sua pena (v. 34). Il Gesù che è venuto a portare il fuoco sulla terra (Luca 12, 49) sarebbe dunque un rabbi rassegnato che invita chi lo segue a vivere alla giornata? Nel brano troviamo anche parole di ingenuo ottimismo nella considerazione della natura e della vita: gli uccelli del cielo e i gigli del campo nutriti e vestiti generosamente dalla provvidenza del Padre (vv. 26-28), posti a modello dell’atteggiamento che dovrebbero avere i discepoli. Sia la triste considerazione della pena che mai manca a ogni giornata vissuta sotto il sole (Qoèlet 1, 3), sia la festosa riconoscenza di tutte le creature verso il Signore che dà loro il cibo a tempo opportuno (Salmo 104, 27) sono il portato degli insegnamenti sapienziali veicolati dalle Scritture: insegnamenti che il rabbi di Galilea conosce a memoria e con i quali intesse la sua predicazione, ma non sono essi il cuore, ovvero la novità dell’annuncio – cioè del Vangelo – di cui egli si sente portatore. Ne sono piuttosto il veicolo, parte della veste e della narrazione.
Occorre dunque individuare la freccia del messaggio, che gli studiosi segnalano nel versetto 33: Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Il primato del Regno da cercare è l’affermazione della signoria del Padre sulla nostra vita e sull’universo, quella stessa signoria che nel Padre Nostro abbiamo appreso a invocare: Venga il tuo Regno. Là eravamo chiamati a invocarlo, qui a cercarlo: la ricerca dice desiderio, passione, dedizione, concentrazione. La giustizia del Regno è il modo giusto di cercarlo, ponendolo come primo obiettivo della nostra esistenza, da cercare lungo tutta la vita, da custodire come seme destinato a una crescita che va coltivata oltre che attesa.
Un ultimo spunto lo prendo da un professore di storia medievale che ho avuto alla Sapienza, sui miei vent’anni, Arsenio Frugoni: quando sentiva suonare la campanella alla fine dell’ora diceva: Qui ci fermiamo: sufficit diei laetitia sua, a ogni giorno basta la sua gioia. Citava cioè il nostro brano matteano nella versione della Vulgata e l’adattava alla quotidianità accademica ma rovesciandone il segno, dalla pena alla gioia: Sufficit diei nequitia sua, a ogni giorno la sua pena. Migliorare un detto di Gesù: mica male il mio Frugoni.
Matteo 6, 25-34. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.
Neanche Salomone vestiva come loro. v. 25: Perciò io vi dico: il “perciò” raccorda l’invito alla fiducia verso il Padre, che è il tema del brano che segue, con il monito che concludeva il brano precedente sull’impossibilità di servire insieme Dio e la ricchezza.
v. 25 b: non preoccupatevi per la vostra vita. L’invito a non preoccuparsi è il protagonista del brano: ricorre in 5 dei suoi 10 versetti: qui, nel 27, nel 28, nel 31, nel 34. Non preoccupatevi del mangiare, del bere, del vestito, della durata della vita, del domani. Gesù invita ad affidarsi al Padre.
v. 26: Guardate gli uccelli del cielo. Nel passo parallelo di Luca (12, 23) leggiamo “guardate i corvi”: per i cristiani di cultura ellenistica per i quali scrive Luca vanno benissimo i corvi, che invece per i giudei cristiani ai quali si rivolge Matteo sono “obbrobriosi” e non devono essere mangiati (Levitico 11, 15).
v. 26 b: non seminano e non mietono… non filano. Vengono indicati in due tempi i lavori maschili e femminili.
v. 29: Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Leggiamo nel Primo Libro dei Re che Salomone “il più grande per ricchezza tra tutti i re della terra” riceveva dai suoi vassalli “ogni anno il tributo di ognuno: oggetti d’argento e oggetti d’oro, vesti, armi, aromi, cavalli e muli” (10, 25).
