Nella città mondiale e meticcia

Il postino senegalese fischiettando Piazza Grande di Lucio Dalla porta il catalogo dell’Ikea ai cinesi di piazza Vittorio.

14 Comments

  1. antonella lignani

    Forse si potrebbe far leggere questa frase al cardinale Kasper …

    17 Settembre, 2010 - 12:32
  2. Marcello

    Di chi hai più paura?

    – del postino senegalese?
    – di Ikea?
    – dei cinesi?

    … di Lucio Dalla!!

    17 Settembre, 2010 - 19:34
  3. fiorenza

    A proposito di paura: vi è mai successo di tornare a casa tardi dal lavoro chiusi in quella “piazza grande” “mondiale e meticcia” che è un autobus stracolmo e urlante in lingue incomprensibili? Qualche sera fa la situazione era questa, non molto differente da quella di altre sere ma, per la prima volta, ho provato paura. Non so di che. Come un senso di solitudine, di spersonalizzazione, forse perché ero molto stanca. Due donne accanto a me parlavano, parlavano, parlavano, chissà di che, cercando di sovrastare con la voce sempre più alta un’altra voce vicina che urlava in un telefonino. Dal fondo dell’autobus un’altra telefonata rimbombava e si sovrapponeva ad altre interminabili e sussurrate. Qualcuno scendeva e salutava gridando l’amico che continuava il viaggio. Neanche una parola in italiano. Gente continuava a salire alle fermate, incazzatissima per il ritardo, o così pareva dalle frasi concitate che si scambiavano. Cercavo di indovinare che lingue fossero quelle che mi avvolgevano da tutte le parti ma non ci riuscivo. Ero “straniera”. Poi mi sono detta che forse è così sempre, anche se non me ne ero mai resa conto così bene.. La paura era venuta dalla improvvisa percezione di questo, forse.

    17 Settembre, 2010 - 21:39
  4. Mabuhay

    Antonella: spero avrai letto x intero l’intervista di Kasper… Guarda che la sicumera degli inglesi e’ seconda solo a quella dei francesi… capirai!

    Circa il tema del post, segnalo caldamente l’ultimo numero di “Missione oggi”, rivista dei Missionari Saveriani, dedicato a “Stranieri e migranti: profeti di una nuova umanita’”. Credo che si possa consultare anche online.
    Molto molto ben fatto; x diminuire le paure e per capire che -in questo mondo- siamo tutti “altri”…e ci sarebbe da imparare a essere “insieme”…

    17 Settembre, 2010 - 23:46
  5. Clodine

    Se lo becco il postino sengalese che puntualmente alle 3 del pomeriggio in piena pennichella per l’intera durata di questa torrida estate mi si è aggrappato al citonofo con ambo le mani….un giorno si e l’altro pure… giuro che gli tiro il collo!!

    18 Settembre, 2010 - 6:45
  6. fiorenza

    A Mabuhay
    Molto molto ben detto quel “siamo tutti “altri”…e ci sarebbe da imparare a essere “insieme”…” Da imparare che siamo, tutti, “stranieri e migranti: profeti di una nuova umanità”. Il “diminuire le paure”, che sono paure dell’ “altro”, fondate su un “falso Sé”, è solo il primo passo e, se ci guardiamo intorno in questa società paranoide, vediamo che è compito immane e che siamo solo agli inizi. La “paura” di cui ho cercato di balbettare qualcosa, invece, io credo che sia di altra natura, e preziosa, e che potrebbe essere di aiuto in questo compito: insieme all’amore, è qualcosa di simile (di identico, meglio) al “timore di Dio”, di cui mi sembra che si parli così poco. Almeno nella mia esperienza, fino a che non si tocca il fondo della nostra radicale diversità e piccolezza e solitudine, l’essere “insieme” non va al di là di un generico abbraccio e non può giungere a includere il rispetto e il senso sacro della distanza che sola permette l’amore. Non so, Mabuhay, se riesco a farmi intendere; non è facile parlare di queste cose, anche se credo che dovremmo farlo. Io ho vissuto quel mio momento di “paura”, di spaesamento, di straniamento, di disagio, di perdita frastornante, come una rivelazione, come un dono. Forse altri (tu certamente, che ti sei fatto “straniero”, che sei andato lontano) sono più avanti di me in questo cammino: io ho ancora bisogno di queste cadute, di queste “notti oscure”. E che la notte oscura ci possa sorprendere nei luoghi più “banali”, più quotidiani (come un autobus nell’ora di punta), non è qualcosa per cui velarsi il capo, e togliersi i sandali e ringraziare?

    18 Settembre, 2010 - 8:56
  7. Clodine

    Condivido in toto Fiorenza! proprio ieri notte, al ritorno dal Colosseo -il quale, meraviglioso spettacolo pirotecnico, invaso nel suo interno da spettacolari lingue di fuoco (un gioco di luci suggestivo e realistico ideato da artisti contemporanei per festeggiare il 140 di Roma capitale- sulla metro,ad un certo momento mi sono ritrovata sola, nel vagone, con la mia nipotina di 12 anni assieme ad una dozzina di marocchini, magrebini che ci guardavano con occhi di brace!! “Oddio li turchi” mi son detta! evitavo di guardarli ma, dai vetri dei finestrini intuivo gli sguardi e sentivo il silenzio, auspicio di cattivo presagio. Ho immaginato la scena della ciociara e mi son apparsi col copricapo a pizzetto. Il tempo non passava mai: ho avuto paura, si l’ho avuta…tanta!

