“Il perdono è il più grande dono di carità dell’Islam”

“Il perdono è il più grande dono di carità dell’Islam”: con queste parole Abdul-Munim Sombat Jitmoud abbraccia in tribunale, a Lexington, nel Kentucky, l’uccisore del figlio. Nel primo commento la storia che ho letto oggi su Repubblica.it.

8 Commenti »

  1. Luigi Accattoli scrive,

    14 novembre 2017 @ 22:31

    A Lexington, negli Usa, il 19 aprile 2015 Salahuddin Jitmoud, 24 anni, viene derubato e poi pugnalato a morte da Trey Relford e due complici, mentre consegna delle pizze a domicilio. Relford, ritenuto ‘la mente’ della banda, viene condannato a 31 anni di carcere. Prima di lasciare l’aula del tribunale si rivolge al padre della vittima: “Mi dispiace per quello che è successo quel giorno. Non posso fare niente per restituirti tuo figlio”. Anche la madre di Trey si avvicinata ad Abdul: “Mi sento in colpa per la tua perdita e mi ritengo responsabile”. La donna racconta il difficile passato del figlio, caduto nella droga da adolescente. Abdul Jitmoud abbraccia l’uccisore del figlio e dice che l’Islam è una religione di pace e che lui ha deciso di rispettarla. “Sono stati due anni e sette mesi di sofferenza e di incubi” dichiara e confessa che a farlo andare avanti, anche dopo la morte della moglie, è stato il versetto del Corano che recita: “Nulla ci può colpire altro che quello che Allah ha scritto per noi. Egli è il nostro patrono”. “Il perdono – dice ancora – è il più grande dono di carità dell’Islam, che insegna che Dio non sarà in grado di perdonare finché anche la persona offesa non sarà capace di farlo”. Oltre all’abbraccio, rivolge un augurio al giovane assassino: “Quando esci di prigione, fai buone azioni. Ho fiducia in te”. 

  2. Leopoldo Calò scrive,

    15 novembre 2017 @ 8:08

    Messa così, il perdono pare un modo per stare in pace con se stessi. Tutto questo entusiasmo per il perdono non lo vedo nei seguaci di Maometto, specie al giorno d’oggi. Oddio, manco nei cristiani. Poi ci sono le eccezioni ma non so se bastano a riscattare l’aura di fallimento che circonda il Vangelo: l’unica cosa che è rimasta immutata prima di Cristo e dopo Cristo sono gli uomini. Altro che chiese vuote.

  3. Luigi Accattoli scrive,

    15 novembre 2017 @ 9:17

    Leopoldo concordo con te sul fatto che il perdono appartiene all’umano inesplorato. Nella fattualità incontriamo solo approssimazioni. Ho registrato il gesto e le parole di Abdul perché mi pare di aver trovato in lui – in particolare nel suo rimando al precetto coranico: che “Dio non sarà in grado di perdonare finché anche la persona offesa non sarà capace di farlo” – una somiglianza all’umano prefigurato da Gesù con le parole dalla croce: “Padre perdona loro”.

  4. Beppe Zezza scrive,

    15 novembre 2017 @ 9:17

    “Nulla ci può colpire altro che quello che Allah ha scritto per noi” è il fondamento della “sottomissione” ( Islam ) ad Allah. La sottomissione estrema conduce al “fatalismo” che è una delle caratteristiche della cultura islamica.
    La “sottomissione” a Dio fa parte anche della cultura “giudaico-cristiana” , pur se non in una forma estrema. Cfr la conclusione del Libro di Giobbe : le cie di Dio sono pur sempre insondabili per l’uomo che è tenuto ad avere fede in un Dio-Amore anche quando questto contrasta con la propria visione razionale.

  5. Andrea Salvi scrive,

    15 novembre 2017 @ 18:40

    Mi sembra che la principale differenza tra il perdono concesso da Allah, subordinato al perdono che il fedele concede a chi lo ha offeso, e il perdono donato dal Dio di Gesù Cristo, si colga nella versione del Padre Nostro che ci viene offerta in Luca 11,4: “perdonaci i nostri peccati,
    perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore…”
    Qui il perdono dato a chi ti ha offeso e’ una conseguenza del perdono ricevuto, una Grazia donata (all’uomo è molto difficile perdonare davvero)

  6. maria cristina venturi scrive,

    15 novembre 2017 @ 19:50

    Abbiamo parlato del perdono nell’Islamismo e nel cristianesimo- vediamo come vedevano il perdono gli ebrei:

    Secondo lo Shaarei Teshuva (lett. “Porte del Pentimento”) in ebraico: ???? ???????, un’opera standard di etica ebraica scritta da Yonah ben Abraham Gerondi (di Gerona), se qualcuno commette un peccato, un atto proibito, può essere perdonato per quel peccato se fa teshuva, il che comprende diverse pratiche e passaggi

    Deplorare/riconoscere il peccato;
    abbandonare il peccato;
    preoccuparsi delle conseguenze future del peccato;
    agire e parlare con umiltà;
    agire in modo opposto a quello del peccato (per esempio, per il peccato di mentire, si deve dire la verità);
    comprendere la grandezza del peccato;
    astenersi da peccati minori al fine di salvaguardare se stessi contro la commissione di peccati più gravi;
    confessare in ebraico il peccato;
    pregare per espiarlo;

    Direte che come al solito gli ebrei ortodossi sono legalisti, rigidi, farisei. Per me invece sono infinitamente saggi e la migliore parte di questa saggezza è confluita nel cristianesimo.
    il perdono riguarda , secondo l’ebraismo ortodosso , più il perdonato che il perdonatore. il perdonato deve fare qualcosa perchè il perdono sia valido,
    Se NON le fa , se spiritualmente non pratica queste cose, il perdono non è valido.
    a me sembra una dottrina spirituale infinitamente superiore a quella coranica, che fa tutto dipendere da Allah, come un Deus ex machina, e nulla fa dipendere dall’uomo .

  7. Andrea Salvi scrive,

    15 novembre 2017 @ 20:31

    “La dottrina coranica, fa tutto dipendere da Allah, come un Deus ex machina, e nulla fa dipendere dall’uomo.
    Nel caso specifico, il perdono delle offese ricevute, e’ proprio il contrario.
    Allah ti perdona se tu perdoni, secondo Luca tu perdoni perché sei stato perdonato. Altrimenti probabilmente non saresti capace di perdonare nel profondo del tuo cuore.

  8. picchio scrive,

    15 novembre 2017 @ 20:44

    nel funerale musulmano gli astanti sono sono invitati a concedere il perdono al defunto se avevano da rimproverargli qualcosa e possa a sua volta perdonarli perchè possa raggiungere Allah . Una cosa simile veniva fatta anche in Valle D’Aosta, mi ricordo che mio nonno chiamava il rito che si compie andando a visitare un defunto a casa sua, se morto in casa, o alla camera mortuaria “le pardon” e consisteva appunto nell’accordargli il perdono e nel chiedergli il perdono.
    cristina vicquery

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