v. 30: l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno. “Secca l’erba, il fiore appassisce”: Isaia 40, 6-8.
v. 30 b: non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Questo epiteto – oligopistoi – in Matteo è generalmente riferito ai discepoli, ma qui Gesù pare indicare con esso l’insieme degli ascoltatori del discorso della montagna.
v. 32: Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Gli ethne, le nazioni, o i gentili: chiunque non appartiene al popolo eletto.
v. 33: Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Questo insegnamento centrale nella pericope può essere commentato con un detto di Gesù che ci è stato trasmesso da Clemente d’Alessandria: “Chiedete le cose grandi e Dio vi concederà le piccole”.
v. 34: Non preoccupatevi del domani perché il domani si preoccuperà di se stesso. Nella Scrittura vi sono ricorrenze di sapore proverbiale simili a questa: “Non vantarti del domani, perché non sai neppure che cosa genera l’oggi”, Proverbi 27, 1.
v. 34 b: A ciascun giorno basta la sua pena. Sentenza di tono proverbiale, che molti studiosi attribuiscono al lavoro redazionale dell’evangelista, dal momento che non si trova nel passo parallelo di Luca. Essa è simile, nel contenuto, al motto latino “In diem vivere”, vivere alla giornata, presente in molti autori, da Cicerone a Tito Livio.
Maggioni sull’affanno per il domani. Affannarsi (merimnan) non è semplicemente lavorare, né essere previdente, né affaticarsi. Significa essere nell’ansia, nell’angoscia, perennemente col fiato sospeso. Un modo di vivere che rivela un rapporto sbagliato con le cose, con la vita e con Dio. Il cibo e i vestiti indicano bisogni fondamentali. L’errore non sta nel cercarli, quasi fossero cose secondarie, irrilevanti, per le quali non vale la pena di perdere tempo e fatica. L’errore non sta nel cercare questi beni, ma nel sopravvalutarli, quasi fossero capaci di risolvere il problema di fondo che si voglia o no è quello di trovare sicurezza e serenità in una vita che sembra tutto vanificare («tarme e ruggine distruggono»). Per quanto si affatichi e si affanni, l’uomo non può aggiungere un’ora sola alla sua vita (6,27). Soprattutto, l’errore che sconvolge i rapporti con la vita e le cose è quello di guardarli senza tener conto del Padre. Per liberare l’uomo dall’ansia e dall’angoscia per il cibo e il vestito e per l’accumulo, Gesù non fa leva soprattutto sul disincanto di queste cose, ma sulla fiducia nel Padre. L’affanno è una modalità di vita che non si addice alla visione cristiana delle cose. Tradisce una profonda mancanza di fede. Tutte le creature (gli uccelli e i fiori) esistono fidandosi del Padre che li nutre. Lo impari anche l’uomo. A una sicurezza affannosamente cercata nel possesso (e dunque in se stessi e nelle cose), la comunità di Gesù, alternativa, sostituisce una sicurezza cercata nella fiducia nel Padre. Il pensiero si conclude puntando il dito su una direzione particolare dell’affanno: «Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ogni giorno basta la sua fatica» (6,34). Ciò che angoscia l’uomo è soprattutto l’incertezza del futuro. Ma è inutile affannarsi già oggi per ciò che può accadere domani: ad affanno aggiungi affanno. Anche la saggezza pagana ha sempre detto di vivere oggi, perché non sai come sarà il domani. E, in ogni caso, l’affanno di oggi non risolve il domani. Inutile angustiarsi per cose di fronte alle quali sei impotente. Ma il pensiero di Gesù, pur servendosi di una sorta di proverbio che anche il pagano accetterebbe, è molto diverso: non affannatevi per il domani, perché anche il domani – che certo avrà la sua pena – è nelle mani di un Dio che nutre i fiori del campo e gli uccelli del cielo. L’uomo non conosce il suo futuro, sa però che è nelle mani del Padre.
Bruno Maggioni, Il Racconto di Matteo, pp. 120s