    18 Settembre, 2010 - 9:22
  8. fiorenza

    Più in breve: sono convinta che un reale “essere insieme” non passi da una maggiore conoscenza dell’altro (quale presunzione sarebbe!) ma, paradossalmente, dalla percezione della sua radicale diversità: percezione che include per forza un senso di smarrimento e di perdita. L’Angelo di Dio può anche lasciarti andare, ma non prima di averti ferito. (“Dove non si può andare volando si può andare zoppicando. La Scrittura dice che zoppicare non è una colpa”: era un motto caro a Freud). ( Un motto a me caro, invece, è : “complicare per semplificare”)

    18 Settembre, 2010 - 9:29
  9. Mabuhay

    Grazie Fiorenza delle tue riflessioni…che ispirano. Lo so che suona un po’ semplicistica l’espressione “imparare a essere insieme”…e me ne scuso; ma a volte la fretta…
    Comunque non abbiamo altro modo per capirci e conoscerci meglio se non attraverso “l’altro”… Il rispetto e l’accettazione potrebbero portare poco alla volta all’amore (che e’ intimita’; accettando di essere vulnerabili.) Cioe’: l’essere insieme non dovrebbe eliminare l’essere “altro”. Non ci sarebbe piu’ umanita’, ne’ nuova ne’ vecchia. Ciao.

    Per chi volesse consultare il numero della rivista sopracitata:(e se il link e’ sbagliato chiedete a Mr Google e vi risolve tutti i problemi).
    http://www.saverianibrescia.com/missione_oggi.php?centro_missionario=archivio_rivista

    E buona domenica a tutti. A lunedi’.

    18 Settembre, 2010 - 9:37
  10. roberto 55

    – “Qual’è il tuo nome, soldato ?”
    – “Soldato Jakson King, signore”
    – “Sei un negro, soldato King !”
    – Sono britannico delle Indie Occidentali, signore”
    – “……… e negro”
    – “non mi lamento, quado vedo certi bianchi”.

    (dal film: “La collina del disonore”, di Sidney Lumet).

    A domani !

    Roberto 55

    18 Settembre, 2010 - 22:33
  11. fiorenza

    Roberto, hai notizie della piccola Esperanza? Mi ha colpito tanto il fatto che le hanno dato il nome dell’accampamento che si è formato intorno alla miniera. Chi lo ha deciso? La mamma e il babbo Ariel? O tutta la comunità che è lì in attesa, e spera? E come stanno quegli uomini da tanto tempo laggiù? Ora i giornali ne parlano, ma certo tu hai informazioni più dirette, più attendibili.

    19 Settembre, 2010 - 19:14
  12. Luigi Accattoli

    Mabuhay con ritardo ma con festa ti dedico queste parole dette da Giovanni Paolo “ai leader e ai responsabili religiosi dello Sri Lanka” il 21 gennaio 1995: “Vi sono molto grato per la vostra presenza qui e per questo incontro in cui non siamo l’uno contro l’altro, ma insieme. È pericoloso non essere insieme. È necessario essere insieme, dialogare. Vi sono molto grato per questo. Scorgo nella vostra presenza i segni della buona volontà, del futuro, per lo Sri Lanka e il mondo intero. Così posso tornare a Roma con maggiore speranza“.

    19 Settembre, 2010 - 20:50
  13. Mabuhay

    Grazie Luigi x la bella dedica!
    Queste parole di Giovanni Paolo II mi servono di consolazione…. Cioe’ l’espressione “imparare ad essere insieme” che ho scritto qualche giorno fa non e’ che sia poi cosi’ qualunquista o troppo semplicistica!
    E’ la semplicita’ del cuore cio’ che spesso descrive la profondita’ delle parole.
    Saluti.

    20 Settembre, 2010 - 10:43
  14. roberto 55

    Sono qua, Fiorenza !

    Non so molto di più: nei giorni scorsi, appunto, è nata Esperanza, figlia di uno dei minatori coinvolti nell’incidente, ed il nome che dato racchiude tutto il senso di fede e d’attesa della gente.
    M’è stato, poi, riferito che nella miniera San Josè continuano le operazioni per poter portare in superficie i 33 minatori, e si stanno portando avanti tre modalità, di cui una vede la partecipazione di un ingegnere italiano dell’Enel, che sta coordinando la posa dell’ultima trivella usata per le perforazioni petrolifere: l’attesa è sempre grande e continua la preghiera nelle comunità cristiane, ma, ora, attraverso i fori aperti dalle due perforazioni precedenti, è possibile comunicare con i minatori, far arrivare loro il necessario per la sussistenza e far arrivare loro l’energia elettrica.
    V’è, peraltro, e sempre, un senso di precarietà e di incertezza: le trivelle che stanno scavando necessitano di manutenzione od incontrano ostacoli imprevisti, e, così, il lavoro si deve interrompere e sale la paura e la preoccupazione, anche perchè non vi sono tempi certi per la risalita e tutto dipende da come lavorano le trivelle e da cosa incontrano lungo il tragitto della perforazione.
    A noi non resta che pregare.

    Buona notte !

    Roberto 55

    20 Settembre, 2010 - 23:27

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